ITALIA-QUARANTENA/ Chiusura totale e terapia intensiva per vincere la guerra del 10%

- int. Camillo Rossi

“Chiudere le relazioni sociali è tecnicamente indispensabile per ridurre la possibilità di circolazione del virus”. Parla il direttore sanitario degli Spedali Civili di Brescia

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Check point sanitario degli Spedali Civili di Brescia (LaPresse)

In questo momento è una delle tante “frontiere” del Nord Italia nel contrasto al coronavirus. Gli Spedali Civili di Brescia sono l’azienda sanitaria più grande della Lombardia, con un potenziale bacino di un milione e 300mila pazienti. Si lotta per creare nuovi posti di terapia intensiva. “Siamo partiti da 29, arriveremo presto a 50. In tutto siamo arrivati a 480-500 posti letto per pazienti coronavirus positivi” dice il direttore sanitario Camillo Rossi. Uno sforzo enorme, così lo definisce Rossi, che ringrazia tutto il personale, impegnato “con una dedizione e una disponibilità commoventi”. Sulle misure decise dal governo, Rossi non transige. “Il virus ha bisogno di trasmettersi per sopravvivere. Se si impedisce la trasmissione, il virus smette di circolare e muore”.

Direttore, com’è la situazione?

In due settimane abbiamo fatto quello che forse si fa due in anni. Siamo partiti con 29 posti di terapia intensiva, adesso siamo a 45, tra una settimana saliamo a 50. In questo momento 35 posti sono occupati da pazienti colpiti da covid-19.

Cosa avete fatto quando è scoppiata l’emergenza?

Abbiamo subito installato grazie alla Protezione civile e ad Areu un tendone esterno con 36 posti di accoglienza. Chi ha un disturbo significativo viene accolto qui. Viene visitato, gli si fanno tampone, emogasanalisi, emocromo e radiografia toracica. E aspetta l’esito. Ma mi lasci dire una cosa, innanzitutto.

Prego.

Siamo in emergenza, è vero, ma facciamo in modo ordinato tutto quello che dobbiamo fare. I problemi ci sono e ci saranno sempre; li affrontiamo e curiamo tutti quelli che arrivano. Non stiamo sottovalutando i pazienti. Insomma, ci siamo. 

Lei risponde al sindaco di Bergamo, Giorgio Gori? “I pazienti che non possono essere trattati vengono lasciati morire” ha detto Gori. La zona di Bergamo è in emergenza come la vostra.

Non rispondo a nessuno. Le confermo semplicemente quello che le ho appena detto. Curiamo tutti al meglio delle nostre possibilità.

Tutti gli affetti da covid-19?

L’ospedale ricovera tutti quelli che ne hanno bisogno, non solo i casi gravi di coronavirus. Qui curiamo tutti. Nessuno viene lasciato indietro e non intendiamo farlo. 

State facendo un miracolo?

No, stiamo facendo quello che fanno tutti. Abbiamo riconvertito molti posti letto, seguendo le indicazioni della Regione Lombardia. Ci siamo adeguati alla realtà, con la fatica di tutto il personale sanitario, ma lo abbiamo fatto. 

Con quali risultati?

Quello di arrivare a 480-500 posti letto per pazienti coronavirus positivi. Il bacino attribuito a questa azienda sanitaria è di circa 500mila abitanti, in realtà serviamo tutta la provincia di Brescia. Vuol dire 1 milione e 300mila abitanti. 

Reggete? 

Per adesso sì. Andiamo a step: apriamo posti letto ogni 24-36 ore. Ma lo staff è sempre quello! Sono persone eccezionali, tutte, di una dedizione e di una disponibilità commoventi. Non c’è denaro che li possa compensare.

Da che cosa dipende? È chiesta a tutti voi una prova molto difficile.

Di me non parlo, parlo di loro. Non dipende dalle circostanze: la stessa acqua calda indurisce un uovo e ammorbidisce una patata. Dipende tutto dalla stoffa di cui le persone sono fatte e qui di stoffa, le nostre, ne hanno tanta.

Lei ha visto tutto lo sviluppo dell’epidemia. Decreto dopo decreto, si è arrivati alla “chiusura totale”. È la cosa giusta?

Sì. Chiudere le relazioni sociali, fisiche, è una misura tecnicamente indispensabile per ridurre la possibilità di circolazione del virus. Il virus ha bisogno di trasmettersi per sopravvivere. Se si impedisce la trasmissione, il virus smette di circolare e muore. Se circola di meno, contagia di meno. 

Gli italiani però…

La società italiana ha avuto tempi di reazione diversi, ma questo è comprensibile, è determinato anche da fattori esterni, giornali e tv, fake

Il coronavirus è solo una cattiva influenza?

No, è un’altra cosa. Abbiamo a che fare con uno sconosciuto. Mentre sull’influenza abbiamo sviluppato un corredo immunitario esito di anni e anni, reagire in questo caso è difficile perché il nostro corpo non ha informazioni. 

Si ammalano prevalentemente gli anziani.

Si possono ammalare tutti. Il coronavirus riguarda tutte le fasce di età. Ma i più giovani possono accusare anche solo un raffreddore, essendo magari inconsapevoli veicoli di contagio. La sensatezza della chiusura delle scuole sta proprio in questo, che molti sono o possono essere portatori sani. Pur non ammalandosi fanno circolare il virus.

Forse abbiamo adottato delle misure giuste, ma risultano poco cogenti.

La Cina ha immediatamente chiuso tutti in casa. Questa è la misura corretta che adesso anche noi dobbiamo rispettare. Non è riduttiva della vera libertà di ciascuno, perché chiede a tutti una responsabilità. Si possono donare soldi per i respiratori, ma il piccolo dono che ognuno può fare è stare in casa. 

Ieri sera sono arrivate nuove restrizioni.

Meglio tenere duro pochi giorni che trovarsi poi di fronte a una situazione più complessa, diciamo così.

Non è sorpreso dalla contagiosità?

Anche la sindrome influenzale è contagiosa, ma il punto che forse la gente non ha capito è l’aggressività respiratoria particolare di questo virus. È per questo che rischiamo di andare in default, come hanno scritto gli intensivisti della Lombardia.

Allora ci faccia capire in sintesi dove sta la vera questione.

Semplificando direi così: chi si ammala gravemente, è “veramente” grave. Quel 10% di pazienti per cui si stimano le cure in terapia intensiva, necessita di un supporto respiratorio e di una modalità di cura complessa. 

Torniamo a novembre, quando “coronavirus” era una parola sconosciuta ma stando a infettivologi come la Gismondo il virus era già in circolazione. Lei si sarebbe trovato di fronte a una normale polmonite interstiziale o no?

A una polmonite interstiziale non rispondente alle terapie tradizionali. Stiamo usando dei protocolli terapeutici precisi, ma nelle malattie virali si hanno poche armi: prevenzione, vaccinazioni, terapia sintomatica e terapia di protezione dalle complicanze. In certe patologie virali come l’epatite C, B o l’Aids ci sono farmaci specifici, ma il coronavirus è un fatto nuovo. Abbiamo cercato nei farmaci attualmente disponibili qualcosa che servisse a ridurre l’infezione virale e la conseguente infiammazione polmonare.

Qual è in conclusione il suo messaggio?

Occorre rispettare tassativamente le indicazioni che arrivano dai responsabili della sanità pubblica.

Politici compresi?

In questo momento stanno seguendo le indicazioni tecniche degli addetti ai lavori e questo è buono. I balletti politici non mi interessano, dico soltanto che lo sforzo che sta facendo la direzione generale Welfare della Regione Lombardia, come lo vedo da qui, è importantissimo. Le indicazioni regionali vengono dalla ricerca scientifica e da un approccio preciso: difendere ciascuno e la collettività.

Se guarda il suo ospedale, quale indicazione sta ricavando da tutto questo?

Una grande prova di umanità. Gli ospedali stanno tornando paradossalmente ad essere luoghi in cui si viene se si ha bisogno. Stiamo tornando alla cura dei bisogni veri, sostanziali.

(Federico Ferraù)



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