J-AX TORNA A PREGARE/ Quando il male e la paura ci fanno riscoprire di essere figli

- Mauro Leonardi

Il rapper J-Ax ha detto al Corriere di essere tornato a pregare quando si è ammalato di Covid. C’è una memoria di Dio che non si cancella

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Il rapper J-Ax (LaPresse)

“Se avessi trovato te quando andavo a Messa, a quest’ora sarei Papa”. Lo diceva J-Ax a suor Cristina. Eravamo al The Voice of Italy del 2014 e il rapper che diceva di essere “il diavolo” piangeva lacrime di commozione vera di fronte a quella minuscola suora dalla voce stupenda. Ora, dopo essersela vista brutta con il Covid, Alessandro Aleotti – è il nome vero di J-Ax – racconta al Corriere della Sera di essere tornato alla preghiera. “Con il Covid ho visto la morte da vicino, così ho riscoperto la fede e la preghiera”: ecco le parole testuali con cui conferma che la fede che aveva da bambino non era morta ma semplicemente addormentata.

La paura della morte è il miglior argomento per tornare a Dio. Lo conferma il rapper che nel 2018 fece “venire giù” San Siro insieme a Fedez e lo sapevano bene i preti di una volta, quelli che negli esercizi spirituali non trascuravano di predicare sui “novissimi”: le realtà ultime della nostra vita, ovvero morte, giudizio, inferno, purgatorio e paradiso.

J-Ax dice che la preghiera è come un imprinting. Quando è stato male, lui che ha ricevuto tutti i sacramenti matrimonio incluso, ha sentito che stava rispuntando dentro di lui. “È come un imprinting: ti scopri a recitare quelle preghiere che ti avevano insegnato da bambino. La notte non dormivo e chiedevo che la malattia non arrivasse ai polmoni”. È stata una preghiera non solo di guarigione ma anche piena di punti di domande e di richieste di aiuto per il figlio di 4 anni: “se peggioro a chi lo lascio?”.

Di fronte al dolore e alla croce subito si affaccia il bisogno dell’esperienza dell’amore di cui la preghiera è una delle declinazioni. Perché ci fa coscienti che, al di là delle braccia umane di un padre su questa terra, c’è  bisogno di  un sostegno e di un abbraccio più grande ed eterno: quello di Dio. L’abbraccio di un amore che non si consuma anche se arde. Durante una malattia che rivela a se stessi quanto si è impotenti emerge forte la spinta a riscoprire di essere figli, a toccare con mano il bisogno di chiedere aiuto, di sentire che Qualcuno ci ascolta, ci accompagna, fa eco a domande che altrimenti rimarrebbero senza risposta.

“Qualsiasi uomo, anche il più ateo – dice J-Ax – quando vede la fine da vicino si appella a qualcosa di superiore”. La preghiera, come la memoria, può appannarsi ma non cancellarsi: è come la brace che improvvisamente divampa di nuovo sotto la cenere di un fuoco che pareva spento.

Anch’io, dopo J-Ax, ho una confessione da fare. Dal 2014, quando dubito di come ci si possa commuovere di fronte allo spettacolo di una persona che vive con coraggio la propria fede, guardo su YouTube la serata di The Voice con il memorabile primo incontro di J-Ax con suor Cristina: da oggi, quando dubiterò insieme ai miei amici preti dell’opportunità di parlare della vita eterna a chi non crede, andrò a rileggermi le parole oneste di J-Ax che torna a pregare.

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