JIMI HENDRIX/ Quando la mafia rapì la “chitarra più veloce del mondo”

- Nuccio Franco

Un episodio che anche i fan della musica rock conoscono poco. il rapimento di Jimi Hendrix

hendrix baron
Jimi Hendrix

Possiamo affermare senza tema di smentita che il 1969 sia stato uno degli anni più importanti del 20esimo secolo. Un anno turbolento con la protesta studentesca sullo sfondo e contro il protrarsi della guerra in Vietnam. Senza dubbio, la circostanza assolutamente caratterizzante è stato il primo viaggio dell’uomo sulla luna, già di per sé un atto rivoluzionario.

In quello stesso anno Jan Palach si dà fuoco per protesta contro l’invasione sovietica del suo Paese, il dottor Denton Cooley impianta il suo primo cuore artificiale.

In campo musicale c’è la tre giorni di Woodstok, la morte di Brian Jones, lo scioglimento di fatto dei Beatles che verrà comunicato ufficialmente solo 4 mesi più tardi

In pochi probabilmente sapranno che in quello stesso anno, Jimi Hendrix, il miglior chitarrista al mondo, più di Eric Clapton e di Jimmy Page, cui si deve l’ interazione tra blues, rhythm and blues /soul, hard rock  e psichedelia, fu rapito a quanto pare dalla mafia.

Sull’accaduto si sono rincorse per anni ipotesi e congetture che non hanno mai trovato un riscontro certo. Fatto sta che, anche stavolta, dato il personaggio, la vicenda presenta, a tratti, elementi davvero oscuri. E come quasi sempre succede (vedi Brian Jones, ndr), dietro a questi eventi ci sono manager senza scrupoli, avidi di denaro che vivono nell’ombra delle star, raccogliendo tutto ciò che cade dalla loro tavola. Montatura o verità, a distanza di tanto tempo l’episodio fa ancora discutere scatenando un’insolita curiosità al limite del morboso.

Ma veniamo ai fatti.

È il 10 settembre 1969 ed Hendrix, insieme alla sua nuova band, i Gypsy Sun and Rainbows, sono al Salvation, un locale newyorchese in odor di mafia, ben noto a Jimi. Infatti, il chitarrista o qualche suo collaboratore, vi si recano spesso per fare incetta di tutte le droghe possibili.

Hendrix viene visto fuori dal locale confabulare con dei tizi. Lo invitano a seguirlo portandolo in un appartamento, lo chiudono e gli intimano di telefonare al suo manager, Michael Jeffrey, per chiedere probabilmente la rottura del contratto che li lega.

I rapitori minacciano Hendrix di rompergli le dita e di mettere così fine alla sua carriera.

La cosa strana è che questi non avanzarono mai una richiesta di riscatto. Strano, no? Avevano tra le mani Hendrix, non uno qualsiasi ma una gallina dalle uova d’oro. A quel punto il manager contatta esponenti di Cosa Nostra (che non avevano autorizzato il rapimento) ed apprende il luogo dove Hendrix è tenuto. Vi si reca insieme al suo socio d’affari, Morrison, un tipo davvero poco raccomandabile. Pistola in pugno minaccia i rapitori e trova Hendrix in camera da letto, strafatto come al solito.

Sembra tutto troppo facile per non pensare ad un’azione ordita ad arte dal manager per dimostrare ad Hendrix che non può fare a meno di lui.

Altrettanto plausibile, viste le condizioni psico fisiche del chitarrista è che questi, a seguito di un trip, abbia inventato tutto raccontandolo poi a persone pronte a farlo credere reale, come appunto i ben poco candidi Jeffery e Morrison. Nel libro, del giornalista Evan Wright, l’ex trafficante di coca Jon Roberts afferma: “I rapitori di Hendrix erano degli idioti; lo portarono in una casa fuori città. Non so se volessero soldi o una parte del contratto discografico, ma hanno telefonato al manager di Jimi chiedendo qualcosa.”

Vediamo i dettagli.

Dietro c’erano due bande criminali. Una era la mafia americana e l’altro era il gruppo di trafficanti di Jon Roberts (al secolo John Riccobono).  Interessante anche questo personaggio, narcotrafficante, fuggito a Miami dopo la morte di Hendrix da dove contribuì a guidare l’ascesa del Cartello di Medellin negli anni ‘80. Nel libro, scritto con il giornalista Evan Wright, sostenne che erano stati gli italiani a rapire Jimi. Riguardo a questi affermò: “Li abbiamo contattati e gli abbiamo detto di lasciare Jimi se non volevano finire morti. E abbiamo aggiunto che non avrebbero dovuto neanche danneggiare un capello della sua pettinatura afro. Lo hanno lasciato andare. Il tutto durò due giorni ma Jimi era talmente fuori che probabilmente non si rese neppure conto di essere stato rapito”.

L’elemento chiave di tutta la vicenda è, dunque, che dietro tutta questa storia, come abbiamo accennato, ancora una volta ci fosse il manager del chitarrista, deciso a legarlo a sé per sempre o, extrema ratio, a riscuoterne l’assicurazione sulla vita.

Ormai Hendrix era diventato un personaggio facilmente influenzabile, perennemente fatto di cocaina ed eroina non era davvero più sé stesso.

Nel maggio del 2009, James “Tappy” Wright, molto intimo di Hendrix negli anni sessanta, conferma tutto affermando di essersi incontrato con Michael Jeffrey nel 1971 e che lo stesso gli avrebbe confessato di aver personalmente ucciso Hendrix.

Lo avrebbe imbottito di pillole facendolo ubriacare con un paio di bottiglie di vino, così da farlo morire e intascare i soldi dell’assicurazione, cosa che tentò effettivamente di fare, senza tuttavia riuscirci.

Insomma un tentativo di rapimento perfetto ma qualcosa andò storto per fortuna di Hendrix che, superato il momento, nei rari momenti di lucidità, ha continuato a deliziarci con le sue sonorità a volte sperimentali ma assolutamente trascinanti e ricche di emozioni.

Ciò fino a quando l’abuso di alcol e droghe, esattamente l’anno dopo il rapimento, gli tolsero la vita per sempre lasciando un profondo lutto misto a smarrimento tra i tanti fans e nell’intero show business.

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