JUMBO/ Il film surreale sul ruolo crescente dell’artificiale

- Ugo Baistrocchi

Il film di Zoé Wittcock racconta la storia di Jeanne, ragazza timida che si innamora e si sposa con una giostra da Luna Park che chiama Jumbo

jumbo film web1280 640x300
Una scena del film

Ci si può innamorare di una giostra da Luna Park? Ma, soprattutto, come raccontare e rappresentare questo amore? La sfida è stata raccolta e ampiamente vinta dalla regista di origine belga Zoé Wittock che – vedere per credere – riesce a rendere sensuale, organico e pulsante d’amore un oggetto attraverso delle immagini e un montaggio veramente originali. Noémi Merlant, dopo aver interpretato la pittrice innamorata della ragazza che deve dipingere, nel film di Celine Sciamma, Ritratto della giovane in fiamme, è protagonista di un altro amore difficile.

In sintesi questa è la storia del film: Jeanne è una timida ragazza che vive con la madre, una disinibita barista, e fa il turno di notte come addetta alle pulizie in un luna park. La madre vorrebbe che incontrasse un uomo, ma Jeanne preferisce stare nella sua camera ad armeggiare con fili, lampadine e pezzi di ricambio, creando giostre in miniatura. Nelle sue notti al lavoro comincia a trascorrere dei momenti intimi con una seducente nuova giostra, Move-it, che decide di chiamare Jumbo. Sedotta dalle sue luci rosse e verdi, dalle lisce cromature e dai giunti oleosi, dopo diversi incontri amorosi a mezzanotte, Jeanne, benché il direttore del luna park, con il quale ha un veloce rapporto, sia innamorato di lei, decide che ama Jumbo e lo sposa in un’allegra cerimonia, officiata dal nuovo amante della madre.

L’oggettofilia – l’attrazione sessuale per l’inanimato – è reale. Nel 2013, una donna della Florida ha sposato una ruota panoramica di nome Bruce, dopo un corteggiamento trentennale. Più famoso è il caso dell’americana Erika Labrie Eiffel, ex-militare e medaglia d’oro nel tiro con l’arco alle Olimpiadi, che si è sposata nel 2004 con la Torre Eiffel, prendendo il nome del coniuge, e che poi, nel 2009, si è separata dalla torre parigina e ha iniziato una relazione con il muro di Berlino. La stessa regista racconta in un’intervista che, attirata da questa storia, apparentemente assurda, ha contattato Erika Labrie scoprendo che “era una delle persone più realiste che abbia incontrato, un affascinante contrasto”. D’altra parte essendo di origine belga, Zoé Wittock è cresciuta influenzata dalle opere di surrealisti come Magritte o Nougé, che erano maestri nello stravolgere la realtà e gli oggetti per far emergere l’inconscio . “L’idea di innamorarsi di un oggetto può essere difficile da capire all’inizio – dichiara la regista -, ma è proprio questo anticonformismo la ragione per cui ho scelto questa straordinaria storia di crescita personale”. 

L’amore per gli oggetti era anche il tema di un geniale film di Marco Ferreri del 1986, I love you, in cui Christofer Lambert è il giovane e bello Michel, desideratissimo dalle donne ma come uomo-oggetto, che si innamora di un portachiavi elettronico il quale reagisce al suo fischio dicendogli, sempre, “I love You”. Quando Michel scopre che il portachiavi risponde “I love you” a tutti, deluso, lo abbandona. Il film di Ferreri era, però, una denuncia della reificazione dei rapporti umani, una critica della mercificazione consumistica persino dei rapporti amorosi che trova nel portachiavi, che ti ama sempre e comunque, una geniale rappresentazione.

Il film è inedito in Italia, ma ha cominciato a essere proiettato nelle sale virtuali dei festival online come il Trieste Science+Fiction Festival, appena concluso, e può essere visto fino al 9 novembre in occasione della prima edizione di Heroes International Film festival, prenotando gratuitamente un posto cliccando qui.

© RIPRODUZIONE RISERVATA