LETTURE/ Mauro Corona, cantore di quel mondo che non abbiamo mai visto

- Laura Cioni

I racconti di Mauro Corona parlano della gente dei monti. La scrittura potente si avvale di poche parole e molti silenzi, tutto è carico di una sacralità primitiva. Il commento di LAURA CIONI

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Un lettore, il signor Roberto Bera, chiede un parere sull’opera letteraria di Mauro Corona. Innanzitutto grazie per l’occasione inaspettata che invita a conoscere meglio un personaggio forse più noto al pubblico come ospite televisivo che come scrittore.

Nato a Erto nel 1950, l’artista è uomo poliedrico, eccentrico e quasi eccessivo, maestro nel trarre dal legno opere apprezzate dagli intenditori, grande alpinista, innamorato delle sue montagne e della valle in cui è sempre vissuto, anche dopo il disastro del Vajont del 1963. Ha pubblicato la sua prima raccolta di racconti nel 1997; da allora non ha più smesso e vanta tra i suoi titoli alcuni best seller e molte traduzioni straniere.

La sua prima opera, Il volo della martora, è composta da ventisette racconti, che narrano la storia dei vecchi abitanti della valle, dei  boschi e degli animali che la popolano. Nella Prefazione al volume, Claudio Magris afferma che le mani di Mauro Corona conoscono la magia di creare con il legno la vita e che le sue figure ne hanno l’incredibile forza e insieme la dolorosa friabilità. Il poeta del legno è anche poeta della parola: scrittore scarno ed essenziale nel narrare storie fiabesche, che legano il meraviglioso alla realtà quotidiana, documenti di una unità con la natura e insieme pervasi di solitudine.

Le cose, soprattutto gli alberi, cui è dedicata la prima sezione, hanno una loro vita, fatta dello stesso dolore degli uomini. Animali e piante sono conosciuti  e amati con ruvida tenerezza e il tempo che pare confinato a un lontano passato evita il pericolo di una caduta sentimentale. La scena dei racconti è circoscritta, le storie sono di gente umile e piccola,  si sente il respiro di chi, come Saba, avverte  in sé “il non domato spirito, / e della vita il doloroso amore”.

Tuttavia si nota una specie di immaturità nella scrittura, quasi un voler esplicitare troppo quello che le cose già dicono da sole, un voler apporre delle note inutili a un discorso già chiaro. Talvolta  spunti autobiografici e massime di carattere morale infirmano la descrizione di una civiltà, quella delle valli di montagna, che affascina con la sua severa bellezza. Eppure questi primi racconti appaiono come gli incunaboli della produzione successiva, in cui tali limiti tendono a scomparire.

Uno degli ultimi romanzi di Mauro Corona, L’ombra del bastone, pubblicato da Mondadori nel 2005 racconta in prima persona, con l’espediente della riscrittura di un quaderno nero ritrovato per caso, la storia di Severino Corona, detto Zino. Nato nel 1879 a Erto, ben presto orfano dei genitori, rimasto solo con il fratello minore, vive nel paese fino a quarant’anni facendo il pastore, il taglialegna, il casaro, conoscendo le donne senza mai sposarsi, provato da numerose sventure. Per sfuggire ai rimorsi dovuti all’uccisione di un amico, scende in pianura dove fa il venditore ambulante di oggetti di legno, trova l’ospitalità di una famiglia generosa, ma non riesce a dimenticare il male compiuto e pone fine alla sua tormentata vicenda.

Le vicende del protagonista e degli altri personaggi, Raggio, Maddalena Mora, Bastianin, Melissa  si incuneano violente nelle case e nelle stalle, sui prati e nelle botteghe e mutano, spinte da passioni elementari e dai malefici della sorte. Accadono azioni animalesche, ma chi le compie non è una  bestia: la luce della coscienza lo persegue fino al rimorso più estremo. Delitti efferati, stregoneria,  veleni, follia si mescolano al coraggio, alla generosità, al pudore: “fare quelle robe”, così  la voce narrante indica l’amore colpevole.

E’ una scrittura potente, fatta di poche parole, di molti silenzi e soprattutto di azioni robuste: si strappi alla montagna la legna e l’erba, si pascolino gli animali in malga, si beva fino a sbronzarsi, si prenda la donna, si seppelliscano i morti, l’atto è rude e carico di una sacralità primitiva, anche grazie al linguaggio che restituisce la memoria dell’intero paese, riproducendone l’accento, le costruzioni ortografiche e lessicali, i paragoni concreti.

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