LA STANZA DI ELVIS/ Un libro (anzi tre) da un blog: l’avventura di Carlo Candiani

- Paolo Vites

E' un blog che viene aggiornato dal suo autore ormai da diversi anni. Adesso è anche un libro, ne sono già uscite tre edizioni: La stanza di Elvis

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È stato da poco pubblicato in esclusiva sulla piattaforma Amazon il terzo volume della collana “La stanza di Elvis”, versione cartacea dell’omonimo blog curato da Carlo Candiani (anche collaboratore de ilsussidiario.net), in cui si incontrano letteratura, saggistica e la grande musica pop rock nazionale e internazionale, con sorprendenti risultati.

Ma cosa c’entra Alessandro Manzoni con Bob Dylan?

… e Benedetto VI con Vasco Rossi?

… e Giovanni Testori con Bruce Springsteen?

… e Luigi Giussani con Enzo Jannacci?

… e Giacomo Leopardi con i Pink Floyd?

… e Flannery  O’Connor con Francesco De Gregori?

… e Giovanni Paolo II con Leonard Cohen?

… e Cormac McCarthy con Eric Clapton?

… e papa Francesco con gli U2?

… e Gilbert K. Chesterton con Giorgio Gaber?

Questi ed altri inediti “abbinamenti”, nella collana (per ora una trilogia) dal titolo “La stanza di Elvis”, in vendita esclusivamente su Amazon. In questi volumi  il lettore si potrà immergere in un percorso che incrocerà culture e storie diverse aprendo varchi, anche temporali, tra citazioni letterarie, articoli di giornale e canzoni del pop rock internazionale e del cantautorato italiano, creando un inaspettato crossover tra la parola scritta e la creazione musicale.

Scoprendo che è compito anche dell’arte, della parola e della musica intraprendere la sfida di fronte ad una realtà più grande, costringendoci ad aprirci ad una bellezza a volte dolorosa e piena di contraddizioni, in qualche modo sorprendente e libera dagli steccati ideologici.

Lo scrittore e saggista Giovanni Testori così scriveva sul “Corriere della Sera Illustrato” il 14 Luglio 1979: “Dove va la letteratura?  Credo che la domanda andrebbe corretta o convertita in quest’altra: dove va la parola? Poiché di questo si tratta. Chi abbia veramente (e non sperimentalmente) afferrata, amata, bestemmiata, ferita, piagata, distorta e strozzata la parola affinché potesse in qualche modo essere sé stessa e spremere da sé ancora un grido, una goccia o un baluginìo di luce pur nei funesti tempi  del suo presente abuso consumistico e ideologico (…) sa che ad essa resta solo una possibilità: quella di farsi umilmente carne e nello stesso tempo trapassare e portare quella carne verso il centro della sua origine, verso il centro della sua verità”.

Un monito ancora attuale agli scrittori di romanzi e alle personalità nel campo educativo, estensori di ponderati saggi sulla condizione umana e sul desiderio di felicità.

Lo stesso monito vale per chi scrive parole e compone la musica delle canzoni, che poi canta e che ascoltiamo alla radio, che scegliamo sulle piattaforme streaming, nei cd e vinili che compriamo, ormai non più in quei negozi specializzati nelle nostre città, luoghi fino a pochi anni fa in cui ci si incontrava per scambiarsi opinioni sull’ultimo prodotto del nostro artista preferito.

“Canzoni ideologiche le mie? No, per carità! Se si parte dall’ideologia per scrivere una canzone si sbaglia: bisogna partire da sé stessi . Io racconto me stesso, faccio un discorso esistenziale, cerco di chiarire l’impotenza totale dell’uomo che vive in una società capitalista. L’impotenza a lottare, a vivere, ad emozionarsi, ad amare, a realizzarsi.(…) Rifiuto le cosiddette canzoni ideologiche, perché quasi sempre sono brutte. Credo che le vere canzoni debbano parlare delle piccole cose, che poi, messe insieme, fanno le cose importanti.” Diceva Giorgio Gaber che già nella prima metà degli anni ’70 rifletteva sull’importanza della comunicazione popolare attraverso il suo (e di Luporini) rivoluzionario “Teatro Canzone”.

Gaber è un artista che spesso abbiamo trovato nelle pagine dei volumi precedenti de “La Stanza di Elvis” (e che troverete anche nelle pagine di questo volume). Come, per esempio, Francesco De Gregori:  “Prendo atto del fatto che i punti di riferimento non sono più quelli di una volta, la mia Treccani è in cantina, noi non siamo più neppure sicuri di sentirci occidentali, né magari fieri di esserlo (…) Nel disordine in cui ci troviamo ho l’impressione che sia venuta meno la leggibilità del mondo. Prendere atto di quello che sta accadendo, senza proclami, mi sembra l’atteggiamento più onesto che ho davanti. L’idea che io possa intervenire come artista per offrire delle soluzioni che umanamente non ho, mi sembrerebbe un’operazione violenta contro me stesso ed ancora più violenta nei riguardi di un eventuale ascoltatore (…) Non avverti l’eccesso di rumore che ci sovrasta? (…) Mi sento figlio un po’ bastardo dell’ Illuminismo, dell’umanesimo, di Omero, di Dante e perfino del cattolicesimo. Ho respirato tutto questo per sessant’anni e a questo mondo appartengo. Ho provato a percorrerlo a passo d’uomo. (…) Ho sempre cercato di non prescindere dalla durezza del mondo: dai tanti vinti della storia, più che dai vincitori (…) ma l’uomo non va mai perso di vista.” (Lunga citazione dell’artista romano tratta dal colloquio con Antonio Gnoli, in formato libro dal titolo “A passo d’uomo” Edizioni La Terza, 2016)

Ebbene, la piccola “operazione” de “La stanza di Elvis” sia aggiornandosi periodicamente nel blog  omonimo< che nella sua versione cartacea è proprio valorizzare l’umanità, quella ricerca di senso pur fra mille contraddizioni, che compositori e autori come, per esempio, Gaber e De Gregori esprimono nelle loro canzoni  sempre con grande sincerità e serietà.

Quella tensione che è presente nella frase citata più volte del pittore americano dell’Action Painting, Bill Congdon (che visse buona parte della sua vita matura fino alla morte in un monastero benedettino nelle campagne alle porte di Milano), che un giorno, incontrando il suo amico cantautore Claudio Chieffo, affermò: “Se una canzone non è una finestra aperta al Mistero, è solo rumore”.

Forse quel “rumore che ci sovrasta” a cui accennava De Gregori.

Ecco, l’importanza della composizione musicale: a che serve scrivere poesie se poi non rivestirle da una musica che esprima bellezza? Dice Claudio Chieffo, nel bel libro a cura di Paola Scaglione “La mia voce e le Tue parole” (Ares edizioni, 2018): “Era il natale 1988, ero a Praga per una serie di concerti clandestini (…) la situazione era abbastanza pericolosa (il regime era in un momento di grande pressione), mi portarono a vedere la casa dove aveva vissuto Mozart : e lo immaginavo passeggiare per quelle stanze,, magari svagato mentre gli facevano delle domande e lui non rispondeva, il cuore nella musica. E poi pensavo anche a tutti gli orchestrali (e ce ne sono tanti) che suonano solo per una passione inspiegabile e misteriosa: non avranno mai successo, ma hanno la musica dentro (…) mi domandavo cosa fosse questa musica. Questa musica è il desiderio di felicità che non si arresta.

Nella mia vita ho incontrato musicisti dalle provenienze e dalle culture più disparate, ma tutti, sempre e profondamente, hanno il desiderio di cercare Dio, di trovare Dio, di cantare Dio. Penso che i musicisti possano suonare di tutto, ma il loro compito più grande è cantare la bellezza di Dio”.

Aiutato da queste riflessioni e dalle citazioni degli scrittori e saggisti, il curatore spera che il lettore delle pagine di questi libri diventi anche un curioso ascoltatore delle canzoni del pop rock, scoprendole, via via che si completerà il percorso editoriale, alla ricerca di un porto sicuro per la propria umanità e per quella di tutti noi.

“La stanza di Elvis” , volumi Uno, Due, Tre

Euro 13 cad.

Venditore: Amazon.it

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