LA STRANEZZA/ Un omaggio a Pirandello e all’arte con un “anello debole”

- Emanuele Rauco

Toni Servillo, Ficarra e Picone sono i protagonisti del film di Roberto Andò che vede tra i protagonisti Luigi Pirandello

LaStranezza WEB1280 640x300.jpeg Una scena del film

Evidentemente Pirandello è una calamita per comici popolari desiderosi di ampliare il proprio pubblico e nobilitare il repertorio, visto che a Franco e Ciccio – che nel 1984 interpretarono La giara in un episodio di Kaos dei fratelli Taviani – rispondono quasi 40 anni dopo Ficarra e Picone, protagonisti de La stranezza, il nuovo film di Roberto Andò (presentato alla Festa del cinema di Roma) che non è tratto da un racconto di Pirandello, ma che lo scrittore siciliano ce l’ha tra i protagonisti.

Infatti, la storia è quella dello scrittore premio Nobel (interpretato da Toni Servillo) che da Roma torna in Sicilia per festeggiare il compleanno di Verga e presenziare al funerale della sua tata; nel paesino natale fa conoscenza con Onofrio e Sebastiano, due agenti delle pompe funebri e drammaturghi dilettanti che stanno cercando di fare il salto dalla commedia alla tragedia. Guardandoli, osservando la loro passione e le vite di chi li circonda, Pirandello creerà i Sei personaggi in cerca di autore.

Andò scrive, assieme a Massimo Gaudioso e Ugo Chiti, una sorta di film “dietro le quinte”, in cui il backstage di una messinscena teatrale con tutti i suoi inciampi, delusioni, problemi e colpi di genio diventa anche il retroscena della creazione di un capolavoro, permettendo agli sceneggiatori di tributare un omaggio a tutti coloro che sono guidati dalla musa dell’arte sia essa bassa o alta, perché parlano lingue simili, come mostra il finale in cui i due becchini guardano il capolavoro avanguardistico di Pirandello non capendolo, ma restandone affascinati.

E proprio quella parte finale ambientata a Roma durante la celebre prima del 1921 che finì in litigi e tafferugli da parte del pubblico è l’anello debole del film, che finisce per intellettualizzare in modo didascalico e pedante un gioco cerebrale che fino a quel momento era tenuto in bilico tra la dimensione farsesca e quella surreale, tra la leggerezza degli attori, la sottile vena grottesca e il lavoro critico sull’arte teatrale. Come se il regista, come Pirandello, si sentisse anche lui ingabbiato dall’immagine che gli spettatori hanno delle sue opere e non riuscisse a essere davvero lieve, a usare le risate e l’intelletto allo stesso momento. Eppure, la soluzione era sottomano: bastava rileggere o applicare il saggio L’umorismo, scritto dallo stessoPirandello.

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