REFERENDUM E TV/ Renzi e lo “stratega” di Obama che fa crescere il No

- Maestro Yoda

Il referendum del 4 dicembre è uno dei temi più dibattuti anche sui media, con Renzi che spadroneggia in televisione, ma non sui social network. Il commento di YODA

mrenzi_stampaR439
Matteo Renzi (LaPresse)

Solleticato dal rumore che giunge dalle italiche emittenti intorno al referendum, costituzionale, il vostro vecchio Yoda ha deciso di dedicare un po’ di tempo alla faccenda, anche incuriosito dagli errori di comunicazione che il giovane premier italiano, sedicente innovatore, sta commettendo dopo essere partito fortissimo. Errori che rischiano di allargare la forchetta tra i No in vantaggio sui Sì, che sta attualmente superando almeno i quattro punti secondo gli ultimi sondaggi. Si vocifera che Renzi abbia pagato 400.000 euro Jim Messina, lo stratega elettorale di Obama, che l’ha convinto a twittare a più non posso e a essere presente ovunque, su vecchi e nuovi media. Ma nonostante il fatto che Renzi abbia eseguito alla lettera i suoi consigli, la sua popolarità sta scendendo, e il divario tra il Sì e il No si allarga. Come mai? A costo di apparire banale, forse potrebbe bastare citare due antichi proverbi: “Il troppo stroppia” e “Chi di spada ferisce di spada perisce”. 

Perché la sovrabbondante presenza di tweet insieme allo strabordare da ogni tg e da ogni programma televisivo (di recente addirittura dalla copertina di Rolling Stone, con un davvero penoso strillo, “The Young Pop”!) avrebbe potuto trasformarsi in un trionfo se nel contempo Renzi fosse riuscito a raddoppiare il Pil e a dimezzare la disoccupazione. Dato che non è avvenuto, dato che quasi in ogni casa c’è un esodato, un disoccupato, un precario, e dato che in assenza di progetti strutturali di rilancio dell’economia molti provvedimenti governativi sono apparsi – anche con il senno di poi – dei pannicelli caldi, è del tutto evidente che affermazioni del tipo “L’Italia sta uscendo dalla crisi”, “Le famiglie italiane stanno meglio di prima”, creino prima incredulità e poi irritazione, soprattutto tra i più giovani. Proprio loro, poi, abituali frequentatori dei social network, oltre a essere i più allergici ai facili slogan, sono anche i più pronti a ribattere con ironia alle iperboli renziane. E non c’è più nulla di corrosivo di una ironia salace, capace di diventare rapidamente virale.

Con il senno di poi si comprende perchè Renzi abbia occupato la Rai con una mossa felina che ha preso tutti di contropiede: garantirsi l’avvallo dei tg e dei giornalisti oltretutto sempre pronti a fiutare l’aria che tira. Basta analizzare come sono impaginate le notizie, come le parole chiave della propaganda renzista vengano fatte percolare nei commenti e nei programmi, come siano modulati gli ospiti dei talk show per capire come mai, a sentire i sondaggisti, è il pubblico più anziano a propendere per il Sì. Perché è il pubblico che segue la Rai. E per capire come mai il pubblico più giovane sia quello che maggiormente propende per il No, nonostante l’alluvione di tweet e di post, basta fare proprio un giro su Facebook, dove il pubblico più giovane sembra essere quello più disposto a ragionare nel merito. 

Mentre i più adulti si scannano a base di “Bella compagnia, quella del No, con gli impresentabili D’Alema, Brunetta e De Mita” e di “Sareste forse meglio voi, in combutta con Verdini e Alfano”, i giovani avvertono la pericolosa inconsistenza di una riforma che un gran numero di costituzionalisti di vaglia tra cui più di dieci ex-presidenti della Corte Costituzionale ritengono pasticciata, mal scritta e addirittura dannosa. Sentirsi promettere che un simile pasticcio sarebbe la leva in grado di migliorare il loro futuro e quello del Paese, viene preso per quello che è: un insulto alla ragione. E così i consigli del suggeritore di Obama si trasformano ogni giorno di più in un vero e proprio boomerang. 

A vedere i video postati sulla rete, non esiste luogo in cui vada, approfittando di qualche inaugurazione o di qualche evento istituzionale, in cui Renzi non incontri una contestazione. Incontri dove non è infrequente che la polizia intervenga pesantemente su manifestanti armati di soli striscioni, e di cui naturalmente i tg filorenziani e i grandi giornali (così attenti in questi momenti di grave crisi ai finanziamenti del Dipartimento dell’editoria e agli investimenti pubblicitari delle grandi imprese di Stato…) non rendono affatto conto. Facendo incavolare ancora di più chi si è visto impedire l’accesso in università per esprimere il proprio dissenso o si è preso una manganellata in testa solo per aver esposto un manifesto contro la “buona scuola”. Tutta gente che ha amici, parenti, centinaia di followers, pronti a iscriversi al partito del No, insieme ai lavoratori a rischio dell’Ilva di Taranto, dei call center, e delle centinaia di aziende in gravi difficoltà.

Si dirà, ma che c’entra con il referendum costituzionale? C’entra, c’entra, perché è difficile dimenticare l’iniziale personalizzazione fatta da Renzi (“Se vince il No considererò finita la mia esperienza politica) e di conseguenza chi ritiene che Renzi non sia stato e non sia in grado di far uscire l’Italia dalla crisi pensa che bocciare il suo referendum sia un’ottima occasione per levarselo di torno.

Se il Premier crede di cavarsela dicendo “vorremmo fare di più, ma intanto…” (e giù a snocciolare successi e mance elettorali), sbaglia proprio strategia di comunicazione, perché dimostra di credere a un universo egoriferito e inventato apposta per se stesso, come la manifestazione di piazza del Popolo: nonostante lo sforzo organizzativo che ha pagato trecento tra treni e pullman, la piazza è stata riempita nemmeno per metà di svogliati sbandieratori che hanno applaudito forte soltanto una volta, mentre Renzi si sognava una folla sterminata e ovazioni simili a quelle per Mussolini. Ma con calcolatori e pianta della piazza alla mano, molti siti di news concordano nell’indicare una partecipazione che oscilla tra le sette e le quindicimila persona, mentre le autorità, guarda caso, non hanno dato cifre. Ma ligi al loro attuale “editore di riferimento” i tg della Rai hanno inquadrato sempre le prime file dal basso per non far vedere che il palco era piazzato molto avanti, che solo metà della parte rimanente della piazza era occupata, e con file molto larghe. 

Sul web hanno cominciato a passare di computer in computer e di cellulare in cellulare i video e le foto con la testimonianza inoppugnabile della piazza semivuota. In questo modo i pensionati che guardano la Rai si saranno confermati nella loro idea, ma un numero crescente di giovani si è convinto che un nuovo Grande Fratello li sta minacciando, ma non è quello di Canale 5. In questo Renzi si sta mostrando ben più vecchio di quello che vuole apparire, per la maniera antica di gestire i media, che oggi sono tutti collegati in maniera circolare tra loro. Non si possono più occupare e basta, occorre saperli modulare, dosando anche il contenuto a seconda del mezzo impiegato. 

C’è un’altra spiegazione del trend in crescita dei No. Renzi si è affrettato a occupare la Rai e ha spadroneggiato finché non vigeva la par condicio. A nulla sono valse le varie proteste e gli esposti fatti all’Agcom e alla Commissione Parlamentare di vigilanza per lo spropositato numero di minuti di presenza in video e in audio. Ma ora comincia a entrare in vigore la par condicio, e anche sulla tv pubblica si cominciano a sentire voci dissenzienti: il problema è che mentre la propaganda per il Sì è orchestrata direttamente da palazzo Chigi e dal Pd, i Comitati per il No sono 16 e per nulla coordinati, simili a una specie di armata Brancaleone. Così ai supporter del No non rimane che sperare negli autogol, che stanno cominciando ad arrivare, grazie a Mentana e ai faccia a faccia da lui gestiti. Renzi ci va volentieri a patto che si invitino quelli che lui ritiene vecchi barbogi, scelti accuratamente perché strutturalmente incapaci di controbattere ai suoi slogan e di sostenere i suoi tempi televisivi. Con l’ex-presidente della Corte Costituzionale Zagrebelsky è stato infatti un confronto impari, a favore di Renzi per gli effetti televisivi dei suoi solgan, e a favore di Zagrebelsky per la serietà delle sua argomentazioni, rilevate però solo dai più colti. Assai diversamente è andata con De Mita, a quanto pare suggerito dallo staff di Renzi perché ritenuto un vecchio rimambito, facile bersaglio come esempio di politico superato da rottamare in diretta. Con grande sorpresa, l’ottantottenne leader democristiano non si è fatto mettere sotto per niente, anzi più volte ha spinto Renzi all’angolo mettendolo in seria difficoltà. 

“Che tu occupi la Presidenza del Consiglio, è fuori discussione. Tu sei in ogni posto e in ogni luogo. Ma quando trovi il tempo per governare?”. Subito Renzi ha accusato l’inaspettato uppercut. De Mita ha continuato: “Tu non hai il diritto di parlare di moralità in politica, tu fai una gestione autoritaria. Hai fatto un partito dove parli da solo e le tue relazioni in direzione andrebbero scritte per vedere a che punto è arrivata la politica”. 

Renzi ha risposto con i suoi soliti slogan sul futuro, diventando nervoso e mostrandosi in palese difficoltà. Anche perché il vecchio leone non mollava, non si confondeva, non indugiava nemmeno nei suoi proverbiali “ragionamendi”. Sferrando poi il colpo finale: “Io non ho rabbia per te, ho solo pietà. Non sarò mai di quelli che cambiano partito. Sono nato e muoio democristiano, tu non so cosa sei”. 

Riascoltare più volte quelli che stanno diventando slogan consunti (“Chi è per il No vuole rubarci il futuro”, “Con la riforma l’Italia cambia passo e diventa più veloce”) fa capire che la propaganda renziana sta mostrando la corda e che i consigli di Messina – ancorché strapagati – si rivelano poco utili. D’altro canto ha già fallito con Cameron in Inghilterra e con Rajoy in Spagna: potrebbe essere vero che non esista un due senza il tre. 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori