Lamberto Sposini, come sta?/ Malore nel 2011, poi le cure: le sue parole sul Covid…

- Alessandro Nidi

Come sta oggi Lamberto Sposini? Il giornalista e presentatore fu colpito da un grave malore pochi istanti prima di andare in tv nel 2011

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Lamberto Sposini (Facebook)

Di Lamberto Sposini, storico conduttore televisivo, non si hanno notizie da un po’ di tempo. L’ultimo suo post su Instagram risale addirittura all’agosto del 2020, ma l’affezionato pubblico non ha mai smesso di seguirlo e di ricordarlo. Il presentatore, ormai quasi undici anni fa (era il 29 aprile 2011) fu improvvisamente colpito da un ictus seguito da emorragia cerebrale, a pochi secondi dall’inizio della puntata speciale della trasmissione “La vita in diretta”, imperniato sul matrimonio fra il principe William e Kate Middleton.

In tale circostanza, Lamberto Sposini fu ricoverato d’urgenza presso il policlinico “Gemelli” di Roma e successivamente venne operato per ridurre l’emorragia. Il 21 giugno 2011 i medici parlarono di miglioramenti nelle condizioni del giornalista, che uscì dalla terapia intensiva e l’11 luglio dello stesso anno venne trasferito nella clinica riabilitativa “Santa Lucia” a Roma, dove è rimasto fino al mese di novembre, quando fu spostato in una clinica in Svizzera. Da allora, dottori, ma anche familiari e amici non hanno più parlato, mantenendo uno stretto riserbo sullo stato di salute del giornalista.

LAMBERTO SPOSINI: QUELLE PAROLE SUL COVID…

Quattro anni dopo (19 marzo 2015) Lamberto Sposini cadde e si fratturò l’omero e, contestualmente, annunciò che non sarebbe più tornato in televisione. Ha recuperato nel contempo, come si vede sul suo profilo Instagram, la motricità e le facoltà cognitive, ma presenta afasia e agrafia, che gli hanno impedito di tornare a svolgere il suo mestiere.

Hanno colpito molto, nel febbraio 2020, le parole di Lamberto Sposini, pubblicate proprio sui social media e dedicate alla pandemia di Covid-19, estrapolate da una riflessione di Errico Buonanno: “Manzoni non l’aveva vista, la peste, ma aveva studiato documenti su documenti. E allora descrive la follia, la psicosi, le teorie assurde sulla sua origine, sui rimedi. Descrive la scena di uno straniero (un ‘turista’) a Milano che tocca un muro del duomo e viene linciato dalla folla perché accusato di spargere il morbo. Ma c’è una cosa che Manzoni descrive bene, soprattutto, e che riprende da Boccaccio: il momento di prova, di discrimine, tra umanità e inumanità. Boccaccio sì che l’aveva vista, la peste. Aveva visto amici, persone amate, parenti, anche suo padre morire. E Boccaccio ci spiega che l’effetto più terribile della peste era la distruzione del vivere civile. Perché il vicino iniziava a odiare il vicino, il fratello iniziava a odiare il fratello, e persino i figli abbandonavano i genitori. La peste metteva gli uomini l’uno contro l’altro. Lui rispondeva col Decameron, il più grande inno alla vita e alla buona civiltà. Manzoni rispondeva con la fede e la cultura, che non evitano i guai ma, diceva, insegnavano come affrontarli. In generale, entrambi rispondevano in modo simile: invitando a essere uomini, a restare umani, quando il mondo impazzisce”.



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