LAVORO E BANKITALIA/ I “moniti” di Visco su formazione e ricollocamento

- Giuliano Cazzola

Nelle Considerazioni finali pronunciate ieri, Visco ha parlato anche dell’occupazione e delle scelte necessarie in tema di lavoro

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Il tradizionale appuntamento con le Considerazioni finali del Governatore della Banca d’Italia rappresenta l’occasione in cui il Governo si sente sotto esame ed è consapevole di quanto sia importante quel giudizio per la sua attività futura e, soprattutto, per la credibilità acquisita per l’azione compiuta fino a quel momento. Per Mario Draghi, poi, le Considerazioni di via Nazionale rappresentano una sentenza emessa da una sorta di Tribunale dei pari, il solo legittimato a pronunciarsi su di una personalità del suo rango. 

Certo, lo sguardo di Ignazio Visco si proietta su di un orizzonte più vasto al cui interno è compreso tutto il 2020 (le Considerazioni dello scorso anno avevano già guardato avanti) e osserva la linea di condotta di un precedente Governo la cui azione ha coperto per intero quel periodo. Ma leggendo il testo si riceve comunque l’impressione che si ritenga chiusa una fase e che l’attuale Governo di larghe intese sia considerato il protagonista di un nuovo inizio che prende le mosse sia dall’accelerato programma di riaperture (il miglior contributo alla ripresa economica, come disse Draghi), sia dalle speranze connesse all’avvio del Pnrr. 

Se l’anno scorso il contributo più importante e innovativo del Governatore riguardò l’elencazione dei punti di forza di cui il nostro Paese, nonostante tutto, ancora disponeva per affrontare le sfide che lo attendevano, inviando così un segnale di speranza in un contesto dominato dalla paura e dalle sfiducia, il discorso di ieri dà il senso di una condizione di transizione non ancora conclusa, ma in cammino verso obiettivi definiti e consapevoli. 

Lo scorso anno, quando Visco lesse le sue Considerazioni finali incombeva la “variabile indipendente” del contagio. Oggi disponiamo di un’arma in più: i vaccini. Anche se il Governatore non affronta direttamente il problema al centro del confronto tra il Governo e i sindacati (il superamento del blocco dei licenziamenti), Visco guarda oltre. Per lui è un tema che è ormai alle nostre spalle. E su questo delicato aspetto viene in soccorso la Relazione, dove nel complesso si valuta che, nel 2020, i posti di lavoro del settore privato non agricolo tutelati per l’effetto combinato dell’estensione della Cig, dei vincoli ai licenziamenti e delle altre misure del Governo siano stati circa 440.000. 

Secondo i dati delle comunicazioni obbligatorie del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, i licenziamenti effettuati nel 2020 nel settore privato non agricolo sono stati circa 240mila in meno rispetto a quelli del 2019, cui vanno aggiunti circa 200mila ulteriori licenziamenti che, sulla base delle stime dell’Istituto, sarebbero stati determinati dalla recessione in assenza di misure di sostegno. In prospettiva, nel valutare l’impatto del blocco dei licenziamenti, va però considerato anche come il minor turnover abbia influenzato la dinamica delle assunzioni e quindi le possibilità di impiego di chi rientra nel mercato del lavoro o vi si affaccia per la prima volta. Non a caso, per quanto riguarda le politiche del lavoro, il Governatore ha ripreso e ampliato un concetto già contenuto nell’intervento di Mario Draghi, il 17 febbraio, nel dibattito sulla questione di fiducia. 

“Una delle principali questioni che si porranno riguarderà le condizioni – ha sottolineato Visco – per facilitare il reimpiego dei lavoratori attualmente occupati nelle attività destinate a ridimensionarsi. In questo contesto sarà necessario mantenere il sostegno a chi perde il lavoro. Andranno corrette le importanti debolezze nel disegno e nella copertura della rete di protezione sociale che permangono nonostante le riforme degli ultimi anni; la pandemia le ha rese manifeste, richiedendo l’adozione di interventi straordinari. Proprio la pluralità dei nuovi interventi che si sono resi necessari ha evidenziato carenze nella rete di protezione sociale, amplificate dall’eccezionalità dello shock; la variabilità dei requisiti per l’ottenimento dei benefici introdotti dai diversi decreti al di fuori di un disegno complessivo, per evidenti ragioni di urgenza, ha creato disparità di trattamento; seppure temporaneamente, è aumentata la frammentazione di un sistema storicamente poco universalistico”.

“Siamo inoltre ancora lontani – ha proseguito – dalla definizione di un moderno sistema di politiche attive, in grado di accompagnare le persone lungo tutta la vita lavorativa: in Italia un disoccupato su dieci riceve assistenza attraverso un centro per l’impiego, contro sette su dieci in Germania. Non è solo una questione di risorse stanziate, da noi comunque modeste; si tratta soprattutto di innalzare e rendere più omogenei sul territorio gli standard delle prestazioni fornite dalle diverse strutture. Occorrerà, in particolare, rafforzare la formazione interna alle aziende ed elevare conoscenze e competenze, anche nell’uso delle nuove tecnologie, ancora largamente inadeguate. L’esigenza di innalzare ciò che gli economisti sintetizzano con l’espressione, certamente riduttiva, di capitale umano è una questione da lungo tempo richiamata e che considero assolutamente centrale per il nostro Paese. Istruzione e cultura sono fondamentali per garantire una partecipazione attiva alla vita sociale ed economica, rafforzare il rispetto delle regole, promuovere il consolidamento di valori comuni. Da una formazione adeguata dipende la possibilità per le imprese di fare leva su lavoratori e dirigenti qualificati. Dalla qualità complessiva del sistema dell’istruzione e di quello della formazione dipende la possibilità di accelerare l’inserimento nel mercato del lavoro e di favorire il miglioramento delle conoscenze lungo l’intera vita lavorativa”.

“In Italia oltre 3 milioni di giovani – ecco la denuncia del Governatore – tra i 15 e 34 anni non sono occupati, né impegnati nel percorso di istruzione o in attività formative. Si tratta di quasi un quarto del totale, la quota più elevata tra i paesi dell’Unione europea. Se ne deve tener conto – è il monito conclusivo – nel ridefinire le priorità per lo sviluppo economico e sociale e nel dirigere l’impegno verso la costruzione di una economia davvero basata sulla conoscenza, il principale strumento a disposizione di un Paese avanzato per consolidare e accrescere i livelli di benessere”. 

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