LAVORO E NUOVO GOVERNO/ Quattro mosse per rilanciare l’occupazione

- Massimo Ferlini

Politiche attive, formazione, apprendistato e lavoro 4.0: bisogna ripartire da qui. Senza dimenticare sostegno agli investimenti e alla domanda di consumi

Centri per l'impiego
Lapresse

Il nuovo governo è in corso di formazione. Sulla carta, anche gli osservatori meno favorevoli, trovano però nella sensibilità sociale uno dei principali punti di convergenza fra le forze politiche principali che si sono dichiarate disponibili a formare una maggioranza.

Se ciò risulterà vero, lo potremo valutare sulla base delle linee programmatiche che verranno presentate sul tema del lavoro. La sensibilità sociale dovrebbe, in realtà, portare il tema lavoro e occupazione come obiettivo prioritario, ma ciò per ora non appare come una priorità nelle dichiarazioni programmatiche.

Ricordiamo, allora, a chi sta impegnandosi sui temi programmatici che il 2019, per quel che ne resta ancora, sarà un anno completamente piatto dal punto di vista occupazionale. I provvedimenti presi – decreto dignità, quota 100 e reddito di cittadinanza – non hanno avuto effetti sui saldi occupazionali.

Quota 100 non ha creato nessun effetto sostituzione sui posti che si sono liberati. Già la maggioranza di questi sono risultati nella pubblica amministrazione e quindi, ammesso che vi sia la volontà e le risorse per coprirli, passeranno i mesi (o anni) necessari allo svolgimento dei concorsi. Per quanto riguarda il privato avranno un impatto teorico di 1 a 3, ulteriormente frenato da quelle imprese che hanno usato quota 100 per liberarsi di manodopera in alternativa alla cassa integrazione.

Il reddito di cittadinanza lo si è voluto impostare anche come politica occupazionale con il risultato che un’ingegnerizzazione farlocca ha per ora creato solo il posto di lavoro per i navigator (per altro con contratti a termine).

Il decreto dignità è l’unico provvedimento che ha inciso direttamente sul mercato del lavoro, ma ha avuto un effetto perverso. Vi è stato un effetto positivo nell’aumento dei contratti a tempo indeterminato, ma il calo di occupati con contratti a termine (fra calo dei somministrati e mancati rinnovi) ha portato il saldo totale a essere negativo.

Se i 14 mesi passati non hanno contribuito per nulla a migliorare le politiche per l’occupazione, anche lo stato dell’economia non ha contribuito, e non contribuirà, nel breve periodo, a una ripresa occupazionale.

Il clima complessivo vede l’inizio di un calo della domanda totale di beni, causata dallo scontro internazionale sui dazi e dai limiti di espansione della domanda mondiale con l’inizio di una recessione che potrebbe diventare a breve una nuova crisi globale.

Anche in Italia i segnali cominciano a essere visibili. Nel mese di luglio il ricorso alla cassa integrazione è aumentato del 50% rispetto all’anno passato.

Nello stesso periodo sono calati di circa il 10% medio gli ordini nel settore industriale manifatturiero. A ciò si aggiunga che la somministrazione di lavoro a livello europeo negli ultimi mesi ha registrato ovunque una contrazione a due cifre.

Sono tutti segnali che indicano come si stia profilando un periodo di grandi difficoltà per l’economia nazionale ed europea.

Ricordiamo ancora una volta che la risposta per creare nuova occupazione non può che venire da una politica economica e fiscale che favorisca investimenti pubblici e privati e sostenga la domanda di consumi. La politica del lavoro può intervenire per fare incontrare, nel tempo minore possibile, domanda e offerta di lavoro, cercando così di non lasciare nessun posto di lavoro disponibile senza copertura.

Per questo bisogna recuperare l’anno e più perso e rimettere in moto le politiche attive del lavoro come disegnate dal Jobs act. Torniamo a separare politiche di lotta alla povertà e all’esclusione sociale dalle politiche attive per la ricollocazione.

L’obiettivo di far uscire dalla povertà i tanti soggetti coinvolti, talvolta per ragioni sociali e non solo economiche, non esclude l’obiettivo di un inserimento lavorativo, ma sono percorsi che richiedono strumenti particolari da abbinarsi alle politiche attive del lavoro per la ricollocazione.

La rete dei centri per l’impiego va potenziata e messa in rete con le Agenzie private per il lavoro affinché la rete dei servizi possa attivarsi nel più breve tempo possibile, realizzando una rete efficace e in grado di coprire tutto il territorio nazionale.

Mentre si rilanciano le politiche attive, si torni anche a mettere al centro dell’iniziativa per il lavoro quanto era stato solo timidamente avviato dai governi Pd e poi frenato del governo sovranista nel campo della formazione.

Un segnale importante è tornare a dare centralità culturale e risorse all’esperienza dell’alternanza scuola lavoro, che è stata di fatto bloccata da un’inspiegabile e insensata idea di un ministro all’Istruzione di cui non sentiremo la mancanza.

Ma oltre a ciò va ricordato che le imprese denunciano sempre più il mismatch esistente fra skills richieste e formazione fornita dai percorsi scolastici.

Da qui deriva la priorità da assegnare all’apprendistato di primo e terzo livello perché, con il potenziamento del sistema duale, diventino canali privilegiati per gli inserimenti e reinserimenti lavorativi.

A ciò si aggiunga un piano di formazione straordinario per il lavoro 4.0 che richiede skills professionali aggiornate e una crescita di lavoratori con formazione di alto profilo.

Si mobilitano le forze sociali e i fondi interprofessionali perché in un piano straordinario si formino un milione di nuovi lavoratori per chiudere il mismatch rilevato attualmente. Non lasciare posti di lavoro scoperti deve diventare un obiettivo di tutti.

Sono solo appunti in attesa di vedere le linee di governo nei prossimi giorni, ma utili per misurare se il lavoro sarà posto al centro della prossima stagione politica.

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