Ma non sbagliano solo i lavoratori

La vicenda Fiat ha illustrato come il sistema italiano delle relazioni industriali vada fortemente ripensato, in particolare per risolvere tre nodi critici

04.03.2011 - Emilio Colombo
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Immagine d'archivio

La vicenda Fiat ha illustrato come il sistema italiano delle relazioni industriali vada fortemente ripensato. A ben vedere, nessuna delle due parti esce dal confronto come chiaro vincitore: il sindacato mostra una forte spaccatura interna che divide la Fiom dalle altre rappresentanze, la Fiat d’altro canto non può certo vantarsi di una vittoria ottenuta con un margine risicato, grazie peraltro al fondamentale apporto dei cosiddetti “colletti bianchi” a favore dell’accordo che tuttavia aveva conseguenze solo per i “colletti blu”.

Le radici di questa crisi sono profonde e toccano alcuni snodi cruciali del nostro sistema produttivo e di relazioni industriali. Il primo snodo è relativo alla rappresentanza sindacale. Il sistema attuale favorisce i grandi sindacati nazionali, che tuttavia hanno una rappresentanza sempre più scarsa, soprattutto tra i giovani, inoltre la rappresentatività delle sigle varia considerevolmente da settore a settore. Emerge sempre di più la necessità di rafforzare il secondo livello di contrattazione, quello aziendale, che permetterebbe a imprese e sindacati di affrontare con maggiore incisività le sfide poste dalla situazione economica attuale.

Risulta evidente che, anche all’interno di settori industriali omogenei, le singole imprese abbiano esigenze e problematiche estremamente diverse che richiedono spesso soluzioni diverse. Per rimanere all’esempio Fiat, all’interno del settore metalmeccanico ci sono imprese in cui i sindacati hanno firmato contratti caratterizzati da condizioni lavorative migliori così come frequenti casi di imprese in cui sono stati siglati contratti con condizioni di lavoro più pesanti di quelli concordati nell’azienda torinese. È giusto e opportuno che il livello di contrattazione aziendale vada sempre più valorizzato, pur nei limiti e nelle regole del contratto nazionale.

Il secondo snodo ha a che fare con la gestione imprenditoriale. È evidente a tutti che non è possibile addossare sul mercato del lavoro (inteso come regole, sindacati, ecc.) la sola responsabilità della scarsa produttività del nostro sistema industriale. Una buona responsabilità è in capo anche al sistema imprenditoriale che spesso cerca rifugio in investimenti in settori protetti dalla concorrenza, che è caratterizzato da un basso tasso di investimento in ricerca e sviluppo e che ha forti difficoltà a “fare rete” per permettere alle imprese di piccole dimensioni (la stragrande maggioranza nel nostro Paese) di affrontare con maggiore incisività le sfide poste dalla concorrenza internazionale.

 

Anche in questo, il caso Fiat è paradigmatico: il successo del modello tedesco da molti invocato in realtà non dipende tanto dal fatto che in Germania il costo del lavoro sia particolarmente basso, quanto dal fatto che l’industria tedesca dell’auto ha saputo investire negli anni in innovazione e qualità del prodotto fino a divenire il quasi monopolista nelle auto ad alto valore aggiunto. Si pensi che il margine dei profitti sui ricavi per la Fiat è inferiore al 2%, meno della metà di quello di Volkswagen e meno di un terzo di quello di Bmw. La prova del nove viene dalla Ferrari, marchio ad altissimo valore aggiunto che da solo conta per quasi il 30% del risultato operativo di Fiat auto, pur rappresentando solo il 6% del fatturato.

 

Producendo auto a basso valore aggiunto (quelle di categoria medio-piccola), Fiat si trova con un margine estremamente limitato dove il costo del lavoro diviene decisivo. La situazione di Fiat è in questo caso sostanzialmente figlia di scelte infelici fatte negli anni ‘80 e ‘90 che ora manifestano tutti i loro effetti avversi.

Il terzo snodo ha a che fare con le politiche. Il rilancio dell’economia Italiana non può passare solo dal trattenere le imprese che minacciano di andarsene (vedi ancora il caso Fiat), ma deve necessariamente passare per l’attuazione delle politiche che favoriscano l’attività imprenditoriale tout court sia essa di provenienza estera, sia essa genuinamente domestica. Anche in questo ambito vi è molto da fare. Basti pensare al fatto che negli ultimi venti anni i diversi governi che si sono susseguiti hanno sottolineato la necessità di dare priorità all’innovazione, alla crescita, alla semplificazione legislativa, alla riduzione del cuneo fiscale, ecc.., e queste riforme saranno ancora le priorità della prossima campagna elettorale di entrambi gli schieramenti.

 

Per superare questi snodi occorre il contributo di tutte le parti sociali che con responsabilità e, soprattutto, avendo a cuore il bene comune e non il proprio interesse di parte si mettano in gioco affinché la nostra economia ritorni a essere non solo altamente produttiva, ma anche un ambiente fertile per l’attività imprenditoriale, che offra possibilità di lavoro adeguate alle aspettative dei giovani. La storia delle relazioni industriali italiane mostra che in altri momenti non meno drammatici ciò è stato possibile.

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