LAVORO/ C’è una flessibilità che batte il precariato

La vera flessibilità è capace di portare innovazione, di aumentare la produttività, riuscendo a collegare, spiega FRANCESCO SANSONE, il capitale umano con quello finanziario

05.04.2011 - Francesco Sansone
Freccette_Bersaglio_CentroR400
Foto Fotolia

Una definizione di flessibilità, comunemente accettata dagli economisti, è la capacità di adattamento al cambiamento dovuto: all’accelerazione del progresso tecnico; alla variazione nella struttura del mercato dei prodotti; alla variazione nella struttura del mercato del lavoro. Per comprendere la centralità della flessibilità nel contesto attuale è decisivo considerare le ragioni fondamentali che stanno definendo e attuando il passaggio dall’economia della società industriale avanzata old economy alla cosiddetta new economy o knowledge economy, la cui crescita dipende sostanzialmente dalla diffusione e divulgazione delle conoscenze e dalla loro utilizzazione manageriale per lo sviluppo della globalizzazione dei mercati.

I nuovi mezzi di comunicazione permettono infatti di distribuire e condividere connettivamente conoscenza tra imprese ed enti pubblici e privati, entro una struttura informativa e cognitiva correlata in networks di partenariato di impresa, nell’ambito dei quali si sviluppano gradi di elevata complessità e di ampia velocità di trasformazione dell’organizzazione delle conoscenze. Inoltre, nell’attuale fase della rivoluzione industriale caratterizzata dall’affermazione e diffusione delle “nuove tecnologie”, fondate sulla microelettronica e sulla telematica, s’impone un perseguimento accelerato e su larga scala del progresso tecnico in senso lato (innovazioni di prodotto e di processo, sviluppo organizzativo, economie di scala) con effetti rilevanti sulle strutture produttive in termini di relazioni quantitative e qualitative tra prodotto e fattori produttivi.

In questo contesto, emergono effetti importanti in termini d’esigenze di flessibilità, intesa come capacità mentale e comportamentale di adattamento al e di perseguimento efficace della produttività. La flessibilità mentale e comportamentale dipende, infatti, soprattutto dall’abilità delle persone di apprendere nell’intero arco della loro vita, lifelong learning, generando nuova conoscenza e modelli organizzativi in grado di valorizzarla, learning organization. La flessibilità, e in particolare il pensiero flessibile, si può esemplificare nella capacità d’innovazione generata dalla persona, nell’adattamento alle nuove realtà dinamiche del cambiamento, nella capacità di creare e di imparare da successi e insuccessi. Infine, la capacità di concretizzare, di trasformare un’idea in un prodotto o un servizio.

Il pensiero flessibile, quale capacità di pensare utilizzando tutti gli strumenti cognitivi a disposizione della persona, ricorrendo a categorie diverse in funzione degli interlocutori e delle situazioni, determina la soluzione dei problemi complessi, ovvero quelli caratterizzati da un insieme di fatti e informazioni apparentemente non correlati tra loro e che richiedono l’applicazione degli strumenti logici e di analisi critica, ma anche intuitivi ed emotivi, per la gestione efficace della complessità relazionale. Il pensiero flessibile rappresenta il vero link tra il capitale umano e il capitale finanziario, in quanto mostra la capacità di realizzare prodotti o servizi da idee e processi, generando valore per l’impresa. (crf. F. Sansone, Il Pensiero flessibile, Franco Angeli, 2008, II edizione.)

Nella convinzione che la mente umana sia il punto di partenza e di arrivo di ogni innovazione, sarà decisivo per battere la precarietà, mettere in atto un appropriato assetto formativo sul pensiero flessibile, superando il management skill shortage su questa importante competenza per lo sviluppo di una nuova economia guidata dalla conoscenza connettiva.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori