IDEE/ Così l’umorismo aumenta la produttività e riduce i conflitti

- Francesco Sansone

Secondo FRANCESCO SANSONE, l’umorismo, all’interno della vita aziendale, può rivelarsi un importante competence attitude, che incrementa la capacità negoziale e di risolvere i problemi

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Sorridere, anche delle proprie difficoltà, consente di affrontare con più serenità le avversità e le sfide quotidiane. L’utilizzo dello humour nell’attuale contesto aziendale, caratterizzato da complessità, incertezza e velocità del cambiamento, stempera le tensioni, aumenta la capacità di risolvere i problemi, incrementa la produttività e facilita lo spirito di squadra.

L’umorismo si rivela una importante competence attitude e anche nella gestione dei conflitti sembra essere un alleato prezioso. Un messaggio proposto in maniera umoristica, infatti, è percepito come meno aggressivo, conservando comunque intatto il significato originario. Lo humour dimostra di essere efficace anche nella negoziazione: una richiesta o un cambiamento ha più probabilità di essere accolta se proposta in modo umoristico. Ma chiamare in causa l’umorismo non significa invitare i manager a raccontare barzellette, magari nell’introdurre una riunione importante o nel corso della pausa caffè. Il discorso è più impegnativo e riguarda l’insieme degli atteggiamenti vincenti per una leadership responsabile.

Credo che la migliore spiegazione del concetto di umorismo sia dovuta a Luigi Pirandello, che vi dedicò un saggio la cui “seconda edizione aumentata” venne pubblicata nel 1920. Per Pirandello “l’umorismo consiste nel sentimento del contrario, provocato dalla speciale attività della riflessione che non si cela, che non diventa, come ordinariamente nell’arte, una forma del sentimento, ma il suo contrario, pur seguendo passo passo il sentimento come l’ombra segue il corpo… l’umorista bada al corpo e all’ombra, e talvolta più all’ombra che al corpo; nota tutti gli scherzi di quest’ombra, com’essa ora s’allunghi ed ora s’intozzi, quasi a far le smorfie al corpo, che intanto non la calcola e non se ne cura”.

Il ruolo dell’umorismo non è quindi quello di esprimere un sentimento, ma di suscitare il sentimento del contrario; esso nasce da una riflessione che associa a un’immagine il suo contrario. Tuttavia lo humour ha bisogno di tempi giusti, non si deve mai esagerare né perdere di vista il senso del rispetto, bisogna usare lo spirito adeguato e assicurarsi che sia comprensibile da tutti; certo è che la leadership dei manager che utilizzano lo humour ne esce rafforzata rispetto a quella di chi non lo usa. Per molte aziende l’approccio “easy” al cliente, sia interno che esterno, è già un must e leva fondamentale della formazione del personale.

Così, la capacità di gestire una vena di umorismo all’interno dei rapporti di lavoro non serve solo a stemperare la tensione in qualche momento critico, ma può essere ancora di più, come quando per questa via si arriva a confrontarsi più intensamente con la realtà. A superare quei meccanismi di difesa che impediscono di ascoltare i segnali deboli o forti che vengono dal mercato, dai clienti, dai concorrenti. L’umorismo può essere risorsa importante proprio in quei contesti aziendali che sono impegnati in difficili processi di cambiamento, dove è forte l’esposizione a diverse forme di lotta, dove è difficile realizzare un disegno coerente, dove molteplici identità sono in perenne conflitto.

Nell’attuale complessità, non è possibile perseguire l’innovazione e il cambiamento con efficacia puntando solo sulla forza di una visione ideale, su idee guida sostenute da un discorso logico, coerente e razionale. L’innovatore, l’agente del cambiamento deve evitare con cura le trappole in cui cade il personaggio di Don Chisciotte di Cervantes, che può essere considerato uno dei grandi esempi della letteratura umoristica.

Già Pirandello coglieva nelle vicende del cavaliere errante le molte comicità, rappresentate dal “sentimento del contrario”. Cervantes esprime infatti in questo personaggio la riflessione offerta dalla sua stessa esperienza di vita, di come, dopo essere stato eroe a Lepanto e aver coltivato sogni generosi, “affrontando nemici e rischi d’ogni sorta per cause giuste e sante”, si era ritrovato scomunicato, truffato e infine rinchiuso un oscuro carcere della Mancia. Da questa riflessione amara nasce il Don Chisciotte, vittima coraggiosa e di animo nobilissimo, ma inconsapevole, di un’idealità cavalleresca “che non poteva più accordarsi con la realtà dei nuovi tempi”. E il “bisogno del reciproco inganno” nelle relazioni della vita sociale è colto come una conseguenza della debolezza dei soggetti, tanto più sentita quanto più difficile è la lotta per la vita: “a simulazione della forza, dell’onestà, della simpatia, della prudenza, in somma, d’ogni virtù, e della virtù massima della veracità, è una forma d’adattamento d’un abile strumento di lotta”.

Il manager dotato di umorismo coglie subito queste varie simulazioni della lotta per la vita, si diverte a smascherarle e non se ne indigna.

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