Outplacement obbligatorio e politiche attive per rilanciare il lavoro

È sempre più evidente che è proprio attraverso l’efficienza del mercato del lavoro che può crescere anche la sua efficacia, tanto per le persone che per le aziende

19.04.2013 - Stefano Colli-Lanzi
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Davvero una brutta vicenda. Non bastavano, infatti, i dati recentemente diffusi dal ministero del Lavoro, secondo i quali nel 2012 i licenziamenti hanno superato quota 1 milione, con 330 mila persone che hanno perso il posto solo nell’ultimo trimestre: a tutto ciò si aggiunge ora la drammatica necessità di finanziare a brevissimo la cassa integrazione in deroga, che coinvolgerebbe circa mezzo milione di persone. E questo proprio quando, finalmente, risulta sempre più chiaro a tutti che riqualificare professionalmente i lavoratori disoccupati attraverso appropriate politiche attive è davvero decisivo per riequilibrare e sviluppare il nostro Sistema, generando nuovo valore attraverso forme di  lavoro produttivo.

È infatti sempre più evidente che è proprio attraverso l’efficienza del mercato del lavoro che può crescere anche la sua efficacia, tanto per le persone che per le aziende: le prime potrebbero così trovare più facilmente un posto di lavoro o ottenere uno stipendio migliore, le seconde potrebbero disporre di collaboratori più adeguati. Per questo è assolutamente decisivo che non si retroceda dalla strada, sinora un po’ troppo timidamente indicata, di una massiccia iniezione di politiche attive del lavoro nel nostro Sistema.

Ma vediamo insieme perché, a nostro avviso, le politiche attive risultano essere così decisive nell’attuale contesto. Le ragioni sono in effetti molteplici: in primis perché costituiscono  una modalità che corrisponde adeguatamente alle esigenze delle persone coinvolte nell’affronto del problema occupazionale. E questo sia nel breve termine, che, soprattutto, collocandosi da subito all’interno di una logica capace di creare condizioni abilitanti per il medio-lungo termine. Le politiche attive tengono infatti insieme entrambe le dimensioni: facilitano veloci inserimenti professionali e costruiscono le condizioni di una maggiore impiegabilità nel tempo.

Occorre tra l’altro ben comprendere che per tornare a generare valore con il proprio lavoro è spesso indispensabile formarsi in modo davvero mirato alle posizioni lavorative richieste dal mercato, reinserendosi in tal modo, a pieno titolo, tra le professionalità utili alle aziende. Inoltre, essere supportati nella riattivazione professionale rende spesso possibile “far ripartire” la persona anche dal punto di vista psicologico e delle energie personali, contribuendo alla creazione di un futuro migliore e a una più chiara riscoperta delle proprie competenze e inclinazioni.

Ma la sfida che le politiche attive pongono è rivolta anche alle imprese e allo Stato. E questo, soprattutto culturalmente, si configura come un passaggio cruciale nel nostro Paese: forse addirittura un’opportunità che la crisi – davvero drammatica in queste proporzioni – offre a tutti noi. Ciò che, infatti, le politiche attive richiedono alle persone in termini di capacità di investire su se stesse, lo domandano, non di meno, al nostro sistema imprenditoriale e allo Stato. Si tratta dunque di ritrovare la capacità di investire, formare, generare valore, comprendere le priorità fondamentali nell’utilizzo delle scarse risorse disponibili. Investire significa infatti non accontentarsi di risolvere in qualche modo un problema nel breve ma porre, piuttosto, tutte le condizioni necessarie per far fronte efficacemente alle sfide che la realtà pone, in una logica di costruzione di valore per sé e per tutti che tenga nel tempo.

Per le aziende questo vuol dire innanzitutto non limitarsi a cercare scorciatoie assistenzialistiche ma agire sulla formazione delle persone, sulla sostenibilità del proprio modello di business e sullo sviluppo delle soluzioni offerte al mercato. Per lo Stato significa non limitarsi a politiche di sostegno passivo del reddito o delle imprese e perseguire fino in fondo percorsi attivi capaci di generare sviluppo a ogni livello. Sarebbe a questo proposito assolutamente auspicabile che i servizi di ricollocazione professionale, conosciuti anche come outplacement, venissero resi obbligatori per le aziende che licenziano. Un tale provvedimento potrebbe tra l’altro portare a un risparmio per lo Stato di quasi un miliardo di euro l’anno, grazie all’abbassamento dei tempi di reinserimento lavorativo che oggi, per l’outplacement, sono di circa 6-8 mesi.

Per tutte queste ragioni consideriamo le politiche attive in generale e l’outplacement in particolare un tema prioritario dell’agenda di qualsiasi futuro Governo: da questo punto di vista la Riforma Fornero ha iniziato un percorso di avvicinamento al tema, che tuttavia va proseguito e completato con maggiore forza, ad esempio dando finalmente vita al previsto “tavolo sulle politiche attive” e portando a livello nazionale le iniziative di quelle Regioni e Province che si sono mostrate efficaci. A questo proposito va detto che le Agenzie per il lavoro non solo sono un soggetto capace, già oggi, di collaborare positivamente con la Pubblica amministrazione nella realizzazione delle politiche attive, ma costituiscono esse stesse una forma di politica attiva, proprio a motivo del loro lavoro che, oltre a intermediare capillarmente domanda e offerta, garantisce alle persone la massima sicurezza ed employability e, alle aziende, una preziosissima flessibilità nell’utilizzo di risorse competenti, concorrendo in tal modo alla crescita dell’occupazione e alla generazione di valore per l’intero Sistema.

Attenzione: tutte le parti sono d’accordo sulla strada da compiere? Sembrerebbe proprio di sì. Non vorremmo però che, proprio ora, si dovesse assistere – in questo strano Paese – all’ennesimo, deleterio, ripensamento. Non vorremmo cioè che, scattato il drammatico allarme per cui occorrerà destinare con urgenza nuove risorse al finanziamento della cassa integrazione, ci si limitasse, raschiando il fondo del barile, ad affrontare questo tema, sottraendo in tal modo ogni residua risorsa a ciò che sarebbe invece necessario costruire, deviando così – ancora una volta – dalle vere priorità. E finendo per consegnare, irresponsabilmente, un ulteriore problema alle future generazioni. Meglio pensarci bene.

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