DISOCCUPAZIONE GIOVANILE/ Così Renzi rischia di aumentarla (ancora)

Per MICHELE TIRABOSCHI, la riforma di Renzi si concentra sul lavoro dipendente, ma dimentica il futuro, cioé le nuove tecnologie, i cambiamenti demografici e il lavoro autonomo

01.10.2014 - int. Michele Tiraboschi
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La disoccupazione giovanile in Italia ad agosto ha toccato il record del 44,2%, in aumento dell’1% rispetto a luglio e del 3,6% rispetto all’agosto 2013. È quanto emerge dalle rilevazioni Istat pubblicate ieri, da cui risulta che a soffrire della mancanza di lavoro sono soprattutto i giovani tra i 15 e i 24 anni. La disoccupazione complessiva ad agosto risulta pari invece al 12,3%, con una diminuzione dello 0,3% rispetto a luglio e dello 0,1% rispetto all’agosto 2013. Ancora ieri, è arrivato l’allarme del Cnel: è praticamente impossibile ritornare ai livelli ocupazionali pre-crisi. Intanto il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, prepara il Jobs Act anche se per il professor Michele Tiraboschi, direttore del Centro Studi Internazionali e Comparati Marco Biagi, la ricetta del governo è ben lontana dall’essere la cura adeguata per la disoccupazione giovanile.

Perché nel momento in cui sta per essere varato il Jobs Act, l’occupazione giovanile torna a scendere?

Ogni volta che un Governo annuncia una riforma o una legge che cambia le regole su come si assume e si licenzia, le aziende si fermano e smettono di assumere, perché vogliono capire quale sarà il nuovo quadro di riferimento. È il quinto anno che la discussione sulla riforma del lavoro prosegue senza soluzione di continuità e ciò provoca dei bruschi stop nelle politiche aziendali. Un elemento che spiega perché la disoccupazione generale diminuisce e quella giovanile aumenta è il fatto che molte di queste riforme riguardano giovani, nuovi assunti, contratti temporanei e a progetto.

Perché l’Italia, a differenza di altri Paesi, offre poche prospettive per i giovani in cerca di un lavoro?

Le cause sono principalmente due: la Pubblica amministrazione e l’educazione. Un intervento su questi due punti dovrebbe costituire un’indispensabile premessa per qualsiasi riforma del lavoro. Renzi dovrebbe in primo luogo completare la riforma della Pubblica amministrazione per renderla efficiente, trasparente e vicina alle esigenze dei cittadini. Quindi dovrebbe attuare una seconda riforma per avvicinare scuola e università al mercato del lavoro e ai fabbisogni professionali, perché qualunque riforma contrattuale e quindi non solo gli incentivi economici servono a poco se poi i nostri ragazzi escono da scuola e università senza avere le competenze richieste dalle aziende.

L’abolizione dell’articolo 18, il Jobs Act e il contratto a tutele crescenti servono o meno a smuovere l’occupazione?

Specialmente in una fase di recessione, le regole servono a poco se si vuole creare maggiore occupazione. La battaglia sull’articolo 18 ha sicuramente un valore simbolico importante, in quanto implica il fatto di chiudere con i vecchi modelli tipici della fabbrica fordista e aprirci alla modernità. La riforma di Renzi si concentra purtroppo soltanto sul lavoro dipendente, mentre non si dedica al lavoro del futuro. Si dimentica cioè delle nuove tecnologie, dei cambiamenti demografici, e soprattutto del fatto che il lavoro del futuro sarà sempre più autonomo.

Renzi ha parlato di abolizione dei “contratti precari”. Rischia di essere un autogol?

La Fornero ha voluto incentivare l’utilizzo del contratto a tempo determinato e limitare l’utilizzo di collaborazioni e partite Iva, e questo non ha comportato un aumento dell’occupazione stabile. Ora Renzi rischia di ripetere lo stesso errore.

 

In buona sostanza che cosa servirebbe a suo giudizio per aumentare l’occupazione e tornare ai livelli pre-crisi?

Occorrerebbe reinventare le produzioni e il modo di fare impresa, portare la ricerca dentro le aziende, attivare dei partenariati molto forti e robusti con il sistema della ricerca e dell’università. Bisogna cioè assecondare l’onda del cambiamento verso nuovi modi di lavorare, le nuove geografie del lavoro i cambiamenti della manifattura, del turismo, dell’agricoltura, dell’edilizia e il terziario. Purtroppo le nostre aziende e i nostri lavoratori sono invece molto compressi da polemiche del secolo scorso e battaglie politiche che sono dei regolamenti di conti e non tengono conto della realtà di oggi.

 

Infine. che cosa ne pensa della proposta di portare il Tfr in busta paga?

Temo sia un disastro perché la stragrande maggioranza delle nostre imprese ha bisogno di liquidità, di cui dispone grazie al Tfr. Togliere il Tfr di mano alle imprese significa costringerle a rinunciare a una leva importante degli investimenti. Per il tessuto produttivo che abbiamo in Italia, sarebbe un errore clamoroso.

 

(Pietro Vernizzi)

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