I NUMERI/ Il nuovo legame tra occupazione ed economia che la politica non vede

- Natale Forlani

I dati diffusi dall’Istat sul mercato del lavoro vanno letti tenendo conto di un cambiamento nel legame tra occupazione ed economia

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Le rilevazioni mensili sull’andamento dell’occupazione rilasciate dall’Istat vanno lette nell’ottica di comprendere le tendenze di medio periodo che sono in corso nell’economia e nel mercato del lavoro. In quest’ambito, gli scostamenti mensili, che risentono inevitabilmente degli effetti della stagionalità, vanno rapportati con gli indicatori trimestrali e annuali, che consentono di comprendere le loro implicazioni sulla quantità e la qualità dell’occupazione.

In quest’ottica, il calo degli occupati (-32 mila unità) e l’aumento delle persone in cerca di lavoro (+72 mila), dato da collegare alla diminuzione del numero delle persone inattive (-72 mila), non modificano sostanzialmente la lettura d’insieme dell’andamento del mercato del lavoro italiano. Infatti, il tasso di occupazione, l’indicatore che rileva il numero delle persone che lavorano rispetto a quelle che potrebbero lavorare in relazione all’età, rimane inalterato al 59,1%. Anche per l’effetto della riduzione del numero delle persone in età di lavoro dovuto all’invecchiamento della popolazione.

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La lettura delle rilevazioni su base trimestrale e annuale rilasciate consente di fare valutazioni più solide riguardo alle tendenze in atto nel nostro mercato del lavoro. La più importante riguarda la relazione tra l’andamento della nostra economia, ormai prossima alla stagnazione, con quello dell’occupazione. Il tasso annuale della crescita degli occupati rimane positivo (+0,15% pari a 111 mila unità), ma risulta sostanzialmente dimezzato rispetto a quello dell’anno precedente e probabilmente destinato ad appiattirsi ulteriormente nei prossimi mesi. Con conseguenze dirette sulla quantità e la qualità dei rapporti di lavoro e delle ore mediamente lavorate dagli occupati.

Significativo il fatto che nel mese di settembre il leggero calo dell’occupazione sia il risultato finale della crescita dei lavoratori dipendenti a termine (+30 mila unità) e la diminuzione di quelli a tempo indeterminato (-18 mila) e dei lavoratori autonomi (-44 mila).

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Questi numeri risentono certamente dell’andamento stagionale e, con tutta probabilità, del progressivo esaurimento degli effetti degli incentivi alle imprese per trasformare una quota dei rapporti di lavoro a termine in quelli a tempo indeterminato. Ma da tempo l’istituto di statistica segnala che l’incremento del numero degli occupati, concentrato essenzialmente sui lavoratori dipendenti, viene accompagnato dalla diminuzione delle ore medie pro capite lavorate, come riflesso della crescita dei part-time e dei lavoratori a termine, ovvero, nel settore manifatturiero, della riduzione delle ore effettivamente lavorate che vengono compensate dall’erogazione della cassa integrazione.

Questa tendenza ci consente di affermare che è in corso un cambiamento radicale rispetto al passato, nel rapporto tra la crescita economica e l’andamento dell’occupazione. Nell’economia dominata dai comparti della manifattura, delle grandi organizzazioni dei servizi, le statistiche stimavano che l’occupazione poteva incrementarsi solo nella condizione di una crescita economica vicina, o persino superiore, al 2% annuo. Una condizione necessaria per compensare l’incremento di produttività pro capite derivante dalle innovazioni tecnologiche e organizzative (in buona sostanza sino a quella soglia l’aumento della domanda veniva compensato da quello della produttività senza il bisogno di assumere nuove persone).

Nell’attuale situazione, caratterizzata da una forte incidenza dei comparti dei servizi in continua evoluzione a forte intensità di lavoro, e fortemente condizionati dalla stagionalità delle prestazioni, le assunzioni e le dismissioni del personale dipendente da parte delle imprese vengono direttamente relazionate all’andamento della domanda di prodotti e servizi. Condizioni che si riflettono sulla produttività delle aziende, e sulla condizione dei rapporti di lavoro in termini di salari effettivamente percepiti, orari di lavoro flessibili e di elevata mobilità del lavoro (nel 2018, secondo la rilevazione delle Comunicazioni obbligatorie rilasciate dai datori di lavoro, sono stati attivati oltre 11 milioni di nuovi rapporti, il 70% nelle varie forme del lavoro a tempo determinato, e con circa 4 milioni di lavoratori che hanno cambiato datore di lavoro).

Un altro fattore strutturale da considerare è rappresentato dalla costante diminuzione dei lavoratori autonomi (-115 mila nel corso solo nell’ultimo anno e circa 800 mila nell’ultimo decennio) e dei redditi percepiti da questi lavoratori, effetto della combinazione delle trasformazioni tecnologiche che hanno ridotto e trasformato i bisogni di prestazioni, e che stanno rivoluzionando il mondo dei mestieri e delle professioni.

È l’insieme di queste tendenze a fornire una motivazione ragionevole del cambio di paradigma. Del perché nelle attuali condizioni di bassa crescita dell’economia si possa anche verificare una crescita del numero degli occupati, soprattutto per la componente del lavoro dipendente. Alla condizione, e questo è un dato meno positivo, di una bassa crescita della produttività, dei salari e dei redditi percepiti dai lavoratori dipendenti e di quelli autonomi.

Purtroppo una lettura approfondita di questi fenomeni, e delle possibili terapie finalizzate a contenere gli effetti socialmente indesiderati, è quasi del tutto assente dal dibattito politico. Prevale infatti la convinzione di poter contrastarli a colpi di decreti che alterano sistematicamente le normative del rapporto di lavoro e i trattamenti fiscali e che generano prevalentemente incertezze e comportamenti opportunistici da parte degli attori coinvolti.

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