IL CASO/ Gli studi che aiutano il lavoro

I contratti di secondo livello non sembrano riuscire a sfondare. Per MASSIMO FERLINI sarebbe bene utilizzarli per corsi di formazione durante il periodo lavorativo

30.09.2016 - Massimo Ferlini
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Concorsi pubblici, Immagine di repertorio (Foto: LaPresse)

Una delle misure con cui il governo ha cercato di sostenere la contrattazione di secondo livello e la ripresa della produttività è stata la decontribuzione per i redditi aggiuntivi previsti. Dall’avvio dell’iniziativa a oggi sono stati depositati 15.078 contratti. Di questi 11.003 afferenti il 2015 e i rimanenti al 2016. La differenza è ampiamente spiegata dalla possibilità, prevista per il 2015, di depositare anche contratti in essere firmati in precedenza. Come noto, la normativa prevede che fino a 2.000 euro (o 2500 se il contratto prevede la partecipazione dei rappresentanti dei lavoratori alla fase di programmazione) siano soggetti a imposta del 10% se monetari o detassati completamente nel caso di servizi di welfare aziendali. I vantaggi valgono per redditi fino a 50.000 euro l’anno. 

Del totale dei contratti firmati, 12.464 sono aziendali e 2.614 di tipo territoriale. Oltre il 50% dei contratti è riferibile a Lombardia (regione con il maggior numero di contratti, 3.879), Piemonte, Veneto ed Emilia Romagna. Nessuna delle altre regioni raggiunge i 1.000 contratti depositati.

Nell’ambito della contrattazione prevista dalla norma sono state individuate le misure per attuare la verifica degli obiettivi previsti dal contratto che devono essere espliciti e misurabili. Nel caso di partecipazione alla distribuzione di maggiori utili ottenuti deve essere indicata anche la metodologia di individuazione. Per quanto riguarda gli obiettivi perseguiti (possono essere più di uno per contratto), gli incrementi di produttività risultano indicati in 11.813 contratti, 8.700 indicano obiettivi di redditività e 6.271 obiettivi qualitativi. La partecipazione alla distribuzione di dividendi è indicata in 1.480 accordi e 2.626 optano per servizi di welfare aziendale. 

I dati disponibili non sono ancora tali da permettere una valutazione dei comportamenti tenuti dai soggetti attuatori degli accordi. Sono solo per ora indice di una situazione che riflette come vi sia una diversa propensione territoriale ad accordi di secondo livello. Si possono però trarre delle prime indicazioni o almeno alcuni dei ritardi nella diffusione dei nuovi strumenti di contrattazione.

Pesa certo il ritardo con cui il principale soggetto sindacale italiano sta gestendo l’attuale fase di contrattazione. Purtroppo la Cgil sta vivendo un periodo di grave difficoltà, si può dire di autoreferenzialità, che non rende onore alla sua storia e alla sua tradizione. È evidente inoltre che vi siano tradizioni diverse che pesano fra le diverse categorie sindacali e che anche questa differenza pesi sui risultati complessivi. In ogni caso, in un Paese dove il 90% delle imprese ha piccole dimensioni, che meno di un quinto dei contratti abbia carattere territoriale appare un limite alla diffusione reale dei nuovi strumenti contrattuali.

Solo in Emilia Romagna i contratti territoriali rappresentano il 30% dei contratti aziendali. Nelle altre regioni non raggiungono il 10%. Data la prevalenza della scelta economica rispetto ai servizi di welfare, tale risultato indica una difficoltà delle rappresentanze a portare fuori dalle grandi imprese nuove esperienze di contrattazione di secondo livello, di diffusione di nuovo welfare territoriale legato alla rete produttiva locale e, quindi, una diffusione nazionale e universalistica dei nuovi strumenti contrattuali.

La scelta di operare attraverso vantaggi fiscali per promuovere comportamenti proattivi fra componenti del mondo della produzione è comunque un percorso segnato. Sia l’investimento della politica, sia quello dei rappresentanti dei lavoratori e delle imprese più avanzati puntano oggi su piattaforme contrattuali che hanno come obiettivo la crescita della produttività con incremento di reddito che godano di una fiscalità agevolata.

Le politiche del lavoro sviluppate nel corso di questi anni e anche le misure contro la povertà appena avviate dal governo contengono tutte lo stesso metodo: investire risorse al fine di aumentare la partecipazione attiva al mercato del lavoro da parte di chi è stato escluso dalla crisi o ne era escluso per ragioni di carattere sociale. La disponibilità a rimettersi in gioco è la premessa per aiuti e sostegni finalizzati e un nuovo inserimento sociale attraverso il lavoro.

In questo senso vale la pena soffermarci per una riflessione complessiva. Il nostro Paese ha bisogno di lavorare di più (ha un tasso di occupazione troppo basso), ma anche di studiare di più (sia per quel che riguarda i giovani, sia per quanto concerne la formazione lungo tutto l’arco della vita). In particolare, la formazione durante il periodo di vita lavorativa è molto basso. Le iniziative attuate sono scarse e con poco seguito. Il tema dell’aumento del capitale umano, anche ai fini della produttività e del cambio industriale in corso, è oggi un obiettivo che può e deve diventare prioritario.

Visto l’avvio positivo della contrattazione decentrata sarebbe utile prevedere interventi di vantaggio fiscale per promuovere corsi di inglese e di alfabetizzazione informativa che coinvolgano imprese e lavoratori. Vi sono già state nel passato importanti esperienze di scolarizzazione sul lavoro. Rivediamole, aggiorniamo i contenuti e le proposte. Un investimento massiccio sul capitale umano può essere l’avvio di un new deal che ha al centro formazione individuale e crescita economica.

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