RIFORMA PENSIONI/ Il parametro “sballato” della Legge Fornero

Cesare Damiano e Maurizio Sacconi hanno aperto un dibattito sull’età pensionabile. Secondo GIULIANO CAZZOLA, bisognerebbe guardare più agli anni di contributi richiesti

15.08.2017 - Giuliano Cazzola
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RIFORMA PENSIONI 2017. Dopo il presidente dell’Inps, Tito Boeri, anche la Ragioneria generale dello Stato ha preso posizione contro la proposta dei due presidenti delle Commissioni Lavoro Cesare Damiano (Camera) e Maurizio Sacconi (Senato). Sullo stesso tema sono intervenuti, sul Corriere della Sera, anche i Dioscuri dell’economia Alberto Alesina e Francesco Giavazzi denunciando i rischi di “un provvedimento che scardinerebbe uno dei pochi punti solidi del nostro bilancio”. D’accordo con loro, anche se i due economisti hanno commesso un errore quando hanno scritto che la colpa degli squilibri risiede nelle pensioni di anzianità “erogate a pioggia negli anni ’70”. Evidentemente si confondono con la mole dei trattamenti di invalidità che precedette la riforma del 1984, la quale portò sotto controllo il settore. Le pensioni di anzianità sono un fenomeno successivo che, peraltro, non è mai cessato, se si pensa che, nei soli settori privati, dalla riforma Fornero a oggi sono stati erogati 600mila nuovi trattamenti anticipati contro 450mila di vecchiaia. 

Chi scrive ha avuto occasione di esprimere la sua contrarietà alla proposta, che ritengo irresponsabile, dei due ex ministri. Manomettere (col pretesto di decelerare) il sistema di aggancio – come loro propongono – non solo aprirebbe la strada a misure ancora più liquidatorie (è quanto capita sempre quando si parte con un blocco, con la promessa di una successiva ristrutturazione delle cadenze) di un caposaldo della riforma del 2011 (che peraltro recepisce in parte un provvedimento del Governo Berlusconi del 2010, quando Sacconi era titolare del Lavoro), ma sarebbe inutile anche rispetto agli obiettivi che i due autorevoli parlamentari si propongono. Le persone che si avvalgono della pensione di vecchiaia devono far valere adesso un requisito anagrafico pari a 66 anni e 7 mesi (se uomini, un anno in meno se donne). Secondo le stime fatte in concomitanza con la riforma, nel 2019 il requisito dovrebbe salire a 66 anni e 11 mesi. Sarebbe la fine del mondo se l’Istat dovesse certificare che il calcolo dell’attesa di vita comportasse l’aggiunta di un mese in più? 

Poi – detto fra noi – quanti sono gli italiani che devono attendere i 67 anni per andare in pensione, quando è dimostrato che l’età effettiva di pensionamento alla decorrenza è molto più bassa (poco più di 62 anni nel 2016)? Perché due parlamentari seri, preparati, competenti, di lunga esperienza politica, come Damiano e Sacconi (che non sono mai andati d’accordo su nulla e che da ministri hanno sempre disfatto quanto era stato promosso dall’altro) si sono messi sullo stesso piano di un Salvini qualsiasi che vuole far credere agli italiani che andranno in pensione soltanto a un’età veneranda? 

Oggi ci sono tante uscite di sicurezza che consentono di evitare la tagliola dell’età pensionabile legale. Innanzitutto, il pensionamento anticipato liberato da qualsiasi penalizzazione economica prima dei 62 anni; la disciplina di carattere strutturale riguardante i cosiddetti precoci (coloro che hanno versato 12 mesi di contributi prima del 19° anno di età); l’opzione donna; le diverse tipologie di Ape (ancorché si tratti per ora di un istituto sperimentale). Per coloro che si trovano totalmente nel sistema contributivo (ovvero che hanno cominciato a lavorare dal 1° gennaio 1996 e successivamente) è prevista la possibilità di andare in quiescenza a 63 anni con 20 di contributi, sempre che il calcolo della pensione sia d’importo pari o superiore a 2,8 volte quello dell’assegno sociale (il che potrebbe sollevare qualche obiezione dal momento che sono palesemente favoriti i percettori di redditi più elevati). 

A essere onesti, l’aspetto più discutibile della riforma Fornero è un altro (ed è farina del sacco dell’ex ministro): aver applicato l’incremento derivante dall’attesa di vita anche al requisito contributivo necessario ad acquisire la pensione anticipata a prescindere dall’età anagrafica. In sostanza, io non trovo nulla di strano – se teniamo conto degli andamenti demografici e dell’età di accesso al mercato del lavoro – se, a metà del secolo, l’età di pensionamento di vecchiaia sarà pari a 70 anni. Considero, invece, abbastanza improbabile e insostenibile che, per andare in pensione anticipata a prescindere dal requisito anagrafico, siano richiesti – come previsto per il 2050 – 46 anni di versamenti contributivi. 

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