RIFORMA PENSIONI 2017/ Le domande che frenano gli interventi in Legge di bilancio

- Giuliano Cazzola

Si torna a parlare di riforma delle pensioni in vista della Legge di bilancio. Ma non sembrano essere molti spazi per interventi previdenziali, dice GIULIANO CAZZOLA

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Pier Carlo Padoan e Giuliano Poletti (Lapresse)

RIFORMA PENSIONI 2017. “A mio avviso sarebbe un grave errore politico, oltre ad avere conseguenze economiche negative. Abbiamo appena introdotto l’Ape sociale e Ape volontaria. Se ci sono da fare integrazioni sulle categorie dei lavori usuranti, parliamone, è giustissimo. Ma mettere in discussione il meccanismo di adeguamento alle speranze di vita, che peraltro crescono più lentamente del previsto, significa scassare il sistema. Il contributivo si regge su calcoli attuariali, sennò non lo è”. È questo un brano tratto da un’intervista al Corriere della Sera del viceministro dell’Economia, Enrico Morando. Sono parole rassicuranti sia per l’autorevolezza della persona che le ha espresse, sia per il suo ruolo nell’ambito della compagine governativa. Eppure non stiamo tranquilli. Le forze che spingono per mettere in mora questo aspetto peculiare delle riforme del sistema pensionistico sono potenti e contano sull’arrendevolezza tipica dei mesi prossimi a una competizione elettorale che vedrà i partiti e i movimenti non avere alcun ritegno nel fare promesse purchessia, pur di incassare qualche voto in più.

A cominciare dalle prossime settimane va poi messa in conto in tema di pensioni (e sul nervo scoperto dell’età pensionabile) un’offensiva mediatico-televisiva come quella che abbiamo conosciuto nel corso del 2016 sul tema della flessibilità del pensionamento (e che poi ha indotto il Governo a inventarsi – per fortuna – la cabala dell’Ape nelle sue diverse versioni). In verità, prima di intraprendere nuove iniziative sarebbe meglio consolidare quelle già assunte in via sperimentale (l’Ape) o strutturale (i benefici per i lavoratori cosiddetti precoci). È noto, infatti, che l’Inps ha in corso l’esame delle domande di accesso all’Ape sociale e alla pensione anticipata per i precoci presentate entro il termine dello scorso 15 luglio, in modo da inviare tutte le risposte entro il 15 ottobre, mentre si attendono nelle prossime settimane le ultime disposizioni attuative sull’anticipo pensionistico, relative all’Ape volontaria e all’Ape aziendale.

Per quanto riguarda l’Ape sociale e l’intervento a favore dei precoci c’è il rischio che le risorse previste dalla manovra 2017 non siano sufficienti a coprire tutte le richieste (oltre 66mila considerando ambedue le fattispecie). La legge prevede dei criteri di priorità e di precedenza per chi matura prima il diritto alla pensione di vecchiaia, e a parità di requisito la data di presentazione della domanda. Nel caso in cui gli stanziamenti per il 2017 non fossero sufficienti, la concessione del beneficio per le domande in eccesso slitterà al 2018. Se viceversa le domande presentate entro il 15 luglio non esaurissero le risorse disponibili, l’Inps potrà accogliere anche eventuali richieste successive al 15 luglio, purché presentate entro il prossimo 30 novembre. Non sarebbe il caso, allora, di vedere gli esiti di queste operazioni, prima di ficcarsi in altre avventure?

Infatti, come affermava Morando, la proposta di manomettere il meccanismo di adeguamento all’attesa di vita solleva un problema politico di non scarsa rilevanza. Non si dimentichi mai il caveat della Commissione europea sulle legge di bilancio 2017, nel documento del febbraio scorso, a proposito delle pensioni: “Va osservato che il bilancio 2017 – scriveva Bruxelles – contiene misure parzialmente in controtendenza rispetto alla riforma Fornero del 2012, in grado di aumentare leggermente la spesa pensionistica nel medio periodo, che il citato indicatore di stabilità a lungo termine ancora non include”.

Esiste però una questione di carattere dirimente. Il Governo va dicendo da settimane che è sua intenzione adottare misure significative (da shock) – e in prospettiva strutturali – per quanto riguarda il costo del lavoro (si sono fatte anche delle ipotesi quantitative) a favore delle aziende che assumeranno giovani con rapporti di impiego a tempo indeterminato. Se questa è la priorità, con i chiari di luna che illuminano il bilancio 2018 (ricordiamo i numeri forniti da Enrico Morando: 13-14 miliardi per non far scattare l’aumento dell’Iva a cui si aggiungono 5-6 miliardi di correzione strutturale, sempre che l’Ue la ritenga sufficiente) dove sta uno spazio effettivo per intervenire nuovamente e con nuove misure sulle pensioni? A proposito: continua a circolare la leggenda metropolitana secondo la quale occorrerebbe anticipare il pensionamento dei lavoratori più anziani per fare posto ai giovani.

A sostegno di questa tesi si continua a considerare una sorta di calamità nazionale, di pubblica vergogna il fatto che aumentino gli occupati nella fascia degli ultracinquantenni. A chi scrive sembrerebbe un ragionamento facile da intuire: se la popolazione non solo invecchia, ma cambia la propria struttura, perché in parallelo vi sono meno giovani rispetto al numero crescente degli anziani, perché stupirsi se questi assetti squilibrati entrano a far parte anche della composizione del mercato del lavoro? In sostanza, quando si calcola il numero degli occupati in una particolare coorte di età bisognerà pur tener conto che la popolazione di quella stessa coorte è diminuita di numero e gli occupati che ne facevano parte sono transitati, in conseguenza del mero passare del tempo e dell’età alla coorte superiore.

Insomma, si faccia più attenzione alle illusioni ottiche quando si valutato i dati relativi ai tassi di occupazione e di disoccupazione.

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