DECRETO DIGNITÀ/ L’Italia del lavoro è ancora a un bivio

- Massimo Ferlini

Il Decreto dignità torna a far emergere lo scontro esistente in Italia tra due visioni e modi di concepire il mercato e le politiche del lavoro. MASSIMO FERLINI

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Il decreto intitolato con grande enfasi alla “dignità” è, secondo alcuni sondaggisti, appoggiato da una grande maggioranza degli italiani. Questo almeno stando ai titoli con cui i giornali hanno presentato i risultati. Lasciamo pure perdere il fatto che basare le proprie opinioni non sui fatti e le teorie ma sui sondaggi conduce spesso all’errore, ma prima o poi dovremo chiedere anche ai giornalisti la stessa trasparenza, serietà e indipendenza che loro chiedono a tutte le altre professioni.

In ogni caso analizzando i dati appare che sono due i provvedimenti del decreto che raccolgono una decisa maggioranza a favore. Si tratta dell’iniziativa contro la pubblicità del gioco d’azzardo e la previsione della restituzione dei fondi pubblici dalle imprese che dovessero delocalizzare la produzione all’estero entro 5 anni dal finanziamento ricevuto. Un po’ come chiedere se si preferisce vivere in una casa umida, fredda e buia o in un attico vista mare.

Vittoria assicurata, come direbbe Catalano. Peraltro non si dice quanto ci costa il provvedimento sulle scommesse, né si precisa come si assicura la vigilanza sulle imprese che hanno ricevuto finanziamenti. Ma appunto, sulle notizie certe prevalgono le impressioni e i sondaggi sostituiscono la fatica di analizzare pro e contro, costi e benefici dei provvedimenti.

La parte del provvedimento più controversa, quella relativa alle regole contrattuali per il lavoro a termine e atti connessi, è invece sorprendentemente divisiva, nel senso che divide in due la platea degli intervistati. Volendo copiare i giornali potremmo con la stessa enfasi dei titoli dire che il 50% degli italiani ha capito che il lavoro si crea con più produttività e più investimenti e non con regole contrattuali. Non credo sia però questa la situazione. Diciamo piuttosto che la parte relativa al lavoro appare ancora molto pasticciata e non si capisce cosa uscirà in via definitiva. Dall’avvio del provvedimento si sono susseguiti correttivi e aggiunte provenienti dalla stessa maggioranza di governo che hanno alimentato viappiù una continua revisione che non permette di avere chiaro cosa sarà presentato in via definitiva.

Il fulcro del provvedimento è quello che vuole penalizzare il ricorso ai contratti a tempo determinato attraverso la riduzione della durata, la reintroduzione della causale a giustificazione del ricorso a questo tipo di contratto, un costo superiore al contratto a tempo indeterminato. Nella stessa linea di pensiero va l’estensione delle norme punitive anche al lavoro in somministrazione e un incremento del costo per licenziamenti senza giusta causa. Grande incremento di attività per la giustizia del lavoro e nuovo fatturato per gli avvocati. Per gli altri vale la previsione tecnica allegata al provvedimento che indica in un calo di occupati l’effetto delle decisioni.

Dato che questa parte prevede nuove rigidità è però la stessa maggioranza a porsi il problema di dare un po’ di flessibilità regolata e quindi reintroduce i voucher, almeno per alcuni settori e nuove regole rispetto alla precedente esperienza. L’ondeggiamento della stessa maggioranza è indicativo della situazione complessiva con cui la politica sta affrontando il problema di come intervenire sul mercato del lavoro. Il percorso avviato nel lontano 1997 con la rottura del divieto posto ai privati nell’intermediazione di manodopera e con la conseguente revisione dei contratti di inserimento e apprendistato, è poi proseguito con la riforma Biagi e infine sono arrivati i provvedimenti raggruppati nel Jobs Act.

I tre provvedimenti ricordati hanno introdotto, pur con differenza di impostazione, una linea di riforma che aveva al fondo il giudizio negativo sulla nostra situazione – un mercato del lavoro bloccato che produceva ingiustizia fra tutelati e non tutelati – e perseguiva l’obiettivo di creare un sistema contrattuale e di tutele per assicurare parità di diritti e opportunità ai lavoratori di fronte ai grandi mutamenti in corso nell’organizzazione del lavoro nelle imprese.

Contro questi provvedimenti vi è stata sempre una forte opposizione che potremmo definire passatista, che tiene assieme sinistra industrialista e destra statalista, che ha sempre fatto riferimento ai vincoli giuridici e contrattuali che stavano alla base del sistema di tutele nel periodo tayloristico dell’impresa. Questa seconda visione appare oggi politicamente forte, è prevalente nella maggioranza e spacca la sinistra politica e sindacale. È però una linea che richiede una disponibilità di spesa pubblica per intervenire a correggere quanto si distrugge nel mercato. È la posizione che proviene dal peggior periodo del consociativismo nazionale che portò all’esplosione del debito pubblico mettendo a carico delle generazioni future il costo dei privilegi che, contro ogni norma economica, vogliamo mantenere e faremo pagare a chi verrà dopo.

L’Italia appare quindi tornare a una discussione antica fra chi vuole a tutti i costi rimanere un Paese che mantiene regole da “Stato socialista” senza mercato e chi vuole proseguire sulla strada della modernizzazione riformista e che pone al centro la persona, il tema dell’eguaglianza delle opportunità e della meritocrazia. Siamo arrivati al punto di oggi perché nella dialettica sociale del Paese si è sempre badato alla libertà delle componenti sociali, ma nessuno ha accettato di farsi carico delle responsabilità conseguenti. L’impostazione riformista del mercato del lavoro ha introdotto invece una svolta che, proprio per poter dare tutele universalistiche, ha introdotto meccanismi di mercato. Contro questa realtà le vecchie impostazioni cercano di fare riemergere scelte e metodi che ingessano il mercato. Senza possibilità di uso del debito pubblico ciò non può che significare una ripresa del lavoro nero e della disoccupazione. Solo una ripresa di coscienza sociale e una netta scelta di investire nelle politiche attive del lavoro possono permettere di proseguire sulla strada di un nuovo sviluppo di produttività e investimenti.

P.S.: Ricordiamo in suo onore che la scelta più controversa operata da Marchionne verso la sua associazione di rappresentanza fu proprio per affermare un nuovo modo di intendere contratti, trattative, libertà e responsabilità.

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