RIFORMA PENSIONI 2019/ Il passo indietro di Quota 100 (ultime notizie)

- Lorenzo Torrisi

La riforma delle pensioni con Quota 100 appena varata dal Governo viene bocciata da Paolo Balduzzi, Professore di Scienza delle Finanze e di Economia pubblica

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Annamaria Furlan, leader Cisl (Lapresse)

IL PASSO INDIETRO DI QUOTA 100

La riforma delle pensioni con Quota 100 appena varata dal Governo viene bocciata da Paolo Balduzzi, che definisce questa misura “un deciso passo indietro rispetto ai progressi di questi anni. Un passo indietro che, come illustrato, grava principalmente sulle prospettive dei giovani ma anche sulle tasche delle generazioni correnti. Le risorse per far quadrare i conti, soprattutto a partire dal 2019, dovranno essere ingenti”. In questo senso non bisogna dimenticare che sono stati previsti dei paletti e dei monitoraggi molto stretti che, in caso di superamento delle risorse stanziate per Quota 100, porteranno a tagliare la spesa dei ministeri, in primis quello del Lavoro. Dalle pagine de Il Messaggero, il Professore di Scienza delle Finanze e di Economia pubblica segnala che “permettere ad alcuni lavoratori di anticipare la propria pensione porterà alla situazione paradossale di avere maggiore spesa pensionistica da un lato e un minore potere d’acquisto dei pensionati stessi dall’altro. Una prospettiva a dir poco deprimente, verrebbe da pensare”.

LE NORME PER GLI STATALI

Il varo del decreto della riforma delle pensioni ha chiarito cosa accadrà a dipendenti pubblici che sceglieranno di utilizzare Quota 100. Anzitutto per chi ha già maturato i requisiti la prima finestra utile sarà quella del 1° agosto. Chi invece sta ancora attendendo di arrivare a Quota 100 dovrà poi dare un preavviso di almeno 6 mesi. Per quanto riguarda il nodo della liquidazione, il Governo ha fatto in modo che sia anticipata, tramite un anticipo bancario, fino a un massimo di 30.000 euro. Il 95% degli interessi sarà a carico dello Stato e quindi il lavoratore sarà chiamato a contribuire, seppur in maniera ridotta, ai costi per l’anticipo. Secondo quanto riporta Il Sole 24 Ore, Matteo Salvini e Giulia Bongiorno puntano a far salire la soglia di liquidazione anticipabile a 40-45.000 euro magari già durante l’iter parlamentare di conversione del decreto. Infine, sembra che per il personale della scuola ci sarà la possibilità di poter accedere alla pensione già da settembre, probabilmente nel caso si siano già raggiunti i requisiti per Quota 100 nel 2018.

QUOTA 100 DA 57 ANNI?

La riforma delle pensioni con Quota 100 può riguardare anche chi ha 57 anni. È quanto mette in evidenza il sito del Corriere della Sera, riferendosi al decreto varato la scorsa settimana dal Governo, nel quale si introduce la possibilità, tramite i fondi bilaterali di solidarietà, di anticipare ulteriormente la possibilità di lasciare il lavoro per alcuni italiani. Certo, come spiega il sito del quotidiano milanese, devono ricorrere alcune particolari condizioni perché ciò sia possibile: l’esistenza di un fondo di solidarietà nel settore in cui opera l’azienda, un accordo con i sindacati e un piano preciso di assunzioni per sostituire le persone che se ne andranno. In questo caso, quindi, è possibile di fatto prepensionare con tre anni di anticipo rispetto ai requisiti previsti da Quota 100. Dunque è vero, come scrive Corriere.it, che questa misura interessa chi oggi ha 57 anni, visto che nel 2021 ne avrà 59 e potrà anticipare di tre anni (sempre che ne abbia 38 di contributi) l’addio al lavoro, ma il prepensionamento potrà avvenire solo tra due anni: nel frattempo bisognerà continuare a lavorare.

L’APPELLO DEGLI ESODATI

Il Comitato esodati licenziati e cessati ha deciso di scrivere un appello alle più alte cariche dello Stato, e ai sottosegretari al Lavoro, per ricordare loro che “ci sono ancora 6.000 esodati, con relative famiglie, da sette anni socialmente emarginati dalla riforma Monti-Fornero. Seimila famiglie sulla soglia dell’indigenza se, nei loro confronti, non si provvederà con la ormai necessaria urgenza, ad un atto legislativo che ripristini, nella forma e nella sostanza, il loro diritto alla pensione”. Il Comitato fa anche presente che, nonostante gli impegni del Governo, non si è visto alcun provvedimento volto a sanare la loro situazione. “Non sussistono ragioni e non ci sono alibi per non chiudere questa brutta pagina della nostra Storia”, scrive ancora il Comitato, chiedendo quindi di prendere “gli opportuni provvedimenti al fine di restituire il diritto alla pensione a questi lavoratori, nella consapevolezza che appunto di un diritto leso si tratta e non di un problema assistenziale o strutturale della previdenza”.

DURIGON, “TROVATI 800 MILIONI IN PIÙ”

In una intervista a Repubblica, il Sottosegretario al Lavoro in quota Lega – Claudio Durigon – ha annunciato nuovi fondi trovati dal Governo per aggiungerli al decreto su Quota 100, di imminente arrivo in Parlamento per le prime discussioni. «Pensioni, non temiamo di sforare il tetto di spesa di quota 100, anche perché abbiamo stanziato 4,7 miliardi per il 2019, 800 milioni in più, trovati anche tassando i giochi, rispetto ai 3,9 miliardi previsti nel decreto legge approvato giovedì». In merito ai rischi di “eccessive domande” per poter aderire a Quota 100, Durigon ha poi spiegato come la platea generale rimane sostanzialmente la stessa: «350 mila uscite quest’anno, di cui 130mila statali. Abbiamo rifatto i calcoli tenendo conto anche di quanti sceglieranno Ape sociale e Opzione donna, rinnovate per un altro anno».

LE PAROLE DI LANDINI

Maurizio Landini boccia la riforma delle pensioni con Quota 100. Intervistato da Repubblica, il candidato alla segreteria generale della Cgil spiega che “certo – e noi non siamo contrari – ci sarà chi potrà lasciare il lavoro prima dell’età pensionabile, ma solo con 62 anni e 38 di contributi, punto. Alla fine riguarderà soprattutto uomini delle regioni settentrionali che hanno lavorato in grandi imprese o nel pubblico impiego. Saranno escluse le donne e le fasce di lavoratori più deboli. Il tutto viene spacciato come l’abolizione della legge Fornero mentre non è vero: quella legge resta sostanzialmente intatta”. Sulla manovra e il decreto appena approvato dal Governo, l’ex numero uno della Fiom ritiene che si tratti di interventi “sbagliati nel merito ma anche nel metodo perché non si può convocare i sindacati a cose fatte. Con tutti i limiti che possono avere Cgil, Cisl e Uil rappresentano pur sempre 12 milioni di persone di cui andrebbe tenuto conto. È un modo di procedere che non porta molto lontano oltre a produrre una riduzione dello spazio democratico”.

RIFORMA PENSIONI, LE PAROLE DI FURLAN

Intervistata da Democratica, il sito di informazione del Partito democratico, Annamaria Furlan ha spiegato che “la possibilità di andare in pensione con ‘Quota 100’, con cui si chiede un minimo di 62 anni di età e 38 anni di contributi, rappresenta sicuramente un’opportunità per molte lavoratrici e lavoratori, ma il sistema previdenziale dovrà continuare ad essere riformato”. Questo perché “tante donne e tanti lavoratori discontinui non riusciranno ad accedere a ‘Quota 100’ perché 38 anni di contributi sono tanti e mancano meccanismi compensativi per queste situazioni”. La Segretaria generale della Cisl ha anche detto di aver chiesto al Premier Conte di “aprire un confronto per la pensione contributiva di garanzia dei giovani che vada oltre la misura della ‘facoltà di riscatto’ prevista nel decreto, la pensione con 41 anni a prescindere dall’età per tutti, agevolare la pensione per chi svolge lavori gravosi e riaprire la Commissione di studio specifica che era stata prevista nella precedente legge di stabilità, tutelare dal punto di vista previdenziale il lavoro di cura, trovare una soluzione definitiva per gli esodati, promuovere davvero la previdenza complementare rafforzando le agevolazioni fiscali e riaprendo un semestre di silenzio-assenso, rafforzare il ruolo delle parti sociali nella governance degli enti di previdenza”.

In un post su Facebook, nel quale ha rilanciato la mobilitazione sindacale unitaria del 9 febbraio, Furlan ha evidenziato come Quota 100 “non risolve, purtroppo, il problema di tante donne che difficilmente raggiungono i 38 anni di contributi, visto che non viene riconosciuto il lavoro di cura e la maternità che spesso costringe molte donne ad abbandonare il lavoro per dedicarsi alla famiglia”.

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