RIFORMA PENSIONI E QUOTA 100/ Durigon e le parole di Rizzetto sugli esodati

- Lorenzo Torrisi

Claudio Durigon ha parlato di riforma delle pensioni con Quota 100 a Fiumicino, ma resta aperto il capitolo degli esodati esclusi

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DURIGON, RIZZETTO E GLI ESODATI

La Lega ha organizzato un incontro a Fiumicino cui ha partecipato anche Claudio Durigon, che ha parlato di riforma delle pensioni con Quota 100. Il sottosegretario al Lavoro ha in particolare, come spiega ilfaroonline.it, dato rassicurazioni sulle risorse stanziate per il provvedimento, sottolineando anche l’impatto che dovrebbe avere nel favorire il turnover generazionale nel mercato del lavoro. L’ex sindacalista resta comunque al centro delle proteste degli esodati esclusi dalle otto salvaguardie, visto che ritiene di poter risolvere il loro problema con un allargamento della pace fiscale. Una soluzione che non li aiuterebbe tutti e che richiederebbe loro il versamento di una somma, seppur contenuta, cosa non facile per chi è da tempo senza reddito. E poi, come sottolineato anche da Walter Rizzetto, sarebbe ingiusto creare delle discriminazioni rispetto agli esodati che sono riusciti ad accedere alle salvaguardie. Il punto è, come sottolineato dal deputato di Fratelli d’Italia, che l’Inps non può ritenere, come ha comunicato al Governo, che non ci siano più esodati quando nella scorsa legislatura aveva ammesso la loro esistenza, quanto meno nella componente femminile.

I RILIEVI DI ITINERARI PREVIDENZIALI

In settimana è stato presentato il sesto report di Itinerari Previdenziali sul Bilancio del sistema previdenziale italiano, dove è contenuta anche una critica al decreto sulla riforma delle pensioni con Quota 100 e sul reddito di cittadinanza. Come riporta pmi.it, secondo il centro studi guidato da Alberto Brambilla “si tratta di provvedimenti che, verosimilmente, potrebbero interrompere sia la riduzione del numero delle pensioni, sia il miglioramento del rapporto attivi/pensionati, facendo prevedere un incremento nel numero dei pensionati di oltre 300mila unità, senza alcun elemento equitativo nel calcolo della pensione, e un aumento della spesa assistenziale di oltre 8 miliardi (anche in virtù dell’introduzione del reddito di cittadinanza), cui non si accompagnano  incentivi a favore di lavoro e produttività”. Rispetto al sistema in generale, Itinerari previdenziali evidenzia che “negli anni, alle prestazioni pensionistiche finanziate dai contributi, si è affiancata tutta una serie di prestazioni sociali, che si sono di fatto sommate e sedimentate nella legislazione, senza che ne sia mai stata prevista una razionalizzazione”.

IL PESO SULLE SEGRETERIE SCOLASTICHE

La riforma delle pensioni con Quota 100 potrà essere usata anche dal personale della scuola, ma chi ha già i requisiti ha tempo fino a fine mese per presentare la domanda. Secondo Francesca Bellia, Segretaria generale della Cisl Scuola Sicilia, c’è però il rischio di oberare di lavoro le segreterie scolastiche, visto che nella circolare del Miur relativa alla cessazioni dal servizio è previsto che anche le istituzioni scolastiche possano “provvedere alla sistemazione delle posizioni assicurative del personale (tramite l’applicativo nuova Passweb), al fine di salvaguardare il diritto dei pensionandi ad ottenere, nei termini previsti, la certificazione del diritto a pensione ed evitare così ritardi”. Il punto è che non solo gli organici sono ridotti, ma “né il ministero né gli uffici periferici hanno mai avviato un concreto piano di formazione del personale in materia previdenziale”. “Serve una formazione adeguata sulle materie previdenziali e sui tempi, non sappiamo ancora se si tratta delle pratiche per le pensioni di quest’anno o del prossimo”, aggiunge Annamaria Maggio, direttore generale dei Servizi amministrativi dell’Istituto comprensivo Mantegna di Palermo.

QUANDO IL RISCATTO CONVIENE

“Non è detto che il riscatto della laurea per chi ha studiato all’università dal 1996 in poi sia una scelta vincente”. Così inizia un articolo del Sole 24 Ore dedicato a una delle novità della riforma delle pensioni che consente, per chi ha al massimo 45 anni, di poter riscattare gli anni di studio all’università a un prezzo agevolato. Occorrerebbe infatti fare bene i calcoli su quanti anni si guadagnerebbero rispetto ai requisiti richiesti per il pensionamento ed è difficile fare delle stime considerando che nei prossimi anni le regole per l’ingresso in quiescenza potrebbero cambiare. Quello che per il quotidiano di Confindustria è comunque certo è che c’è un vantaggio fiscale “per chi intraprendere il riscatto di laurea, consistente nell’integrale deducibilità di quanto sostenuto nel singolo anno d’imposta e che viene massimizzato nel caso della rateizzazione decennale dell’onere”. Tenendo anche conto che con la rateizzazione senza interessi si può anche decidere di interrompere i versamenti trovandosi comunque riscattati gli anni corrispondenti agli importi fino a quel momento versati.

INPS E GOVERNO, IL NODO PER GLI ESODATI

Sembra che il Governo, nell’ottica della riforma delle pensioni, abbia intenzione di considerare la pace contributiva come strumento per il risolvere il problema degli esodati, circa 6.000, ancora privi di salvaguardia. Riccardo Molinari, ospite della trasmissione L’aria che tira, in onda su La 7, ha spiegato infatti che il sottosegretario Claudio Durigon vuol fare in modo che a fronte di un modesto contributo, gli esodati possano riscattare degli anni di contribuzione che gli consentirebbero così di usufruire di Quota 100 o di altri accessi alla pensione. Roberta Bottaro, una delle esodate ancora escluse, presente in studio ha fatto presente che ciò introdurrebbe una disparità di trattamento rispetto agli esodati che sono stati salvaguardati, cui non è stato chiesto alcun contributo, senza dimenticare che per chi è da tempo senza reddito è difficile poter stanziare una somma necessaria al “riscatto” dei contributi. Bottaro ha anche ricordato al deputato della Lega che nel programma elettorale del suo partito si prometteva il varo della nona salvaguardia degli esodati. Molinari ha evidenziato invece che se per l’Inps non ci sono più esodati diventa un problema varare la nona salvaguardia.

LA DIFFERENZA TRA QUOTA 100 E APE SOCIAL

La Fondazione Studi Consulenti del lavoro ricorda un’importante differenza che esiste tra Quota 100, la novità principale della riforma delle pensioni, e l’Ape social. Rispondendo a una domanda posta da un lettore del sito di Repubblica, infatti, sottolinea che Quota 100 non ha un limite di liquidazione, mentre l’Ape social viene corrisposta fino a un massimo di 1.500 euro lordi mensili. Inoltre, “in quanto pensione Quota 100 è corrisposta per 13 mensilità (Ape sociale per 12)”. Ovviamente bisogna avere i requisiti necessari per poter optare per Quota 100. In particolare, oltre all’età di almeno 62 anni, “per le pensioni anticipate, ordinaria e in quota 100, occorrono 1820 settimane senza includere malattia non integrata e disoccupazione” per quello che riguarda la contribuzione. Val la pena ricordare comunque che l’Ape social è stata prorogata di un solo anno, mentre Cesare Damiano vorrebbe che divenisse una misura strutturale. Vedremo se in questo senso arriverà un emendamento del Pd al “decretone” che ora è all’esame del Senato.

RIFORMA PENSIONI, LE PAROLE DI BRAMBILLA

Intervistato da Open, Alberto Brambilla ha ribadito le sue critiche relative alla riforma delle pensioni con Quota 100, perché così come è stata fatta “peserà sulle nuove generazioni perché è un costo a debito. E quindi qualcuno questo costo a debito lo dovrà sanare. Siccome non lo sanerà uno che ha 70 anni, lo pagheranno i giovani”. Nello specifico l’ex sottosegretario al Welfare ritiene che l’errore principale sia stato non prevedere vincoli o “nessun ricalcolo della pensione con il metodo contributivo”. Questo non toglie “che in un sistema pensionistico come il nostro andassero ricercate delle flessibilità nuove rispetto alla rigidità della Fornero. Ma questa flessibilità in uscita poi la si paga” e con questa Quota 100 il conto viene a gravare “sulle spalle delle nuove generazioni”.

Brambilla ha anche spiegato in che modo il debito pubblico aumentato grava sui giovani: “Anzitutto, siamo il paese che spende di più in assoluto in interessi sul debito. Se noi spendessimo 10 miliardi in meno di interessi – e dunque se avessimo un debito un pochino più basso – questi 10 miliardi in più potremmo spenderli, per esempio, in tecnologie, sviluppo, ricerca. O ancora: per tenere in Italia i medici che hanno fatto la specializzazione qui, senza regalarli ai sistemi sanitari europei, per tenerci i nostri ricercatori, per finanziare la ricerca. Per un paese che non ha materie prime, la ricerca è veramente l’unica materia prima buona. Purtroppo però noi questi soldi non li risparmiamo, noi nella ricerca non investiamo nemmeno un punto di Pil”.

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