SCUOLA E LAVORO/ Le eccellenze e le difficoltà degli Its

- Giorgio Spanevello

In settimana è stato presentato il monitoraggio Indire sugli Istituti tecnici superiori. A un anno dal diploma, l’80% dei giovani risulta occupato

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È un’immagine decisamente positiva quella che emerge dall’annuale monitoraggio Indire sugli Istituti tecnici superiori, segmento post diploma professionalizzante del sistema formativo nazionale. Istituiti nel 2008 e operanti dal 2011 con l’obiettivo di colmare il ritardo nella formazione di tecnici intermedi nel nostro Paese rispetto a tutti gli altri paesi europei, sono organizzati in forma di fondazioni di partecipazione che vedono coinvolti come soci, soggetti appartenenti sia al mondo dell’impresa (aziende, associazioni datoriali, ecc.), sia a quello della scuola dell’università, sia alle istituzioni (enti locali).

Costituiti quindi con strutture snelle e impostate sulla necessità di rispondere a esigenze specifiche hanno assunto (almeno quelli più attivi e performanti), in virtù di una certa autonomia operativa, un ruolo non scritto di innovatori e di sperimentatori di metodologie didattiche legate all’innovazione tecnologica.

Dai dati rilevati e dalle conseguenti elaborazioni statistiche, appare infatti una situazione che, a dispetto di numeri di iscritti e diplomati ancora ridotti, evidenzia un costante incremento sia quantitativo legato ai corsi erogati e agli studenti frequentanti, sia qualitativo legato a parametri basati sulle metodologie didattiche, sugli strumenti e i laboratori utilizzati, sulle qualifiche dei docenti.

Un dato su tutti descrive la buona salute del sistema: l’80% degli studenti diplomati a un anno dalla conclusione è occupato e il 90% di questi ha trovato un lavoro coerente con il percorso concluso. È un risultato che dovrebbe far riflettere in un Paese dove la disoccupazione giovanile si attesta costantemente su percentuali superiori al 30% e le richieste dal sistema produttivo di tecnici specializzati ammontano a varie decine di migliaia di unità. Se poi si vanno a valutare i dati di occupabilità delle singole aree tecnologiche sulle quali si suddividono i corsi Its si evidenziano dati che vanno dal 92%, nel caso del sistema meccanico, a un minimo del 57% del sistema casa, in conseguenza della rispondenza della proposta formativa alle reali richieste di tecnici specializzati.

Un altro dato importante è quello relativo all’utenza: gli iscritti ai 139 percorsi monitorati sono 3.367, dei quali il 44,9% ha un’età compresa tra i 20 e i 24 anni e il 32,3% tra i 18 e i 19 anni. Sono in maggioranza maschi (72,6%) e provengono in prevalenza da istituti tecnici (62,3%), ma con una rilevante percentuale che viene dai licei (21,3%). Quest’ultimo dato testimonia il fatto che non corrisponde a verità la diffusa convinzione che tutti i diplomati liceali si iscrivano all’università.

I diplomati dei 139 percorsi conclusisi nel 2017 (oggetto del monitoraggio) sono 2.601 e analizzando il rapporto tra diplomati e occupati le migliori performance si riscontrano in Piemonte e Veneto. Riguardo poi alla partecipazione delle imprese all’organizzazione, cavallo di battaglia del sistema, si riscontra che la percentuale di quelle associate alle fondazioni rispetto ai soci totali è del 37,4%, dato fondamentale se si tiene conto che nell’organizzazione degli Its le imprese svolgono un ruolo fondamentale sia nella progettazione che nell’erogazione dei corsi. Le aziende coinvolte nell’attività di stage sono state 2.467 con una prevalenza di piccole e medie aziende (il 41,2% ha un numero di dipendenti inferiore a 9).

I docenti dei percorsi Its monitorati sono stati complessivamente 4.816, di cui il 69,4% proveniente dal mondo del lavoro e delle professioni. Le ore di insegnamento dei docenti provenienti dal mondo del lavoro sono state complessivamente il 70,1% del totale. Capitolo a parte riguarda l’innovazione connessa alle attività di Impresa 4.0. Gli Its hanno assunto con favore l’incarico contenuto nel “piano Calenda” di contribuire alla formazione dei giovani tecnici e in connessione con i responsabili tecnici delle aziende hanno definito “in tempo reale” il bisogno di competenze legate a tecnologie 4.0. Nel 30% dei percorsi realizzati, le tecnologie 4.0 sono utilizzate nelle attività didattiche.

Da ultimo, il rapporto Indire esamina i dati legati all’organizzazione dei corsi Its, in particolar modo la flessibilità con un modello organizzativo e didattico capace di cogliere le esigenze delle aziende e di rinnovarsi nel tempo e nell’offerta. Infatti, oltre il 70% dei docenti viene dalle aziende (contro un minimo normativo del 50%), oltre il 40% delle ore viene effettuato come tirocinio (contro un minimo normativo del 30) e oltre il 27 % delle ore di lezione viene erogata in laboratori di impresa e di ricerca.

In buona sostanza, quindi, i dati del monitoraggio Indire, sulla base dei quali vengono anche distribuite alla fondazioni il 30% delle risorse statali, delineano un sistema formativo, che a quasi 10 anni dall’avvio, evidenzia accanto a risultati di assoluta qualità, anche una serie di criticità dovute principalmente alla scarsa conoscenza da parte dei giovani e delle rispettive famiglie e alla conseguente difficoltà di reclutamento degli iscritti, da una parte, e alle fragilità delle strutture formative dovute alla totale assenza di fondi per investimenti, accompagnata dalla necessità di appoggiare le attività su strutture esistenti.

Non può essere dimenticato inoltre che accanto a fondazioni Its in grado di erogare per ogni annualità un numero elevato di corsi ad alto livello, esistono realtà di strutture Its inattive da anni o con attività ridotta che dovrebbero essere chiuse.

In questo quadro si collocano le recenti dichiarazioni del Ministro Bussetti che a margine degli stati generali dell’istruzione di Confindustria ha dichiarato che gli Its sono una scelta vincente per formare i tecnici specializzati richiesti dal mondo produttivo e ridare slancio alla nostra economia. Per questo il Miur ha aumentato del 30% i finanziamenti statali che unitamente ai finanziamenti regionali consentono lo svolgimento dei corsi, pianificando così un ulteriore ampliamento dell’offerta.

Un rinnovato impulso quindi quello indicato dal Ministro che non può che essere di grosso vantaggio per un sistema che ha la necessità di passare dalle poche migliaia di iscritti attuali a numeri decisamente maggiori quali quelli degli altri paesi europei.

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