LETTERA/ Altro che Dpi e leggi, ecco la vera fase 2 di un imprenditore

- Fabio Ghinelli

Il coronavirus costringe a cambiare mentalità nell’affrontare le cose anche per un’impresa. Non farlo vuol dire perdere un’occasione

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Egregio Direttore,

il recente protocollo sulla sicurezza, con tanta enfasi considerato preliminare all’attessima fase 2 di riapertura delle attività produttive, peraltro modesta revisione nelle parti essenziali di un analogo documento di qualche settimana addietro, si è inserito nella miriade di documenti che giornalmente mi invadono la posta provenienti dalle più svariate fonti (associazione datoriale, consulente del lavoro, ordine professionale, ecc.). Si va dalle modalità con cui lavarsi le mani, al tipo di disinfettante da usare in azienda (con le relative deroghe non essendo mai disponibile il prodotto prescritto), alle mascherine (anche qui con tutti i “surrogati” del caso per l’endemica indisponibilità delle stesse), alla cartellonistica più o meno fantasiosa da installare, ai vari DPCM, CM, DM-MISE, norme UNI, FAQ ministeriali…

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A questo di aggiungono poi le ordinanze regionali, che qua e là rettificano e correggono le disposizioni nazionali; così il Covid-19 che in buona parte dell’Italia si trasmette fino a un metro di distanza, nel varcare il passo della Cisa subisce una gravissima e inattesa mutazione, sicché improvvisamente diventa pericoloso fino a 1,8 metri, come saggiamente e tempestivamente recepito da una recente ordinanza della Regione Toscana (sono particolarmente incuriosito circa l’evidenza scientifica di questi precisi ottanta centimetri in più). Per non parlare poi della “mitica” rilevazione della temperatura all’ingresso dell’azienda che è obbligatorio misurare, ma la cui trascrizione è considerata un dato sensibile e quindi non può essere registrata; dunque campo aperto a tutti i soggetti interessati per scatenare la fantasia su come dare documentata evidenza di una rilevazione che si è obbligati a eseguire, ma che non può essere trascritta da nessuna parte.

Pare proprio, come qualche giorno addietro mi confidava un funzionario Inail con cui discutevamo di come potere implementare in cantiere tutto quanto sopra descritto, che davanti all’esigenza operativa della tutela della salute dei lavoratori prevalga più la tutela legale dei vari soggetti coinvolti e particolarismi dei singoli; con il risultato che tutto è inutilmente più complicato e con tutte le procedure troppo rigide e strutturate, di fatto inapplicabili concretamente nella realtà quotidiana.

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Ma quello che più mi preme comunicare è l’intuizione di come anche in questo aspetto particolare, posti di fronte a un’obiettiva novità che si inserisce nell’ordinaria dinamica quotidiana lavorativa, si tenda a ridurre la questione ai soliti schemi in cui alla fine “ingabbiarsi” senza che sia l’occasione per un passo realmente nuovo. Così mentre il sindacato esulta mostrando come i datori di lavoro finalmente non possono più considerare la sicurezza solo un “costo necessario” subito, la parte imprenditoriale può riprendere l’attività avendo “anestetizzato” in parte il problema su come sia stata gestita l’azienda fino a oggi, dietro la cortina fumogena di un po’ di belle procedure.

In queste settimane in cui per fortuna l’attività della mia azienda non si è mai fermata, ho potuto fare esperienza sul campo di cosa volesse dire cambiare mentalità con cui affrontare le cose, specie nelle prime due difficilissime settimane di chiusura delle attività produttive, prendendo la decisione assolutamente non scontata di proseguire la mia, essendocene la possibilità legale. Così essere presenti in cantieri rientranti nella filiera delle attività essenziali mi ha costretto innanzitutto ad affrontare le paure e le difficoltà delle persone, così come le circostanze logistiche/organizzative obiettivamente molto complicate, decidendo tra le altre cose che uno dei due soci fosse presente in cantiere per tutta settimana a fianco degli operai e implementando via via le soluzioni che si prospettavano anche in forma condivisa.

Non è scontato scoprire cosa voglia dire rieducarci tutti a una modalità diversa di lavorare, perché adottando le diverse prescrizioni cautelative mi sono reso conto, ad esempio, come poi in azienda si seguano ben poco le più elementari norme igieniche e che quindi anche in questo è necessario fare un passo; oppure poter annunciare a tutti con una certa soddisfazione che probabilmente riusciremo a evitare non solo riduzioni di personale ma anche la cassa integrazione e sentirsi porre come unica domanda se questa estate comunque si potranno avere le solite tre settimane di ferie (peraltro per andare dove?).

Ma mi ha anche sorpreso come molti “colleghi” imprenditori con cui collaboro e che in queste settimane hanno dovuto fermare l’attività si siano completamente paralizzati e ora, di fronte alla ripresa, siano esattamente al giorno prima del blocco, senza che assolutamente nulla sia stato pensato o immaginato per ripartire; di più, forse nemmeno che si sia posto in discussione qualcosa di diverso. E in questo un ultimo esempio: questa settimana sono stato convocato in un comune di una delle aree più gravemente colpite dall’epidemia per una riunione organizzativa circa l’inizio di un futuro lavoro. Ho provato a proporre una videoconferenza, visto che nessuna attività operativa deve essere avviata, e mi sono sentito rispondere da tutti (amministrazione, direzione lavori, coordinatore sicurezza ed altre imprese coinvolte) che se non ci si vede fisicamente non è la stessa cosa; Il covid-19 non è stato invitato ma rischiamo che decida di presenziare all’evento, visto che da quelle parti ha una certa consuetudine di coinvolgimento con le persone.

Cordiali saluti

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