LETTERA/ Il card. Ruini e quella “lotta continua” che non fa bene al paese

- Paola Binetti

L’intervista del card. Camillo Ruini al “Corriere”, in cui l’ex presidente della Cei ha detto, tra l’altro, che la Chiesa deve dialogare anche con Salvini, ha sollevato obiezioni e polemiche

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Il card. Camillo Ruini (LaPresse)

L’intervento del cardinale Ruini nella sua intervista di domenica sul Corriere della Sera non ha mancato di suscitare critiche e consensi, come è nel suo stile, nella sua schiettezza e nella sua personale visione del ruolo dei cattolici in tutti i contesti, anche in politica. Da cristiani si può sopportare di tutto, anche la persecuzione in formato moderno, come le invettive mediatiche che creano una sorta di cyberbullismo, ma non si può accettare l’irrilevanza. E al cardinale è bastato affermare che la politica, ma anche la Chiesa, possono – anzi debbono – dialogare anche con Salvini per suscitare un putiferio.

Tutti contro tutti, schierati in un derby che non si capiva bene quanto fosse pro o contro Ruini o piuttosto pro o contro Salvini. Ma la provocazione era troppo forte per restare in silenzio, dal momento che Ruini ha cercato di spezzare quella spirale d’odio che da tempo circonda Salvini, facendone non tanto un impresentabile per la rozzezza dei suoi modi, quanto un irredimibile, per le sue posizioni nei confronti dei migranti.

Ruini afferma onestamente di non conoscere personalmente Salvini. Ma se il leader della Lega, secondo lui, ha “notevoli prospettive”, crede “però che abbia bisogno di maturare sotto vari aspetti”. Il delta che separa prospettive di futuro da immaturità del presente richiede uno sforzo personale tutt’altro che indifferente. Ed è proprio questo lo spazio del dialogo, di quella che chiameremmo la pastorale della politica: la formazione dei politici ad una unità di vita con un forte imprinting cattolico, ma proprio per questo con una responsabilità socio-politico-economica altrettanto forte.

Vale per Salvini quello che vale per molti altri leader politici di cui non c’è bisogno di fare nomi: hanno stoffa, ma non sempre questa stoffa è tagliata nel modo giusto. Manca ancora un bel po’ di strada per raggiungere la maturità politica necessaria a far ripartire il Paese.

In realtà, come accade spesso con i paradossi della storia, coloro che accusano Salvini di essere un seminatore di odio sono gli stessi che, odiandolo, lo hanno confinato in una palude di astio che alimentano giorno per giorno. Ben poca carità cristiana da una parte e dall’altra; il cardinal Ruini si è semplicemente limitato a ricordare che bisogna mantenere aperte le porte del dialogo, tanto più quanto si tratta di un leader che ha un consenso popolare del 40 per cento. Parlare con qualcuno che parla alla gente e riesce a farsi ascoltare è necessario, se non si vuole far precipitare le cose in una sorta di lotta continua: l’Italia ha già fatto esperienza di questo tipo di intolleranza e probabilmente non ne è ancora uscita del tutto.

Parlare a Salvini e parlare con Salvini è ben diverso dal parlare di Salvini; significa trovare quel punto di equilibrio che fa salve le ragioni di tutti in vista di un bene maggiore per tutti. Salvini è un provocatore; lo è strutturalmente; rifiuta il politically correct e le ipocrisie di maniera; aggredisce dicendo verità scomode e vuole stravincere, anche se questo irrita i suoi alleati prima ancora dei suoi oppositori. Ma che lo si voglia o no, rappresenta la metà del Paese e con chi rappresenta mezza Italia bisogna pur parlare, per capire come arrivare a soluzioni il più possibile condivise, se vogliamo davvero rimettere in movimento lo sviluppo economico e culturale di una Italia che da anni è in fase di stagnazione, chiunque abbia governato. Proprio perché chiunque è stato al governo in questi anni si è trovato di fronte un muro di ostilità e di avversione marcato dall’indisponibilità al dialogo degli avversari.

Riprendere a dialogare, incontrarsi, sciogliere nodi, è il sale della democrazia, tanto più se chi lo propone lo fa dalla profondità di una visione cristiana che ha fatto esperienza di governo. E Ruini è stato al timone della Chiesa cattolica italiana nella triplice veste di presidente della Cei, di vescovo di Roma e di vicario del Papa. E non è certo poco per la solida competenza umana indispensabile per guidare tante realtà diverse, che non di rado scivolano nella competitività invece di restare sul piano della collaborazione.

Ruini in altri termini, nella semplicità delle sue parole, ha indicato un metodo di pace, indispensabile per rilanciare lo sviluppo del nostro paese. Ed è questo il messaggio forte sul ruolo dei cattolici in politica: il cattolico impegnato in politica cerca il dialogo, costruisce la pace, non ha paura di guardare il diverso. Non predica in modo intollerante la tolleranza. Sta al suo posto, con la fermezza dei suoi principi e dei suoi valori, ma con l’estrema carità del suo atteggiamento. E non si fraintenda il termine carità, perché è la Carità l’altra faccia della nostra fede e della nostra speranza. L’amabilità del rapporto che si apre alla ricerca della verità, andando oltre certe diversità, per costruire non un muro che divida, ma un muro a cui sia possibile appoggiarsi tutti.

Le reazioni scomposte al tono pacato di Ruini danno ragione dell’intrinseca contraddittorietà di certi alfieri delle verità a senso unico. È accaduto anche l’altro giorno in Aula con la famosa mozione che chiede di istituire una Commissione per monitorare gli atteggiamenti di odio a partire dall’hate speech che dilaga sui social.

Ma ci sono almeno altri due passaggi chiave di questa intervista che meritano di essere sottolineati: il primo riguarda il declino dell’autorevolezza della Chiesa e il secondo il fatto che il cattolicesimo politico di sinistra ha sempre meno rilevanza.

Affermazioni forti, che – a mio avviso – superano il riferimento a Salvini per il coinvolgimento ben più ampio che rivelano. E l’analisi del cardinale tocca tutti i temi di bio-politica con cui ci siamo confrontati in questi ultimi anni, per finire con un passaggio sul recente sinodo sull’Amazzonia e sui preti sposati. Lascio a lui e alla sua autorevolezza il giudizio sull’ipotesi che in Amazzonia i sacerdoti possano metter su famiglia, e all’auspicio da lui rivolto al Papa. Voglio però sottolineare il suo riferimento critico al modo in cui i cattolici nelle ultime legislature, nell’ultima soprattutto, non hanno saputo difendere principi e valori storicamente legati a quella che veniva comunemente definita come l’eccezione italiana. Deve sorprendere ancora oggi che la legge sulle Dat sia stata approvata dalla maggioranza del Parlamento, di cui fa parte un foltissimo numero di parlamentari cattolici, senza rendersi conto che di fatto apriva le porte all’eutanasia. Lo conferma senza ombra di dubbio l’attuale sentenza della Corte costituzionale, che giustifica la sua scelta alla luce di quella già presa a suo tempo con la legge 219/17. Quella legge andava riscritta, emendata, e oggi ne patiamo le conseguenze. Esattamente come avviene con le unioni civili e la stepchild adoption, a proposito della quale tornano ripetutamente le sollecitudini di chi reclama il diritto ad avere un figlio a tutti i costi, anche se questo lo priva dell’esperienza fondamentale ad avere un padre e una madre. Brutte leggi che contraddicono in radice il diritto alla vita e il diritto ad avere una famiglia, per reclamare un’autoreferenzialità declinata fino alle estreme conseguenze.

Come cattolici impegnati in politica e presenti in Parlamento avremmo potuto ottenere risultati migliori se ci fossimo mossi con maggiore coerenza e più uniti. Ma non è stato così. A sinistra, ma anche a destra, è prevalso il dialogo con gruppi e colleghi di diversa estrazione e collocazione, nell’appannamento di principi comuni. Per chi, come alcuni di noi che trasversalmente si sforzavano di restare al centro, c’è stata l’accusa di fondamentalismo, di conservatorismo e perfino di accanimento ideologico, contrabbandato come accanimento terapeutico. Cosa impossibile perché l’accanimento terapeutico è un ossimoro che non esiste.

Tutto questo Ruini ieri si è limitato ad accennarlo con la sua consueta sobrietà. Intelligenti pauca. Ma non c’è dubbio che se non esistono cattolici di destra e cattolici di sinistra, esistono però cattolici che stanno a destra e cattolici che stanno a sinistra. E dal centrosinistra, che è stato al governo negli ultimi anni, si è cercato di enfatizzare il tema sociale – parte integrante della dottrina sociale della chiesa – mediando con chi stava ancora più a sinistra, sottovalutando l’impegno e la specificità dei colleghi che invece stavano a destra, e sembravano più attenti al tema dell’ecologia umana: il diritto alla vita e alla famiglia. Occorreva maggior dialogo tra gli uni e gli altri, maggiore e miglior dialogo nell’ambito del mondo cattolico con una fraternità più convinta, che significa stima e rispetto; inclusione e collaborazione.

Dice Ruini: “Penso anch’io che il ‘cattolicesimo democratico’, in concreto il cattolicesimo politico di sinistra, in Italia abbia sempre meno rilevanza”. Nessun giudizio personale, nessun giudizio sulle singole persone, ma solo una constatazione: abbiamo ceduto su tanti, troppi fronti e qualcuno ce lo ricorda, con un ammonimento che sintetizzerei così: a Salvini uno sforzo in più per maturare a tutto tondo; ai cattolici, di destra e di sinistra più coraggio e più determinazione per non cedere su di un patrimonio di valori che ci si chiede di amministrare e di non sperperare. Criticati, insultati, aggrediti: a tutto può esserci rimedio, meno che all’insignificanza… e all’irrilevanza.

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