LETTURE/ Andare a lavorare fischiettando, la storia (vera) dello spazzino felice

- Pauli Preuss

Sembra una favola e non lo è il libro "Lo spazzino e la rosa" di Michel Simonet. Un lavoro che potendo si eviterebbe, invece lui lo ha scelto

torino spazzino anni50 lapresse1280 640x300 A Torino, negli anni 50 (LaPresse)

Sembra una favola e non lo è il libro Lo spazzino e la rosa di Michel Simonet (AnimaMundi 2023) e proprio per questo è stupendo. La vicenda è semplice e densa di poesia; il protagonista è l’autore, un cittadino svizzero che vive a Friburgo, studia, ottiene un diploma di commercio, frequenta per due anni la facoltà di teologia e ad un certo punto decide – e va rimarcato, decide – di fare domanda di assunzione alla municipalità per diventare spazzino: “non sono finito a fare lo stradino, ho cominciato. E continuo a finire non certo nella finitezza, ma come si finirebbe un’opera per renderla sempre più compiuta”.

Lo spazzino si sveglia prima dell’alba, va in sede, preleva mezzo e attrezzi e poi si dirige nel quartiere assegnato e qui pulisce, rimuove, spazza, svuota cestini. Non c’è niente di attraente in questo mestiere, anzi Simonet non nasconde che ci sono momenti nauseanti ed altri pericolosi: ripulire una piazza o un parchetto dopo che nei dintorni alla sera prima c’è stata una festa o un concerto vuol dire prepararsi a fare i conti con scene – senza entrare nei dettagli – maleodoranti; mentre il rischio di rimuovere immondizia o svuotare cestini senza la dovuta prudenza può voler dire correre il rischio di ferirsi (nel peggiore dei casi con delle siringhe, per fortuna non infette).

È un mestiere semplice e umile, non occorrono competenze specifiche e non concede chissà quali soddisfazioni. Un lavoro un po’ oscuro, di cui pochi si accorgono e che nessuno vuole fare. E Simonet si ostina a farlo bene, provando gusto nella ripetizione di atti uguali e nello stare all’aperto; ad un’estremità del suo carretto, in un microscopico vasetto fissato non so come, ma in bella vista, mette ogni giorno una rosa, e lo fa anzitutto per sé: “non sono mai le meraviglie a mancare, ma la capacità di meravigliarsi”.

E per scendere alla ricerca della meraviglia occorre aggiungere che l’autore non solo è sano di mente, sposato con numerosi figli e vanta una brillante cultura umanistica, ma nel descriversi esprime – proprio attraverso il suo lavoro – una incomprensibile e autentica Gioia sottile. Le pagine grondano di Gioia (e anche di ironia, in certi tratti molto svizzera), una vera e propria ventata benefica, mai forzata né esibita, ben piantata, solida e resistente in tutti questi decenni in cui si protrae il suo mestiere. Ed i sentimenti che durano hanno la presunzione fondata di essere veri per sempre.

Ho sempre pensato che le rivoluzioni più potenti, le più efficaci, quelle che portano davvero un cambiamento (non quello effimero di qualche titolone), sono quelle silenziose. Quelle fatte con la calma paziente di chi quotidianamente scolpisce il suo personale pezzo senza proclami e senza clamore. Amare silenziosamente il proprio lavoro, tanto più se umile, è una di queste: “quando si ama, si vede la bellezza nascosta in ogni cosa”.

Delle tante persone con cui ho a che fare, ne conosco pochissime – mi bastano le dita di una sola mano – che vanno al lavoro fischiettando. Si può contestare in mille modi, quasi tutti inefficaci, il modello di vita che in qualche maniera sosteniamo e di cui siamo vittime e complici, i più sbuffano o si lamentano avendo abdicato da tempo a quell’antico sogno di ragazzi di lavorare vibrando di passione. Il formato celebrato, legittimato e consolidato è che il lavoro è una specie di prigionia a tempo con cui barattiamo briciole di libertà in cui vivere; Simonet ci riconsegna una speranza calpestata: che si può lavorare, non avere successo, non essere celebrati ed essere felici.

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