LETTURE/ “Contro il mio tempo”: il secolo della morte di Dio secondo Vintila Horia

- Silvia Stucchi

“Contro il mio tempo. Considerazioni su un mondo peggiore” dello scrittore rumeno Vintila Horia è uno sguardo radicalmente pessimista sul Novecento

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Ovidio (foto dal web)

Vintila Caftangioglu (1915–1992), che scelse come pseudonimo per la sua attività letteraria Vintila Horia, è stato un grande scrittore rumeno, vincitore nel 1960 del Premio Goncourt (il massimo premio letterario francese), cui rinunciò per le polemiche suscitate dalle accuse di presunto collaborazionismo.

Nel 1946, infatti, il Tribunale del Popolo Rumeno aveva condannato lo scrittore, in contumacia, ai lavori forzati a vita con l’accusa di avere sostenuto, con la sua attività giornalistica, l’alleanza della Romania con le Forze dell’Asse: un falso macroscopico, considerato che lo scrittore venne perseguitato dalle truppe del Terzo Reich.

Horia, lasciata per sempre la Romania, si trasferì in Argentina, dove dal 1948 si diede all’insegnamento della lingua e della letteratura romena all’Università di Buenos Aires. Nel frattempo, la sua fama di scrittore cresceva, anche perché egli era stato uno dei primi intellettuali a squarciare il velo su quanto accadeva nell’Est europeo.

Il volume Contro il mio tempo. Considerazioni su un mondo peggiore, edito da Oaks (230 pagine, 20 euro), a cura di Gennaro Malgieri, ha dunque il grande merito di riportare nuovamente l’attenzione su questa figura, portatrice di uno sguardo radicalmente pessimista sul Novecento.

Nel 1969 Horia fece un viaggio in Danimarca. Come sempre, teneva con sé un taccuino, su cui annotava impressioni; a Copenaghen appuntò una considerazione che riassume il senso di Considerazioni su un mondo peggiore: “In questo ambiente, ormai universalizzato per l’intervento dell’Occidente, è facile avvertire il rapidissimo progresso della tecnica e la caduta, ancora più rapida, del fattore morale e di quello religioso, accompagnata dalla decadenza delle arti. Siamo incapaci di creare l’arte come siamo incapaci di credere. Creare e credere sono verbi antichi, che appartengono al ciclo ascendente. Non facciamo altro che progredire verso la fine delle nostre risorse, con l’aiuto di strumenti mortali che fabbrichiamo e utilizziamo in numero sempre più impressionante e opprimente”.

Così, la civilizzazione rischia di diventare sinonimo di entropia; e quelli che più ardentemente spingono verso questa “morte di Dio”, che poi è la morte dell’uomo, sono, secondo Horia, proprio – e tristemente – i giovani, perché gli appartenenti alla generazione precedente conoscono ancora lo sforzo di resistere a quelle che lo scrittore chiama “le forze decadenti, integratrici”.

Una voce profetica, dunque, che vede il mondo uscito dal secondo conflitto mondiale come un mondo “peggiore”, perché, rinunciando a credere, distrugge: questo processo che egli definiva thanatizzazione (thanatos è, appunto, in greco, la morte) è l’espressione suprema della modernità, è un destino cui non ci si può sottrarre se non abbracciando l’essenza stessa della vita, e ricollocandola al centro della sfera dell’umanità, in cammino verso la ricostruzione del tempo di Dio.

Altro elemento fondamentale per capire Vintila Horia è il tema dell’esilio: egli, forzatamente lontano dalla sua madrepatria, lo elabora nelle pagine del suo capolavoro, Dio è nato in esilio: in queste pagine, la condizione di esule dell’autore è “parafrasata” da quella di Ovidio. Nella relegazione del poeta latino a Tomi, sul Mar Nero, nel territorio che attualmente corrisponde proprio a quello della patria di Horia, la Romania, il romanziere presenta i dolori e le angosce che gli sono propri.

Tra i Geti, però, paradossalmente, l’autore delle Metamorfosi e degli Amori trova ciò che a Roma non poteva trovare: l’affrancamento dalle convenzioni ipocrite e dall’ossequio al potere incarnato da un autocrate. Il suo cammino, che possiamo chiamare iniziatico, lo porta a contatto con le peripezie di uomini umili, diversissimi da lui, così che in lui si fa strada l’idea dell’esistenza di un Dio unico, il quale “ridarà al genere umano la freschezza del principio”. E così, l’Ovidio ricreato da Horia avverte dentro di sé la spinta verso un “nuovo sole” dopo aver conversato con i saggi e con qualche improbabile sacerdote, sopravvissuto a una religiosità arcaica, sino a quando non incontra un medico greco che gli dischiude le porte alla rivelazione: un racconto che Horia ci fa con profonda partecipazione.

La consapevolezza di essere tutti, infine, esuli, dovrebbe infatti, per lui, indurci a rinunciare alle fatuità ingannevoli delle dottrine apparentemente messianiche, ma prive di una prospettiva metafisica. Soltanto così il mondo potrebbe cambiare e, dunque, non essere “peggiore” come quello che stiamo conoscendo.

Horia fece in tempo a vedere il crollo del comunismo che condizionò così pesantemente la sua vita, togliendogli la sua patria: ma, essendo morto nel 1992, non ha fatto in tempo ad aggirarsi fra le rovine del post–comunismo dove, probabilmente, incredulo come Ovidio, si sarebbe sentito smarrito.

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