LETTURE/ Da Dostoevskij ai giovani: custodire l’angoscia per non cedere al nichilismo

- Giuliana Zanello

Che fare di fronte alla rivelazione del niente in cui si sono risolte tante vite, anche in tempi recenti? Una angoscia che occorre custodire. La lezione di Dostoevskij

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La colonna di camion militari carichi di anonime bare che sfila via da Bergamo nella notte ha segnato con un marchio di angoscia la nostra primavera; e nelle parole di chi ha perduto i propri cari o ha visitato di persona il limitare dell’esistenza quell’immagine torna ancora inesorabile, con un carico di insostenibile dolore. È bene tenervi appuntato lo sguardo?

E che fare di fronte alla rivelazione del niente in cui si sono risolte tante vite? Di fronte al filo di fumo che esce da forni crematori a pieno regime, di fronte alla necessità di trovare soluzioni tecniche per eliminare resti umani troppo numerosi e troppo pericolosi?

Ci sono frangenti in cui il palesarsi del nostro niente ci colpisce come un maglio, lasciandoci ubriachi, con il cuore raggelato per il terrore che da quella scoperta non si possa tornare indietro, che essa apra inesorabilmente nella nostra vita e nella nostra anima fessure da cui soffia un vento di distruzione. Un vento annichilente. Forse è meglio dimenticare, e non dire a chi non sa: A chi ignora non dire; non dire la cosa, ove l’uomo e la vita s’intendono ancora, esortava Clemente Rebora davanti all’oltranza disumana della strage bellica. Come se si toccasse un punto di consapevolezza che azzera, facendole svanire come chimere, le basi su cui si sono costruite l’autocoscienza e il rispetto di sé. Polverizzando anche la possibilità dell’angoscia, che lascia il posto o all’accettazione inerte e dissipata o alla manipolazione spregiudicata: le due vie del nichilismo.

Queste due vie, prima che, anche su quella base, il nichilismo fosse teorizzato da Nietzsche, Dostoevskij rappresenta ne I demoni. Un improbabile gruppo terroristico organizza un tentativo di sovversione, velleitario ma non per questo meno violento, in una cittadina di provincia presso Pietroburgo. Nelle vicende del gruppo si intrecciano le sorti di diversi personaggi, ciascuno dei quali incarna un aspetto di quel nichilismo che l’autore intende combattere, mostrandone in primo luogo l’origine dallo scetticismo di marca liberale, all’apparenza innocuo e insospettabile, della borghesia illuminata, un razionalismo che recide, in modo più o meno consapevole, i legami con la tradizione, essenzialmente religiosa, aprendo la strada a forze distruttive di cui finirà vittima.

Tessitore dei complicati fili della cospirazione è un personaggio totalmente amorale, Pëtr Verchovenskij, nel quale la furia distruttiva si manifesta per così dire allo stato puro, nella sua versione freneticamente operosa e priva di pensiero, se per pensiero si intende qualcosa che ecceda l’astuzia intrigante e priva di scrupoli. Figura bassa e disgustosa, infaticabile nell’organizzare l’insensato, tiene paradossalmente in pugno, anche grazie alla sua inesauribile capacità di tollerare l’altrui disprezzo, Stavrogin e Kirillov, due frutti eminenti della straordinaria capacità dostoevskijana di analisi psicologica e morale, rappresentanti appunto di quelle due vie del nichilismo di cui si diceva. Kirillov è l’ideologo disposto a tutto per il trionfo dell’idea. Un’idea che riguarda gli uomini e il loro supposto bene, in vista del cui trionfo, tuttavia, gli uomini sono tutti sacrificabili; non escluso l’ideologo, che con piena coerenza incomincia con il sacrificare se stesso.

Ora, la carica ideale e la disponibilità a pagare di persona rendono Kirillov ammirevole, possono quasi nascondere la coda dello scorpione, per così dire, e mostrarci la sua fine in una chiave di santità. In realtà, la totale mancanza di egoismo, in Kirillov, non è amore, né per sé né per l’umanità, ma il punto finale di un processo che, rovesciando i termini e ponendo gli uomini al servizio di un’idea, li svaluta, consegnandoli alla manipolazione radicale. È questo il tema discusso in tutta la sua lunga vita da Emanuele Severino: la separazione concettuale dell’ente dall’essere, in forza della contingenza del primo, che diviene divorzio, consegna dell’ente al nulla, alla mancanza di senso ontologico e quindi alla disponibilità manipolatoria.

Ma il personaggio principale del romanzo, la cui preminenza si chiarì solo gradatamente allo stesso  Dostoevskij, è Stavrogin. Così lo presenta Remo Cantoni: “Stavrogin non cerca nulla, non crede in nulla. Le forze dell’intelletto e del senso sono formidabili in lui, ma ad esse manca qualsiasi direzione morale. Esse stan sospese nel vuoto metafisico della sua noia esistenziale, della sua incredulità, della sua apatia, della sua indifferenza”. Il nichilismo di Stavrogin è pratico e psicologico: è la ricerca, dissipata e disperata, di qualcosa che gli procuri emozioni forti, non importa di che segno, e la cospirazione politica, in questo senso, è solo un’occasione tra le altre. La sua indifferenza morale è totale, tanto che è proprio lui a suggerire al disprezzato Verchovenskij il modo migliore per legare indissolubilmente a sé e tra loro i cospiratori: “inducete quattro membri del gruppo ad accoppare il quinto, col pretesto che quello li denuncia, e subito li legherete tutti col sangue sparso, come in un nodo”.

È bene ricordarlo: ciò che Dostoevskij vuol farci vedere è che il libertinaggio irresponsabile e dissipato non è solo autodistruttivo ma anche sempre, in modo diretto o indiretto, assassino. Di un omicidio indiretto, appunto, e contro un essere mite e innocente da lui crudelmente offeso, Stavrogin si rende colpevole. La vicenda, in qualche modo autonoma rispetto alla trama cospirativa, anche se essenziale per l’indagine morale in cui l’autore si è impegnato, occupa quello che è oggi l’ultimo capitolo del romanzo, a suo tempo censurato per eccessiva scabrosità. In esso Stavrogin, divorato dal rimorso fino alla follia, confessa la sua colpa al vescovo Tichon, incontrato prima di dar corso al proponimento di rendere pubbliche a mezzo stampa le sue malefatte. È pentito, Stavrogin? È la questione, complessa e drammatica, che si dibatte nel dialogo con il vescovo.

Stavrogin cerca in primo luogo un sollievo psicologico, nel tentativo di sottrarsi alla pazzia. Il sollievo gli deriverà dalla vergogna e dal disprezzo di cui diverrà oggetto da parte di tutti, che si dichiara pronto a sopportare. Sembrerebbe un prezzo adeguato per riscattarsi. Ma il vescovo non si ferma qui. Nella sua confessione, infatti, Stavrogin ha insistito a lungo sulla molla che ha fatto scattare le sue azioni peggiori: lo strano, doloroso piacere che gli dà lo spettacolo della degradazione, propria e altrui, la dimostrazione del niente dell’uomo. Questa è in lui la radice del male: il nichilismo, non ideologico, in questo caso, ma morale.

E allora, la stessa progettata pubblica confessione ne risulta sinistramente illuminata come un’altra occasione per degradare se stesso e provocare, attraverso una reazione d’odio, la degradazione di altri. La via della salvezza passa altrove, ma per Stavrogin non è del tutto chiusa, in forza dell’angoscia che lo strazia. Non dovrà cercare per essa lenimenti, bensì attraversarla fino in fondo. Perché, là dove siamo abbandonati anche dall’angoscia, si apre il deserto del nulla.

Forse non dobbiamo cercare modi per liberarci in fretta dell’immagine dei camion militari carichi di bare; forse dobbiamo essere grati di questa interrogazione ultimativa, ed essere grati che essa si sia manifestata in modo così imponente e persistente in tanti. Il nulla ci assedia da vicino, secondo i modi descritti da Umberto Galimberti ne L’ospite inquietante, in questo tempo che, almeno dalle nostre parti, ha il marchio di Stavrogin più che quello di Kirillov. Però non abbiamo perduto il bene dell’angoscia. Per essa l’umanità secolarizzata manda ancora la sua pallida luce, nella ripugnanza piena di sgomento che non possiamo vincere, di fronte all’uomo nullificato, neppure in questa parte del mondo, dove da una società costruita sull’uomo come mezzo sono derivati a molti molti mezzi.

La disamina de L’ospite inquietante è dedicata ai giovani, ai ragazzi negli anni della formazione. In essa Galimberti ci mette davanti una generazione che sembra avere paurosamente assimilato un’idea ridotta dell’umano in generale, e ancor più ridotta del proprio ruolo individuale e sociale, in una società che, appagando i desideri spiccioli e alleviando prontamente il dolore, comunica alla fine al giovane il senso della propria inutilità. Gli adulti non hanno tensioni morali da trasmettere, su cui credibilmente impegnare chi viene dopo; non hanno valori, per la cui salvaguardia e trasmissione ci si adoperi a temprare la gioventù. Se per qualcosa ha senso temprarsi, è il per il successo individuale, unico possibile riscatto da un anonimato che equivale all’inesistenza. Esso appare però, ambiguamente, sempre meno legato all’etica dell’impegno e sempre più determinato da doti naturali, innescando un’alternativa di egocentrismo e depressione.

È difficile negare verità a questa analisi: il nichilismo dimentico e vuoto di molti, la competitività egocentrica di altri, la trasgressione distruttiva e la depressione che aspettano, alla fine di entrambe le strade… Guai a noi se il riconoscimento della realtà diventasse giudizio, quasi fossimo altrove, innocenti e al sicuro! Occorre invece custodire l’angoscia, sostenere il dolore della ferita. Da lì viene la speranza, quel tanto d’apertura che permette di incontrare, quando ci tocca, la positività dell’essere. In ciò sta la bellezza del libro di Daniele Mencarelli, La casa degli sguardi, che vale la pena di leggere o rileggere, in questa estate chiaroscura, per indagare i percorsi dell’autodistruzione fino al punto in cui la disperazione incontra la compassione, e la riconosce, e arretra sedotta dall’amore.

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