LETTURE/ Da Gorgia ai social, l’arte di smascherare ciò che vero non è

- Stefano Arduini

Una disciplina millenaria come la retorica ha qualcosa da dire oggi, in tempo di social e di comunicazione rapida?

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Luca della Robbia, Aristotele e Platone

Un’epoca come quella che viviamo, dominata dai vari strumenti della comunicazione e della persuasione, sembra essere l’epoca per eccellenza della retorica. Ma come stanno assieme una disciplina millenaria con la supermodernità dei “social” e della connessione perenne?

La cosa è meno strana se pensiamo che la retorica greca nasce in rapporto a una pratica del discorso in una società orale e quindi come disciplina relativa alla comunicazione rapida. Proprio per questa ragione, fin dall’inizio essa si è costruita a partire da un modello della comunicazione fortemente incentrato sui soggetti della comunicazione e sulle loro variabili psicologiche e sociali.

L’importanza dell’aspetto pratico della retorica è presente fin dalle prime teorizzazioni esplicite che risalgono a Corace e Tisia, le cui testimonianze ci derivano dagli accenni, non proprio favorevoli, di Platone e Aristotele. Un passo famoso del Fedro, che riguarda Tisia, non ci può lasciare indifferenti per riflettere sulla contemporaneità. Platone scrive che Tisia (e Gorgia) “preferirono al vero il verosimile, e con la potenza della parola fanno parere grandi le cose piccole e piccole le grandi…”.

L’interesse del passo deriva dal riconoscere che il campo del discorso è necessariamente quello del verosimile e che il parlare è l’unica azione umana con cui è possibile mentire. Appartenere al dominio del verosimile non significa tuttavia essere contro la verità, ma pensare che possiamo solo approssimarci ad essa attraverso un percorso di negoziazione dialettica. Colui che svilupperà le premesse già presenti nella retorica di Corace e Tisia sarà Gorgia.

Gorgia è il teorico dell’incomunicabilità del vero. Il vero infatti non può essere comunicato perché fra esso e la parola non c’è corrispondenza. La parola non riesce – e qui viene in mente Wittgenstein – a toccare la verità. Dunque se il vero è incomunicabile, nei comportamenti umani non possiamo che affidarci a quella parvenza di vero che è l’opportuno, e questo dipende dalla situazione, è insomma oggetto di argomentazione. Scrive Gorgia: “il logos è un gran signore… infatti è capace di far cessare il terrore, portar via il dolore, ingenerare gioia, alimentare la pietà… Accostandosi all’opinione dell’anima, il suo potere incantatore la affascina, la persuade, la travia e modifica con magica illusione”.

Qui il logos non ha nulla a che fare con la verità, ma è tecnica del linguaggio che il sofista mette in atto per condurre la società nella direzione che ritiene migliore. Naturalmente vale anche il contrario, conoscere quella tecnica permette di comprendere chi e come sta ingannando. Se il campo dei linguaggi naturali non appartiene alla verità allora l’ambito della retorica è necessariamente quello in cui non è possibile separare i significati dalle situazioni comunicative, dai contesti e dagli attori della comunicazione, perché, a seconda di questi, quelli acquisiranno valori anche molto diversi.

Naturalmente il principale teorico della retorica nell’antichità è Aristotele e benché egli critichi, come Platone, i suoi predecessori, i tre libri della Retorica non possono essere considerati del tutto estranei a quella tradizione. Potremmo suddividere i tre libri come il libro dell’emittente, quello del destinatario e quello del messaggio, e questo ci aiuta a capire come nel sistema retorico non possiamo sopprimere certe parti a favore delle altre ma che le tre componenti sono strettamente interconnesse. Questo significa ad esempio che le classiche parti della elocutio (le figure) e della dispositio, che riguardano appunto la costruzione del messaggio, non sono isolabili.

Le figure allora sono comprensibili solo in un quadro teorico che contempli tutti gli aspetti della comunicazione. Queste, come direbbe la moderna linguistica cognitiva, rappresentano ben più di un abbellimento formale del discorso, al contrario sono costitutive di esso. Questa prospettiva fonda le sue ragioni nell’idea aristotelica che la retorica è una techne, ovvero una realizzazione umana, del convincente-confutabile. Una techne dell’entimema e dunque di quel tipo di argomentazione nella quale una delle premesse non è certa ma solo probabile e il cui scopo non è dimostrativo ma persuasivo.

La retorica greca non finisce con Aristotele ma continua la sua storia fino alla seconda sofistica, i contributi sono così numerosi che qui è impossibile renderne conto. Credo però importante sottolineare che la retorica greca, se da un lato proponeva tecniche di persuasione, dall’altro permetteva di svelare il possibile inganno che stava dietro quella techne.

Permetteva di utilizzare le stesse armi retoriche dell’avversario per evitare di scambiare per verità ciò che un comunicatore poteva imporre. Si sottraeva a tutto ciò che non veniva argomentato ed era lasciato in balia di influenze più o meno irrazionali.

Ho il sospetto che oggi ce ne sarebbe un grande bisogno.

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