LETTURE/ Elezioni Usa, Péguy viene prima di Biden

- Davide Rondoni

Prima di ogni “riparazione” o di ritorno alla “normalità” nell’America divisa, bisognerebbe invece riflettere sul corretto rapporto tra senso religioso e politica

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Joe Biden (LaPresse)

Nell’analisi delle elezioni americane che il giornalista spagnolo Fernando De Haro ha svolto come editoriale sul Sussidiario mi ha colpito un elemento a cui vorrei dedicare attenzione. Non entro nel merito delle considerazioni politiche pro Biden o di analisi del voto. Mi basterebbe votare in Italia. Il punto focale mi pare stia, nelle intenzioni, in una specie di invito a rimarginare le ferite rivolto al “basso”, da cui dovrebbe sorgere una energia per tale compito che certo nessun Presidente può da solo realizzare.

De Haro accusa gli ultimi anni della politica di aver fomentato una divisione, chiamandola “ferita”, che arriva fino all’ultima “cellula dell’organismo sociale” in Occidente. A questa ferita avrebbe concorso una sorta di “teologizzazione” della politica, una polarizzazione basata su stili di vita e concezioni opposte e di cui analizza alcuni elementi nella società americana ma ravvisabili anche da noi. E conclude rammaricandosi dell’assenza di un’educazione dei giovani a costruire “il bene comune”, vero scopo della politica, sulla difficoltà di tale compito.

Cosa mi convince e cosa no del soave ragionamento? Certo, le estremizzazioni non sono di per sé un valore, concordo. Ma nemmeno un disvalore. O comunque vanno capite e non stigmatizzate con un “democristiano” (De Haro è spagnolo ma capirà) e ipocrita “volemose bene”. Se c’è stata “teologizzazione” della politica, la causa va cercata forse in una secolarizzazione massiccia, favorita anche ora da chi doveva custodire il fuoco del sacro e che ha avuto la conseguenza che all’assenza di Dio si è teologizzato tutto, dal denaro alla salute, dal divismo alla politica, che non poteva esser esente.

Solo la forza e la presenza di una vera mistica, come insegnano da Dante a Péguy, de-misticizza o relativizza altri ambiti. Occorre invece riflettere sul corretto rapporto tra senso religioso e politica, tra senso di Dio e modernità. Altrimenti, anche ma non solo per questo motivo, l’appello alla costruzione al bene comune è un modo per non affrontare i tanti e tremendi  problemi che una modernità malinterpretata ha aperti nelle società e nella vita dei singoli.

Ne cito solo due, quello della nozione di identità e il concetto di “naturale”. Questioni che interpretate in vario modo stanno generando tensioni e lotte di potere non eludibili e che, come sempre accade per le lotte di potere – come ben sappiamo in Italia, ma anche nella Chiesa e in Spagna – non sono esercizi per mammolette.

Altrimenti il richiamo al “bene comune”, se non consegue un giudizio culturale sugli elementi in gioco, può preludere, anche inconsapevolmente,  a una richiesta di diluimento delle identità culturali o a un’ingenua partecipazione alla storia come cortigiani o spettatori. Infatti la nozione di ricerca del bene comune si fonda su quel che Hannah Arendt nel suo libro Che cos’è la politica – come ricorda il sociologo Giuseppe Monteduro – identifica con queste parole: “convivenza e comunanza dei diversi”.

Il problema non sarà rimarginare la ferita della diversità di stili di vita che per vari motivi e di concezione una modernità confusa sulla natura umana alimenta e che oggi abitano l’Occidente, ma comprenderli, possibilmente averne uno migliore di altri, vedere se esistono e a che livello ancora dei punti comuni e trovare i modi politici e pacifici di convivenza. Proprio una forte identità religiosa cattolica esercitata all’impegno civile culturalmente attrezzata, come mostra ad esempio tra altri il testo di don Giussani L’io, il potere, le opere, può dare un contributo significativo e non da cortigiani. Le elezioni sono solo uno dei modi in cui la convivenza resta pacifica e volta al bene comune; e God Bless America, che almeno sceglie – anche rumorosamente – da chi farsi governare.

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