LETTURE/ Il Covid e quell’ansia di salvezza nascosta dentro la “salute”

- Gianfranco Dalmasso

Il Covid ha messo in crisi l’idea di salute come capacità politico-organizzativa. E ci ha fatto riguadagnare la sua vocazione a essere “salvezza”

terza dose
Vaccinazioni anti-Covid19 (LaPresse)

L’etimo di “salute” deriva dal termine salus, che vuol dire intero, integro (G. Devoto, Avviamento alla etimologia italiana, Le Monnier, Firenze 1968). Esiste anche la forma verbale “salutare”, che significa segnalare in qualche modo adesione ad un incontro, ad un rapporto.

Se l’incontro avviene tra corpi ci si “saluta” generalmente con la mano, agitandola in aria a significare un riconoscimento oppure un augurio (in ciò consisterebbe arcaicamente l’idea stessa di “salvezza”).

D’altra parte, salutare costituisce anche un gesto di riconoscimento. Dire “salve”, “salutare”, implica avviare una struttura di relazione. “Salutare”, cioè, ha già da subito un significato sociale. Esso implica in qualche modo l’affermazione di una “salvezza”, cioè di una realtà precedente, accogliente: religiosa, politica, psicologica? Comunque più originaria che l’immediatezza istantanea e violenta dell’istinto.

Questa idea ha origini nella mentalità dell’Illuminismo europeo che vede nella “città” una sorta di patto, di contratto, di legame fra esseri umani, che nasce da un assenso libero e razionale piuttosto che da un soggiacere a una potenza teologica o comunque “trascendente”. È in questa idea di città che si produce l’idea di una “salvezza” come “bene-essere”, come unità, come esito di uno sforzo razionale ed etico comune.

Il Covid ha messo a dura prova questa concezione benevola di una salute sotto controllo. Non entro in merito alle ipotesi e alle discussioni sulle origini “naturali” o “prodotte” di questo virus. Esso comunque ha messo in scacco per più di un anno le politiche e le organizzazioni dei più importanti Stati mondiali. Il virus ha seminato morte e dolore e ha inattivato le loro capacità politico-organizzative. L’idea di “salute” come sforzo sociale e condiviso dai regimi e dai singoli cittadini è entrata in crisi.

Stiamo ancora attraversando questo guado. L’esperienza e l’idea di “salute” non sembrano oggi avvistabili come realtà possedibili e controllabili da una mera azione politico-sociale. La “salute” sembra aver riguadagnato la sua vocazione ad essere salvezza, soccorso umile e rischioso alle difficoltà e all’agire dell’umano.

Questo mi sembra l’aspetto “costruttivo” dell’esperienza dura e difficile di questo virus.

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