LETTURE/ Il testamento del capitano Grandi, un eroe che non voleva esserlo

- Alberto Leoni

Il libro di Marco della Torre ripercorre la vita dell’ufficiale degli Alpini Giuseppe Grandi (1914-43), morto nella campagna di Russia

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Un momento della ritirata di Russia (Foto dal web)

Chi scrive ha analizzato le motivazioni di tutte le medaglie d’oro al valor militare  (Movm) dalla prima, conferita a Domenico Millelire (1793) fino ad Andrea Adorno (2010). Il linguaggio utilizzato nelle motivazioni è, solitamente retorico, oggi poco sopportabile ma, tra tutte, una ha un impatto emotivo indiscusso. Si riproduce di seguito la parte finale della motivazione della  Movm al capitano Giuseppe Grandi, 5° reggimento alpini, battaglione “Tirano”, caduto ad Arnautowo:

“Ferito all’addome e consapevole della fine imminente, non desisteva dall’animare i propri uomini. Vedendo intorno alla sua slitta insanguinata pochi alpini superstiti, silenziosi ed addolorati, trovava la forza di incitarli ad esultare per il superbo successo conseguito e ad intonare con lui le strofe di una nostalgica canzone: ‘Il comandante la compagnia l’è si ferito e sta per morir…’. Come un vasto, religioso corale si diffonde allora nella distesa gelida della steppa la voce degli alpini, quale simbolo imperituro della tenace gente della montagna, del suo incomparabile spirito di sacrificio, del suo eccezionale ardimento, della sua inconcussa fede nella vittoria…”.

Verrebbe da aggiungere, secondo un termine oggi in voga: “della sua eccezionale resilienza”. Perché gli alpini sono sempre stati un po’ particolari: lontani dal piglio aggressivo di bersaglieri e paracadutisti, sono fanteria specializzata salita al rango di corpo d’élite fin dalla sua nascita. Nel corso della seconda guerra mondiale l’esercito italiano accumulò una sconfitta dietro l’altra, un tracollo dopo l’altro. Le divisioni di fanteria spesso si sfaldavano come castelli di sabbia davanti a prove durissime: non gli alpini. Motivo? L’unità e la solidarietà tra i loro uomini.

Reclutati su base regionale, vi era un nucleo fondante di compaesani che si prendeva cura uno dell’altro: era l’esperienza dei “pals battalions” (i battaglioni di amici) dell’esercito inglese nella Grande guerra o dell’esercito tedesco, con reggimenti nati dal territorio. I governi italiani postunitari, invece, mischiarono sempre i reggimenti per amalgamare soldati provenienti da regioni diverse e per una più efficace azione repressiva.

E quindi la peculiarità degli alpini, secondo una tradizione che continua ancora oggi dopo la fine del servizio di leva (il caporalmaggiore Andrea Adorno, prima citato, è un alpino siciliano del 4° reggimento) era ed è quella di un’appartenenza a una vita. Banale, vero? E, in effetti, il libro di Marco della Torre (Il testamento del capitano Grandi: vita breve di una “leggenda” degli Alpini, Ares 2021) che ripercorre la breve parabola della vita di questo ufficiale, può apparire quasi banale tanto è asciutto e oggettivo nella descrizione di come si diventa eroi. Eroi proprio malgrado, va detto: sicuramente il capitano Grandi avrebbe preferito tornare dalla fidanzata Willy anziché morire nella steppa. Ma quando si comincia a essere così atletici come Grandi, eccelso rocciatore e sciatore, protagonista di un’impresa memorabile sulle Alpi francesi nei primi giorni di guerra, è difficile tirarsi indietro. È chiaro che finiranno per chiamarti in Russia perché c’è bisogno di gente come te e i tuoi uomini ti seguiranno ovunque.

La narrazione di Della Torre, man mano che ci si addentra nella Russia col battaglione “Tirano” assume gli aspetti di un brutto sogno, poi di un incubo con la ritirata a 40 gradi sotto zero, in otto giorni spaventosi, dal 18 al 26 gennaio 1943: quel 26 gennaio che a Nikolajewka segnerà l’ingresso degli alpini in una tragica leggenda.

Qui Dalla Torre sembra ritrarsi, per pudore, nella descrizione di una campagna militare che, solo a leggerla, provoca angoscia e ci fa chiedere da dove venga una simile resistenza. Dalla Torre cede la parola a Nuto Revelli, compagno d’armi di Grandi, a Mario Rigoni Stern e, soprattutto, ad Eugenio Corti e al suo Cavallo rosso. Tre grandi scrittori che hanno narrato questa anabasi con la commozione di chi si sente scampato, immeritatamente, alla morte e può giustificare la propria sopravvivenza solo narrando quanto accaduto. Così che anche noi possiamo sentire il gelo provenire da queste pagine, il tanfo, la sporcizia, il fragore del combattimento, il lamento di Grandi morente. Un testo che può diventare una sorta di educazione morale per il nostro tempo, insegnando a resistere un minuto ancora, un passo ancora e sono soprattutto i ragazzi ad aver bisogno di questo, in un mondo che non crede più che uomini simili siano esistiti.

Una parola ancora. Proprio su queste pagine ricordavo la ritirata dei marines durante la guerra di Corea nel dicembre 1950, quando il generale Smith così descriveva la situazione di accerchiamento in cui si trovava la 1° divisione di fanteria di marina: “Al diavolo la ritirata! Non ci stiamo ritirando, stiamo semplicemente attaccando in un’altra direzione!”. Ebbene, sei anni prima (gennaio 1943) il generale Luigi Reverberi, comandante della divisione “Tridentina” in una situazione ben peggiore di quella di Smith disse queste parole: “Ricordatevi, qui non siamo in ritirata. Mettetevelo bene in testa, questa è una battaglia di avanzata in cui non facciamo che andare incontro e addosso al nemico” (pag. 121). Differenze tra Reverberi e Smith? Nessuna. Tra gli alpini e i marines? Men che meno. Ma negli States il generale Smith viene ricordato e in Italia pochissimi, oltre agli alpini, sanno chi sia stato il generale Reverberi. La differenza tra Stati Uniti e Italia è anche qui e la facciamo noi contemporanei.

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