LETTURE/ Il “viaggio”: la meta non è l’effimero, ma l’eterno

- Moreno Morani

In un momento di prolungata permanenza domestica, può avere valore consolatorio una riflessione sulla storia della parola viaggio

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Dorothea Lange, Uomo cammina Bum blockade. All heading north. South of King City, California, 1936. Copyright CSAC Università di Parma
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In un momento di prolungata permanenza domestica, può avere valore consolatorio una riflessione sulla storia della parola viaggio.

Viaggio è termine importato che viene dal provenzale viatge (a cui si rifanno anche lo spagnolo viaje e il portoghese viagem): la parola continua l’aggettivo latino viaticus, che propriamente significa “riguardante il cammino (via)”: per esempio cena viatica, lo spuntino che si fa durante il cammino. Il neutro viaticum indica ciò che serve per il viaggio, le provviste di cibo e di denaro (marsuppium cum viatico è la borsa coi soldi per il viaggio).

Il passaggio di significato, dai beni essenziali all’azione stessa del viaggiare, avviene in latino tardo: il primo esempio di viaticum nel senso di “viaggio” si trova in Venanzio Fortunato, un autore del VI secolo di origine gallica che ci ha lasciato una notevole quantità di scritti in prosa (vite di santi) e in poesia (inni liturgici e molto altro).

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Nel mondo antico l’idea del viaggio nel senso moderno (viaggio di piacere per turismo) è poco diffusa, per le difficoltà che comportavano sempre gli spostamenti anche in località vicine. Viaggiando si possono conoscere genti lontane e mentalità diverse, ma con le fatiche e i rischi che si devono necessariamente affrontare questo genere di attività è appannaggio di poche persone coraggiose e molto motivate. Viaggiatori famosi furono Ulisse ed Enea, ma in entrambi i casi il loro peregrinare fu subìto più che scelto: Ulisse tornò in patria dopo un decennale vagare, che gli permise di “vedere le città e conoscere la mente di molti uomini”, ma dovette patire sofferenze di ogni genere nel fisico e nell’animo. Enea giunse in una terra che non era la sua patria originaria, “profugo per volontà del fato”, prescelto dagli dèi per dare compimento a un disegno che lo obbligava a ignorare progetti e soffocare amori per obbedienza a un destino più grande.

Non sempre la figura del viaggiatore riscuote simpatia. Il poeta Orazio al termine di una Epistola (I 11) così rimprovera con un ammonimento pacato e bonario gli inquieti che ritengono di trovare risposte ai grandi problemi della vita semplicemente andando per il mondo: “cambiano clima, non stato d’animo quelli che si precipitano a oltrepassare il mare: ci tormenta l’inattività pesante: pensiamo di vivere bene con le navi e le quadrighe, ma quello che cerchi è qui, è Ulubre, se non ti manca un animo sereno”: per vivere bene basta anche Ulubre, modesta e anonima cittadina dell’Agro Pontino di cui le fonti antiche ricordano solamente l’indefesso gracidare delle rane.

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Questo atteggiamento di sostanziale diffidenza si rivela anche nello studio del vocabolo. In francese antico veiatge (oggi voyage) si usa per indicare il pellegrinaggio o la spedizione militare, in qualche caso la crociata: il viaggio è un’impresa che si affronta solamente per necessità. L’idea di viaggio di piacere è così poco consona alla mentalità del tempo, che persino l’augurio, per noi consueto, Buon viaggio! non è documentato prima del XVI secolo.

Se usciamo dal mondo latino, troviamo anche altrove parole che sottendono una concezione simile. In tedesco reisen è il verbo che vale “viaggiare” (e Reise il viaggio). La parola fa capo a una radice che non trova riscontri al di fuori dell’area germanica e il cui valore più antico dovrebbe essere quello di “alzarsi”, come appare dall’inglese to rise “salire”. Spesso indica il mettersi in viaggio per una campagna militare, tanto che in testi antichi lo si incontra nel senso di “saccheggiare”, e il significato militare, poi attenuatosi o svanito nel corso dei secoli, è rimasto in derivazioni come l’aggettivo (oggi disusato) reisig “armato” e il sostantivo Reisiger “cavaliere, soldato a cavallo”.

In inglese le principali parole che indicano il viaggio (journeytraveltrip) vengono tutte dalla Francia, e in tutte si riconosce un significato originario lontano da quello attuale: trip ha a che fare con un verbo che vale “ballare, saltellare”, travel è connesso con l’idea della fatica e dell’impegno (travailler “lavorare” del francese, travaglio dell’italiano) e infine journey vale in origine “giornata”: il carico di lavoro che si assume per una giornata, e poi l’impegno di una trasferta che comunque non eccede la durata di un giorno.

Anche l’esame di altre aree linguistiche mostra che molte parole moderne per “viaggio” sono di origine recente: nelle lingue slave, che hanno normalmente un lessico molto compatto, i termini per viaggio variano considerevolmente da una lingua all’altra (polacco podróż, russo putešestvije, ecc.). Il greco moderno taxídi non ha nulla a che fare con termini antichi indicanti il cammino. E il discorso sarebbe ancora lungo.

Concludiamo ricordando che in italiano esiste, oltre a viaggio, anche il latinismo viatico, che indica l’eucaristia che si somministra a infermi e moribondi come conforto per il passaggio all’altra vita: la parola indica sì la provvista per il viaggio, come vuole il significato originario di viaticum, ma una provvista particolare per un viaggio speciale, quello che porta l’uomo a diretto contatto col trascendente. In questo senso la parola è usata per la prima volta da San Tommaso: a ricordarci che la meta dell’uomo non è un luogo terreno ed effimero, ma l’eterno.

 

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