LETTURE/ Jaeggy, vivere al tempo del Nulla e simpatizzare con chi soffre

- Francesco Roat

Tornano in libreria, ripubblicati da Adelphi, tre testi di Fleur Jaeggy. Al centro il disagio del vivere e il naufragio nello “spleen” contemporaneo

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LaPresse

Tornano in libreria, ripubblicati opportunamente da Adelphi, tre pregevoli testi narrativi di una scrittrice poco nota al grande pubblico ma eccezionale per l’icasticità della sua esemplare scrittura allusiva e (letterariamente almeno) persuasiva, nonché per il registro personalissimo/originalissimo d’una prosa essenziale e misurata quante altre mai, tuttavia audace nel palesare il disagio esistenziale, le ansietà, ed il freddo pathos dei personaggi che la abitano.

Si tratta del romanzo I beati anni del castigo ‒ con cui l’autrice vinse il Premio Bagutta nel 1990 ‒, ambientato in un collegio femminile svizzero, la cui schiva ed elusiva protagonista può venir considerata una sorta di alter ego della Jaeggy. Del romanzo Proleterka, dove gli ambiti narrativi s’alternano e si fondono con quelli meditativo-riflessivi e dove il lettore è sin dall’incipit colpito dallo stile inconfondibile della Jaeggy, fatto di periodi poveri di subordinate e brevi, ma incisivi: scanditi attraverso una prosa franta, essenziale, sebbene ricca di immagini straordinariamente pregnanti, felicemente metaforiche ed evocative.

E infine del libro di racconti Sono il fratello di XX ‒ di cui intendo parlare più diffusamente ‒, che prende il titolo da quello del primo testo breve con cui si apre un’antologia di narrazioni tutte giocate tra algidità e atrocità, i protagonisti delle quali risultano equiparabili o interscambiabili, giacché chi parla o di chi si parla, abbia questo o quel personaggio tratti femminili o maschili, sia giovane o meno, alla fin fine è poi sempre di una sola tematica, d’un analogo modo di porsi che qui ostinatamente, ossessivamente si tratta. Ossia il disagio di vivere, l’infelicità come stabile condizione esistenziale, ed un nichilismo che spesso finisce per implodere nel suicidio o esplodere nella furia omicida, più volte espressa tramite un fuoco distruttore/purificatore che uccide e incenerisce.

Sono, dicevo, racconti alquanto atroci connotati da rancore e disamore, anaffettività e fragilità, e che ricordano un poco certe prose di Thomas Bernhard, ma senza l’accigliata, saturnina vigoria e la mordace ironia del grande scrittore austriaco. Questo senza nulla togliere alla bravura narrativa e all’intensità espressiva di un’autrice che resta comunque, a mio avviso, una delle voci più originali e poetiche della narrativa contemporanea e non solo italiana. Forte di una scrittura al contempo scarna ed essenziale ma in grado di riassumere felicemente in pochi tratti di penna un carattere, una scenografia, un destino. Precisa e affilata come il bisturi d’un chirurgo abilissimo nell’estrarre dai recessi di anime oscure lo spleen da cui un po’ tutti quanti i memorabili personaggi della Jaeggy non possono, né vogliono sfuggire, preferendo semmai in esso naufragare.

Una frase tratta dal primo racconto potrebbe esemplificare quanto sopra accennato, riassumendo la psicologia che accomuna gli uomini e le donne di queste venti storie parallele. “E ora c’è l’incubo, il vero e unico incubo, del vivere. Dell’importanza di vivere. E dell’importanza di riuscire a vivere”. Solo talvolta la disperazione/desolazione qui si tramuta in una sorta di pacificata seppur gelida quiete. Allorché uno dei protagonisti prende la decisione radicale di darsi la morte o di procurarla ad altri. Si muore molto, infatti, si uccide e ci si uccide nei lancinanti pezzi brevi di Fleur Jaeggy, in cui “Niente ha importanza”. Inoltre si è molto soli, e talvolta la propria solitudine si specchia in quella d’un ritratto appeso alla parete, che la rimanda raddoppiata, ancora più definitiva e irrisolvibile. Si studiano le foto e i ritratti dei morti per cercare in essi una risposta a dubbi e interrogativi devastanti; ma nessuna salvezza giunge dai loro volti irrimediabilmente lontani.

Così quasi tutti sembrano (sono) senza altra volontà/voluttà che non sia il cupio dissolvi, la triste voglia di farla finita con l’esistenza: propria e altrui. Ciononostante in queste pagine dolorose v’è pur traccia di un sentimento positivo, che è rappresentato da un’accorata empatia nei confronti di chi soffre, non fosse altro che quella rivolta da un’umana − in un ristorante − a un pesce prigioniero nell’acquario, da cui uscirà solo per finire in padella. Talvolta le vicende narrate prendono sempre più le distanze dalla nuda e cruda realtà, virando nel fantasmatico e nel surreale: in un tentativo di impossibile fuga da sé stessi tramite la visionarietà, l’allucinazione o l’alienazione mentale. Altrove impera un reiterato travisamento. Si tende spesso a giudicare e condannare, qui. C’è la tendenza maniacale a farsi un’idea sbagliata dei propri simili, che spesso risulta proiettiva/distorta. E quando accade un’agnizione, è tardi. È sempre, ahimè, troppo tardi!

Ulteriore caratteristica: questi personaggi preferiscono di gran lunga ragionare sulla vita piuttosto che vivere, limitandosi a guardare con distacco a essa in una raggelante stasi o inazione, la quale si sposa allo sfinimento: al venir meno delle forze e della vita. È una sorta di rinuncia e di distacco − che non ha nulla del mistico, però −, solo determinati a risolversi in una resa definitiva, cui quasi tutti si concedono con estenuata/estenuante dolcezza (l’unica da loro conoscibile o sperimentabile), mediante una sconfitta che ha il dolceamaro retrogusto d’una vittoria, sia pur effimera. Sintesi conclusiva: vicende e figure in gran parte moralmente inaccettabili, ma letterariamente davvero inappuntabili.

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