LETTURE/ “La luce delle cose”: lezioni per non essere mai sazi

- Massimiliano Mandorlo

“La luce delle cose” raccoglie i dialoghi del neurologo e psichiatra Lorenzo Calvi con il suo allievo Paolo Colavero. Un elogio dello stupore

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Michelangelo, creazione di Adamo, Giudizio universale (1511)

Il metodo socratico maieutico, leggiamo nel Teeteto, consisteva nell’aiutare l’altro a “partorire” e ritrovare la verità già posseduta dentro di sé, a trarla fuori dalla propria anima. Così negli illuminanti dialoghi su La luce delle cose. Dialoghi tra maestro e allievo su fenomenologia, psicopatologia e stupore (Mimesis 2019) assistiamo al confronto tra due umanità: quella del neurologo e psichiatra Lorenzo Calvi (Milano, 1930-2017) e quella del suo allievo Paolo Colavero, che ha tentato di restituire al lettore l’“aura luminosa” dei loro incontri fatti di luoghi e visioni, di sorprese e impreviste apparizioni.

Calvi, formatosi al laboratorio di psicologia di padre Agostino Gemelli e alla scuola di Enzo Paci, compagno di viaggio di altri illustri psichiatri (da Cargnello a Callieri, Ballerini e Borgna), ha innestato la filosofia husserliana e il pensiero di Binswanger sulla psicopatologia, aprendo la strada ad un approccio clinico capace di vedere oltre gli strati di indifferenza che circondano i fenomeni del mondo: “La visionarietà altro non è […] che la possibilità che noi offriamo alle cose ovvie di lasciarsi vedere davvero e quindi incontrare, che è poi la possibilità che ci concediamo di sorprenderci, nonostante tutto”. I dialoghi di Colavero con il maestro si trasformano in incontri in cui emerge con potenza tutta la curiositas di Calvi, la sua disponibilità a lasciarsi interrogare dalle “cose” perché queste possano finalmente rivelare la loro “luce”: “nessuno dovrebbe passare con indifferenza accanto ad una cosa qualsiasi del mondo, animale o vegetale o minerale che sia, perché qualsiasi cosa può entrare col suo nome in una metafora”.

Colavero, con occhi da fenomenologo, registra come in un diario di bordo gli sguardi del maestro nel suo viaggio attraverso spazi, tempi, luoghi vissuti e della memoria: “ho incontrato Lorenzo numerosissime volte in giro per l’Italia, a Milano o in riva al suo lago. Ricordo i treni regionali per Tirano che spesso mi hanno trasportato tra quelle montagne. Le gallerie lungolago […], le fabbriche dismesse, le rovine di gloriosi castelli che furono. Luce e ombra, strettezza e larghezza, acqua e roccia, ferro e legno, umidità e bagliori, dialetto e sguardi, il mio viaggio proseguiva in silenzio, come stessi ogni volta avvicinando il luogo primo e ultimo allo stesso tempo”. Entrano nella geografia personale di Calvi la Libreria Utopia di Milano, i pranzi alle Gallerie d’Italia in Piazza della Scala o in via Vincenzo Monti, il Caffè Radetzky, la casa di via Ariosto o il ristorante stellato al terzo piano del Museo delle Culture (Mudec).

Proprio qui, nel fantascientifico tempio culinario dello chef Enrico Bartolini, conobbi il professor Calvi in occasione di un pranzo insieme a Colavero. Rivedo i suoi occhietti di lince sbucare al di là dell’immenso menù, attenti a cogliere con precisione e stupore tutto ciò che potesse emergere intorno a noi, sulla scena del mondo. Erano occhi di clinico e di medico, occhi invasi da una curiositas capace di leggere attraverso le trame del reale: “la curiosità è l’atteggiamento di base. Curiosità vuol dire […] quell’atteggiamento per cui uno è sempre disposto a ricevere qualcosa, a percepire qualcosa, non si considera mai arrivato, non si considera mai sazio. C’è una apertura perpetua per la quale c’è sempre qualcosa che ti può arrivare, io dico addirittura c’è sempre qualcosa da imparare”.

Ricordo il maestro aggirarsi incuriosito tra le collezioni etnografiche e antropologiche del Mudec, lasciarsi stupire da voci, visi, colori e nuove epifanie… In questo saper vedere oltre i sensi, attraverso i fenomeni del mondo, è forse racchiuso il genio di Calvi. Nel suo essere riuscito a riportare in vita la luce delle cose sottraendola all’ovvietà del quotidiano, trasformandola in criterio di cura, idea e visione: “allora ecco che esiste qualche cosa che noi chiamiamo ‘visionarietà’, ecco che riguarda soprattutto il malato esordiente, riguarda l’artista, riguarda il critico, il fruitore che ti dice che ha colto ciò che tu non hai colto. Lui te lo dice e te lo spiega. Capisci, c’è tutta una sequela di persone che vive di queste visioni eidetiche”.

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