LETTURE/ La rivoluzione inglese: quando la repubblica è una meteora

- Silvia Stucchi

Una rivoluzione dimenticata, ma decisiva per le sorti della modernità politica: quella inglese. Magistralmente ricostruita nel libro di Gérard Walter

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LaPresse

Scoppiata oltre un secolo prima della Rivoluzione francese, la Rivoluzione inglese si concluse con l’unico, breve esperimento repubblicano nella Storia d’Inghilterra, dopo la condanna a morte del re, il 30 gennaio 1649: di lì a poco, il 6 febbraio dello stesso anno, la Camera dei Comuni avrebbe soppresso la Camera dei Lords, e il giorno dopo sarebbe stato il turno della monarchia e del titolo di re. A tale rivoluzione è dedicato il saggio di Gérard Walter, La Rivoluzione inglese (Iduna, 2020), il cui valore viene dalla grandissima mole di documenti storici radunati dall’autore.

Gérard Walter (1896–1974), specializzato nella storia delle rivoluzioni, curò, fra l’altro, le edizioni critiche della Rivoluzione francese di Jules Michelet e gli Atti del Tribunale Rivoluzionario. Qui, dopo un Quadro generale della Rivoluzione inglese e dopo una serrata cronologia degli avvenimenti rivoluzionari, egli ci propone i documenti storici degli avvenimenti che scandirono il periodo, sino a quando, nel 1660, a Breda, Carlo II, il figlio del re deposto e giustiziato, proclamato sovrano il 5 febbraio 1660 da Scozzesi e Irlandesi, emise una dichiarazione che garantiva la libertà di coscienza e prometteva un’amnistia generale. E così, l’8 maggio 1660 Carlo II Stuart venne proclamato re d’Inghilterra. Successivamente, il 30 gennaio 1661, dodicesimo anniversario dell’esecuzione di Carlo I, il cadavere di Cromwell, morto nel 1658, venne tolto dalla tomba e appeso sulla forca.

Delle grandi rivoluzioni che hanno disegnato il nostro mondo, l’inglese, la francese, la russa (e non dimentichiamo quella americana), la prima è certo quella meno nota; a essa Walter dedica pagine memorabili, rievocandone con chiarezza le origini. Spentasi con Elisabetta I nel 1603 la discendenza di Enrico VIII, fu proclamato erede un cugino di secondo grado della regina, Giacomo Stuart, già re di Scozia, che da parte della regina Maria discendeva da Enrico VII. Il Parlamento si mostrò del tutto deferente verso il nuovo sovrano, ma, conformandosi alla tradizione, non mancò di rammentare che, in quanto rappresentante del popolo inglese, esso deteneva la sua parte di sovranità nazionale. Giacomo I ne fu molto urtato e fece sapere al Parlamento che rex lex est, “il re è la legge”; al che il parlamento rispose, rispettosissimanente, che “se sua Maestà è stata avvisata di poter fare leggi senza avere l’obbligo di consultare i suoi fedeli comuni, essa è stata informata male”. Significare al Parlamento il suo congedo divenne dunque il più fervido desiderio di Giacomo I, ma, avendo la regina Elisabetta lasciato un debito enorme, di 400mila sterline, mancavano i mezzi finanziari di cui disporre per realizzare tale aspirazione.

Elisabetta I, per finanziare le spese, sempre più fastose, della sua corte, aveva infatti dovuto alienare terre demaniali per ricavarne 372mila sterline; così facendo, aveva però ridotto la fonte più sicura delle entrate della Corona. Posto quindi il re di fronte a un imperativo categorico (“niente denaro senza Parlamento”), egli volle ricorrere a uno stratagemma che presumeva abile: un affare da concludersi fra lui, quale massimo proprietario fondiario dello Stato, e i comuni. In altre parole, il re avrebbe rinunciato ai suoi diritti feudali, in cambio di una rendita annua di 200mila sterline.

Il Parlamento fiutò la trappola e rifiutò il patto, definito Great Compact, e il re sciolse il Parlamento (1610). Da quel momento, annota molto chiaramente Walter, Giacomo I visse di espedienti, dovendo ripiegare sul prelievo delle benevolences (doni “volontari”, resi però obbligatori) e delle tasse diverse, a dispetto dei rilievi che gli venivano mossi, secondo cui l’esazione delle imposte era di competenza del Parlamento. Esso venne riunito solo nel 1621, per chiedere ai rappresentanti della nazione sussidi necessari perché il re entrasse nella Guerra dei Trent’Anni a fianco del genero, l’elettore palatino Federico V, capo dell’Unione Evangelica. Il Parlamento non negò gli aiuti, ma sottopose l’azione del re a una critica schiacciante, in particolare chiedendogli di rinunciare al progetto di dare in moglie a suo figlio la figlia del re di Spagna, nemico storico dell’Inghilterra.

Morto Giacomo nel 1625, il figlio che gli succedette, Carlo I, era sicuramente più prestante del padre; ma, se il re precedente si mostrava violento e di una franchezza persino brutale, la dissimulazione era la principale nota caratteriale del successore. Cromwell, che lo conosceva bene, parlando ai Comuni, se ne uscì con queste parole: “Il re è intelligente, ben dotato, ma non ci si può fidare di lui: è il più grande bugiardo del mondo”. E, come il padre, anche Carlo condivideva l’idea, ben poco radicata nello spirito inglese, che rex lex est. Da qui, lo scontro frontale: prima Carlo I sciolse il Parlamento, poi egli (per non dire Buckingham, unico uomo ascoltato tanto dal sovrano quanto da suo padre), volle appellarsi alla nazione, chiedendo ai sudditi un “dono volontario”. La richiesta cadde nel silenzio più totale e il sovrano dovette ricorrere a uno strumento odioso: il prestito forzoso. Il Parlamento dovette essere richiamato: e se Carlo I aprì la sessione ribadendo la sua autorità, i comuni raccolsero la sfida redigendo una “petizione di diritti” (Petition of Rights, 1628), che il re fu invitato a firmare. Di fatto, come il padre prima di lui, il giovane sovrano fu messo di fronte a un aut aut: niente approvazione, niente denaro. Dunque, dopo aver cercato di tergiversare un po’, Carlo I approvò la dichiarazione, ben deciso a non tenerne conto. Poi, nel 1629, il re sciolse nuovamente il Parlamento e iniziarono gli undici anni del suo regno personale; ma quando, nel 1640, esso venne nuovamente riunito (il cosiddetto “lungo Parlamento”), la temperie era profondamente cambiata, e, dopo anni di lotte e battaglie, Carlo I fu catturato.

Nei primi giorni del 1649 fu istituita un’Alta Corte per giudicarlo. Dei 135 membri che dovevano costituirla, solo 68 risposero all’appello: la sentenza di morte fu pronunciata con 44 voti contro 20. Walter ci testimonia anche – ed è forse la parte più emozionante del volume – gli ultimi momenti di Carlo I, e le sue ultime parole sul patibolo: “Vado da una corona corruttibile a una incorruttibile, là dove non può essere inquietudine”. Una grandezza recuperata in extremis.

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