LETTURE/ La storia di Jacques Fesch, dalla ghigliottina agli altari

- Silvia Stucchi

“I giorni di Jacques” di Curzia Ferrari ripercorre la vita di uno degli ultimi condannati alla ghigliottina. Un ateo che in carcere si converte seguendo due sante

jacques fesch 1957 processo
Jacques Fesch al processo nel 1957 (foto dal sito ufficiale dell'Associazione degli amici di Jacques Fesch)

Dalla ghigliottina agli altari: questo il percorso di Jacques Fesch, uno degli ultimi condannati a morte francesi, ghigliottinato il 1° ottobre 1957, a ventisette anni, per l’omicidio di un poliziotto; sì, perché in Francia l’abolizione della pena di morte risale al 9 ottobre 1981, e il 25 maggio dello stesso anno Mitterrand aveva graziato l’ultimo condannato in attesa dell’esecuzione, Philippe Maurice (mentre l’ultima condanna di un uomo risale al 1977, e una delle ultime donne ghigliottinate fu, durante la Seconda guerra mondiale, Marie Louise Giraud, alla cui storia è ispirato il film di Chabrol Un affare di donne, interpretato da Isabelle Huppert).

La breve vita del giovane Fesch viene ripercorsa da Curzia Ferrari nel volume fresco di stampa per le Edizioni Ares, I giorni di Jacques (2019). L’autrice, giornalista e scrittrice, ha alle spalle molti volumi che rivelano una profonda conoscenza dell’antropologia applicata alla narrativa, e qui rievoca la vicenda umana e spirituale di un giovane destinato, in apparenza, a una vita lunga, facile e senza intoppi.

Jacques nasce infatti il 6 aprile 1930 da Georges Fesch, banchiere – forse discendente da Joseph Fesch, arcivescovo zio di Napoleone -, ateo dichiarato, uomo brillante in pubblico, ma tetro e anaffettivo in famiglia, e da Marthe Hallez, ragazza di buona famiglia, ma già ultratrentenne (età allora veneranda per una nubile). Il matrimonio sarà molto infelice, specialmente per la questione dell’educazione religiosa dei figli: per Georges, infatti, le suore sono delle sciocche (“altrimenti non si sarebbero fatte suore”, perché “sono capaci soltanto di incantare con delle favole”), Giovanna D’Arco è nientemeno che “una prostituta”(!), e la religione, in fondo, è una faccenda di autosuggestione e consolazioni puerili, roba buona per chi manca della forza intellettuale per essere un libero pensatore.

Jacques cresce preda di lunghe inquietudini, e presto diventa (siamo a fine anni Quaranta), appassionato di jazz, frequentatore di locali notturni, e conoscitore delle notti parigine; dal matrimonio con Pierrette nasce una bambina, mentre un secondo figlio, illegittimo, a lungo dimenticato, Gérard, pubblicherà nel 2016 in Francia il libro Fils d’assassin, fils de saint (Lemieux).

Il tema dell’argent, del denaro, che deve essere tanto e facile, pervade il libro: nella banca in cui il padre ha sistemato Jacques si registra un ammanco; il ragazzo non è formalmente accusato, ma è allontanato; per mesi è in caccia dell’affare che lo renderà ricco, per potersi trasferire in Polinesia.

Poi, un cosiddetto amico, Criquet, gli propone un furto, “un colpo di mano”, facile e indolore come nei film, ai danni di Alexandre Silberstein, cambiavalute amico del padre di Jacques. Ma il ragazzo perde la testa e dà al vecchio Silberstein una botta in testa con il calcio della rivoltella sottratta al padre: parte un colpo che ferisce il derubato; poi nella fuga, sempre con quella rivoltella fra le mani, Jacques si trova davanti un agente, Georges Vergnes, e lo uccide con un colpo.

Il processo dura tre giorni, dal 3 al 6 aprile 1957, e l’esito è scontato, come sa bene l’avvocato difensore. Costui, Paul Baudet, professionista rinomato, nonché terziario francescano, quando accetta l’incarico è certo al 99% che Jacques sarà condannato a morte; così, prima che la vita, si impegna a salvargli l’anima.

In questo percorso, certo non lineare, pieno di smarrimenti, Jacques ha due maestre, due sante (proprio lui, allevato nel disprezzo delle monache!), che saranno dichiarate Dottori della Chiesa: una è santa Teresa d’Avila; ma c’è anche un’altra Teresa, vissuta a fine Ottocento, che, nella sua breve vita aveva conosciuto un nuovo comfort, l’ascensore, e lo userà come immagine nei suoi scritti: la Storia di un’anima di santa Teresa di Lisieux accompagnerà, infatti, Jacques nei mesi prima dell’esecuzione.

Poi la suocera, Marinette Polack, otterrà dal presidente della Repubblica la salma, per un grande funerale celebrato sei mesi dopo l’esecuzione. Infine, nel 1987, l’arcivescovo di Parigi, Jean-Marie Lustiger, avvia il percorso della beatificazione.

Per chi volesse conoscere meglio l’enigma Jacques, sono disponibili il suo Giornale intimo (Elle Di Ci, 1981) e Jacques Fesch racconta se stesso (Elle Di Ci, 1988), curati dal postulatore della causa, il salesiano Giacomo Maria Medica.

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