LETTURE/ Non si separano diritto e religione, il “giudice” lo sa?

- Moreno Morani

Iudex, giudice: il parlante latino poteva riconoscere in iūdex un composto da iūs “diritto” e “deik-“, mostrare. Parole che hanno cambiato la storia

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(LaPresse)

In una fase in cui quotidianamente i media ci informano sui problemi della giustizia, può avere qualche interesse una rilettura linguistica del termine “giudice”.

Punto di partenza, per la parola italiana come per le corrispondenti parole delle altre lingue romanze (portoghese juiz, spagnolo juez, francese juge, ecc.), è il latino iūdex (o, più precisamente, la sua forma di accusativo iudicem): solo il rumeno ricorre alla forma derivata judecător. La parola è entrata in inglese (judge), dove ha sostituito dēma “giudice”, legato al gruppo di doom “legge” (poi “decisione”, soprattutto negativa, “destino”). Ma benché la parola sia la stessa, la percezione che il parlante ne riceve è diversa.

In italiano giudice è una parola che non ha collegamenti e si sottrae all’analisi, mentre il parlante latino poteva riconoscere in iūdex un composto da iūs “diritto” con una radice che ritrovava per esempio in in-dex (il dito che si utilizza per indicare, l’indice) o in dicio “potere, autorità”: hinc iudicare, quod tunc ius dicatur “giudicare deriva da questo, che si definisce il ius”, avverte l’erudito Terenzio Varrone (de lingua Latina VI 61). Nella seconda parte abbiamo infatti una derivazione della diffusa radice indoeuropea deik’ (da cui sanscrito diśati “egli indica”, greco deíknymi “io mostro”, gotico ga-teihan “indicare”) che in origine significa “mostrare, indicare” (in senso sia ideale sia concreto) e in latino trova un larghissimo uso, con un sensibile passaggio di significato (da “indicare con gesti” a “indicare con espressioni verbali”), nel verbo deico, da cui dico con tutte le sue derivazioni.

Se il discorso sulla seconda parte di iudex è relativamente accessibile, la prima contiene iūs, un elemento misterioso e nel contempo una delle parole fondamentali della civiltà giuridica romana. Con ius si indica un patrimonio di norme generali che fissano il comportamento della società e degli individui. La parola, completamente isolata nel lessico, si presenta come un relitto che ha una perfetta equivalenza in India (yoṣ) e in area iranica, e un derivato in area celtica (irlandese huisse “giusto”): Roma, indo-iranico e celtico, tre aree che spesso concordano nel conservare arcaismi antichissimi soprattutto nel lessico religioso e istituzionale.

Anche ius appartiene originariamente al lessico della religione: il suo equivalente sanscrito yoṣ si usa nella formula caṃ ca yoś ca che sintetizza l’idea di benessere sia materiale sia spirituale, mentre gli usi iranici ci riportano più nell’ambito della purità rituale. In origine ius indica la modalità corretta di rapportarsi al divino. Poi, siccome l’uomo romano è interessato all’organizzazione della realtà terrena più che alla meditazione sulle realtà celesti, e la sua attenzione si concentra soprattutto sul sociale, finisce che ius, come altre parole originariamente appartenenti al lessico religioso, si laicizzi e indichi non più la norma di comportamento nei confronti del divino, ma la regola nei rapporti umani.

Pur laicizzato, ius continua ad essere percepito nella coscienza collettiva come un patrimonio di norme comuni a tutte le culture e date all’uomo da un’autorità superiore (“il diritto umano si fonda nella stessa società degli uomini”, ammonisce Cicerone in una Lettera), essenzialmente diverso dalla lex, la singola norma ratificata da chi ha l’autorità politica o religiosa per farlo. “Tutti gli uomini onesti amano la giustizia e il diritto” e “il diritto deve essere ricercato di per sé”, leggiamo nel trattato Sulle Leggi di Cicerone (I 48). Nel più diffuso derivato di ius, il verbo iurare, il nesso con la realtà celeste non viene completamente reciso, perché iurare vale sempre “chiamare a testimonio gli dèi”.

Dunque iudex è chi dà concrete attuazioni a norme universali e si pone come arbitro e interprete quando queste sembrano confuse o i contrastanti interessi delle parti tentano di stravolgerle.

Concludiamo con un paio di considerazioni. L’idea che al giudice spetti un compito di guida e orientamento si ritrova anche in altre aree. In tedesco la parola per “giudice” è Richter, parola derivata da verbo richten “indirizzare, orientare”. Una formazione in tutto simile a iudex troviamo nella parola indiana dharmādhikārin “giudice, che ha autorità (adhi-kārin) sul dharma (la legge morale)”: a testimonianza di quanto in aree anche lontane, geograficamente e culturalmente, vi siano suggestioni simili.

Infine la diffusione della radice deik’-: partendo dal valore di “indicare” la radice si è prestata in greco ad essere usata come radice fondamentale per l’espressione dell’idea di giustizia: Díkē è la dea della giustizia, garante dell’ordine sociale insieme con le sorelle Eunomía (“buon governo”) e Eirénē (“pace”). Tra i derivati di díkē troviamo dikázō “giudico” e dikastēs “giudice”. La giustizia si propone dunque come un’indicazione forte di regole di comportamento per il singolo e la società. Non per nulla in molte tradizioni sono indicati come legislatori divinità o personaggi del mito (Zeus, Manu) o leader religiosi (Mosè).

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