LETTURE/ Oltre Eutifrone: senza testimoni di verità non si diventa liberi

- Angelo Campodonico

Roberto Celada Ballanti in “Il dilemma di Eutifrone. L’uomo, Dio, la morale” prende le mosse da Platone per affrontare il rapporto tra autorità è libertà

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Jacques-Louis David, La morte di Socrate (1787, particolare)

“Santo è ciò che è amato dagli dei in quanto santo, oppure è tale in quanto viene amato?”. Socrate propone nel Dialogo Eutifrone di Platone questo fondamentale e sempre attuale dilemma. Il secondo corno dell’alternativa è privilegiato dal sacerdote Eutifrone che difende la teologia politica della polis, ovvero lo status quo fondato sulla tradizione della città, il primo è fatto proprio da Socrate e dalla tradizione filosofica che da lui prende inizio. Roberto Celada Ballanti in Il dilemma di Eutifrone. L’uomo, Dio, la morale (Morcelliana, 2022), si sofferma con grande acribia ad interpretare questo famoso passo.

Egli sottolinea nella posizione di Socrate la critica nei riguardi della teologia politica greca e successiva fondata sulla tradizione, in nome della ragione filosofica: ciò che è santo non può non esserlo se non perché riconosciuto come tale dalla ragione dell’uomo e da Dio stesso. Così la posizione socratica critica di fatto in prospettiva il volontarismo teologico medioevale e moderno, in particolare la concezione di quei Riformatori secondo cui Dio deciderebbe che cosa sia vero e bene in modo totalmente imperscrutabile dalla ragione dell’uomo. Sulla scia del detto evangelico giovanneo secondo cui “la verità vi farà liberi”, la Scolastica del Cinquecento che riprende Tommaso d’Aquino e, in seguito, l’Illuminismo moderno da Lessing a Kant, porteranno avanti, radicalizzandola, la posizione di Socrate.

Osserva sinteticamente l’autore verso la conclusione del volume: “Poiché se certo ragione e coscienza possono sbagliare – ma anche l’autorità lo può! – solo da una libertà che sa riconoscere ed emendare i propri errori può nascere il senso di quel valore morale positivo che, come volevano i Lumi, scioglie gli uomini dalla sudditanza e dallo stato di minorità e rende possibile apprendere dall’esperienza. E non è riconoscibile in questa deprivazione di una libertà responsabile, di una competenza morale ultima della coscienza, la logica del grande Inquisitore, grandiosa metamorfosi moderna […] del volontarismo di Eutifrone?” (p. 188).

E poco dopo questo riferimento alla “Leggenda del grande inquisitore” dei Fratelli Karamazov di Dostoevskij si precisa, tuttavia, citando il filosofo tedesco Gerhard Krüger, che “L’uomo è signore di se stesso, ma non della sua Signoria” (p. 186). Egli è, quindi, pur sempre strutturalmente dipendente, aperto alla possibile rivelazione di Dio.

Fin qui le tesi fondamentali del volume che Celada Ballanti sviluppa con estrema chiarezza e radicalità e che fanno indubbiamente pensare. Quale insegnamento per l’oggi possiamo trarre da tutto ciò?

Si potrebbe osservare che il principio della libertà di coscienza, se resta un guadagno irrinunciabile a partire da Socrate, morto per affermarlo, ha bisogno per destarsi e acquistare senso di incontrarsi e anche di scontrarsi continuamente con testimoni di novità. L’esperienza morale e religiosa è fatta di attenzione agli avvenimenti che interpellano la coscienza. Non si può ignorare, come già afferma Tommaso d’Aquino, in nome proprio del primato della Verità, che vi possano essere evidenze note almeno di primo acchito solo ad alcuni e a cui si perviene grazie al ragionamento. Per di più le verità empiriche richiedono necessariamente testimoni. Altrimenti, se ci si concentra soltanto sulla coscienza e sulla libertà, si rischiano il solipsismo e, quindi, il nichilismo. Come se si pretendesse di guidare la bicicletta guardando il manubrio che è mobile e non davanti a sé, altro da sé.
Potremmo, quindi, affermare sinteticamente che se coscienza e libertà senza apertura del desiderio all’autorevolezza degli altri, di certi altri, determinano, in ultima analisi, nichilismo, d’altra parte il principio di autorità senza coscienza e libertà di adesione significa coazione e violenza. Per di più nell’esperienza educativa il bisogno di fiducia nell’autorevolezza altrui, di affidarsi cioè a testimoni credibili, riguarda anche questioni in cui non sempre sono immediatamente in gioco grandi alternative teoretiche o morali ed è, tuttavia, fondamentale per maturare come uomini. L’educatore ti invita a fare dei passi che da solo non faresti e che, se non sono contro la verità e la morale, ti possono far crescere. Per imparare bisogna inevitabilmente andare oltre se stessi fidandosi di altri.

Ciò è particolarmente vero oggi in un’epoca come la nostra in cui in Occidente, a differenza che in altre epoche storiche, sono venuti meno molti legami di fiducia fra gli uomini e fra le generazioni. Entrambi i poli, coscienza e autorevolezza, sono, quindi, irrinunciabili in nome del primato della Verità e vanno diversamente sottolineati a seconda dei momenti storici e dei contesti. Il volume di Celada Ballanti ci ricorda opportunamente che in questo confronto con altro da sé non si può mai trascurare, in ultima analisi, la voce della coscienza, non si può mai far violenza alla ragione e alla coscienza morale, pena non fare l’esperienza intimamente personale del vero e del bene, della libertà.

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