LETTURE/ Perché il nichilismo è sempre un moralismo?

- Vincenzo Rizzo

Nella filosofia russa emerge il nesso inscindibile tra nichilismo e moralismo. Un nesso che oggi ritorna e trasforma ogni capriccio individuale in diritto

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Vasilij Perov, Ritratto di Fedor Dostoevskij, particolare, 1872, Mosca, Galleria Tret'jakov (da Wikipedia)

Chi è il nichilista? Chi fa a meno del proprio cuore e delle sue esigenze fondamentali, chiudendo la partita della propria vita nell’angusto sottosuolo (Dostoevskij) o nella tana (Kafka) di una mente ristretta. Il soggetto si posiziona in una sorta di auto–claustrazione solipsistica, perché ritiene di avere un sapere sulla sua esistenza, pensando altresì di poter strutturare un ordine intelligente personale e/o sociale capace di gestire meglio la realtà.

Quando la vita però reclama i suoi diritti, ponendo un di più non controllabile e imprevisto, il nichilista pensa di chiuderle la porta con una lezione dialetticamente avveduta, magari teologicamente pia o con una costruzione/contestazione ideologicamente attrezzata o in ultima analisi con la violenza diretta, ratio finale per affermare il potere.

Nella/dalla filosofia religiosa russa emerge il nesso inscindibile tra nichilismo e moralismo. Il moralismo non è solo l’altra faccia, l’altro lato del nichilismo, ma la sua intrinseca necessità. Il nichilismo non può non essere moralista: è condannato a esserlo.

Frank ne L’etica del nichilismo in Vechi (1909), edito da Jaca Book (1990), evidenzia l’aspetto monacale del rivoluzionario, ma anche l’ambiguo e violento Nečaev ne Il catechismo del rivoluzionario sottolinea la carica sacrificale della vita clandestina. Il rivoluzionario e il terrorista manipolano il di più politico–morale di cui si ritengono depositari, per soggiogare e/o eliminare l’altro, considerato ostacolo al progetto ideologico e incasellato nella categoria astratta di “nemico”.

Mentre nel cristianesimo la conversione è frutto di un tiro incrociato tra grazia e libertà del soggetto, nel nichilismo il cambiamento è, invece, un obbligo dovuto, è il necessario flettersi all’idea diffusa dalla propaganda relativa al giusto dover essere.

Il nichilista ha una priorità: deve chiedere all’altro di silenziare, di tacitare il suo cuore, per non sentire il pulsare che potrebbe risvegliare il suo essere dal bunker, perché ciò metterebbe tutto in discussione.

La prospettiva escatologica russa a tal proposito è significativa. Il Grande Inquisitore ne I fratelli Karamazov ritiene che il dono della libertà all’uomo sia stato il Suo più grave errore. L’uomo ha bisogno di tranquillità, non del tormento di dover liberamente decidere. Un uomo anestetizzato nella coscienza, cloroformizzato rispetto alla ferita presente nel suo essere sarebbe il soggetto ideale. Chi non capisce questo va espulso dalla realtà: Cristo, altri, eccetera.

Ne Il racconto dell’Anticristo di Solov’ëv il problema è quello di giungere a un concordismo filosofico–religioso che la faccia finita con la variegata complessità e con la differenza di un Dio fatto carne o dell’unicità del Nome pregato. Il nichilismo dell’Anticristo viene mascherato da molteplici dottrine seduttive e gradevoli che riscuotono consenso: pacifismo, umanitarismo, vegetarianesimo, animalismo eccetera.

Il nuovo Partito del Bene, bello ed eticamente igienico–conveniente, elimina la croce e la fatica dell’umano in modo astuto, sostituendolo con verità pervertite. La pax Christi si trasforma, perciò, in quietismo imbelle senza giudizio, l’amore alla persona fino al dono di sé diventa astratto amore per un concetto generico senza sangue, l’attenzione alla creazione vira in idolatria per la dieta o per l’animale.

Ma oggi? Chi avrebbe detto che dopo il nichilismo escatologico intravisto dai grandi russi saremmo arrivati a un nichilismo così angusto come quello dei giorni nostri?

Il nichilismo attuale è segnato, almeno in Occidente, da una mediocrità di massa sazia e paga di sé e la sua più grande battaglia consiste nella pervicace e proterva azione, sostenuta da lobbies finanziarie e politicamente corrette, di trasformare i capricci individuali, talvolta incredibili, in diritti e norme. Il soddisfacimento del piccolo narcisismo individuale (Lasch), ma di massa, ha così sostituito la giusta battaglia per i diritti dei deboli e dei poveri.

Il partito radicale di massa di cui parlava Del Noce è realtà attiva nella società opulenta, ma sfibrata dalla confusione, e guai a chi non sostiene la nuova dittatura tecno–scientifica con la sua abolizione dell’uomo (manipolazione genetica, utero in affitto, transumanesimo, partito di Gaia e gnosi di Princeton eccetera)!

Insomma, sembra apparentemente vincente non l’Anticristo di Solov’ëv, ma il demone meschino di Sologub, associato a taluni incubi di Zamjatin. Ma tra le righe del politicamente corretto e del Partito del Bene attuale appaiono talvolta dettagli inquietanti che danno da riflettere, come “la biancheria sporchina” del diavolo che inquieta Ivan Karamazov.

Il particolare brutto di una nonna diventata madre o l’utero acquistato come merce rivela la piccola tana in cui si vuol chiudere il mondo e chiede – ora sì anche senza maggioranza – il grido dell’uomo di uscire dal nulla.

Nel celebre racconto de L’Anticristo di Solov’ev, “gli Ebrei, anche se le probabilità di vittoria erano scarse, mossero contro le truppe dell’Imperatore”. Spetta a minoranze creative, come sosteneva Benedetto XVI, indicare la strada decisiva per il cammino di oltrepassamento della deriva: actualis pugna contra diabolum.

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