LETTURE/ Se tra il bello e il buono c’è di mezzo una rupia

- Moreno Morani

Cosa c’entra la parola “bello” con le rupie indiane, il russo “krasivyj”, “shining” e la “virtù” ellenica dell’antichità?

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Botticelli, Nascita di Venere, particolare dei venti (1482-85)

Le parole per “bello” nelle lingue moderne presentano una grande varietà: il cultore della materia rimane stupito nell’osservare tanti termini diversi anche in lingue imparentate fra di loro. Se poi si passa all’esame storico, la sorpresa è ancora più grande: molti termini hanno un’esistenza effimera, e sono via via sostituiti da altri in una fase successiva della lingua. Un terzo elemento sorprendente è la quantità di vocaboli, con differenze di significato talora sottili, che si affollano in questa area di significato. In italiano abbiamo bello, ma anche carino, grazioso, leggiadro, stupendo, meraviglioso, in spagnolo abbiamo hermoso, ma anche lindo, bonito, in francese beau, ma anche jolisplendidecharmant e così via. Per spiegare questa vicenda solo apparentemente singolare si possono fare varie considerazioni.

Molti termini vengono sostituiti perché l’uso ricorrente ne attenua l’efficacia, e in questo ambito lessicale il parlante desidera avere parole sempre più forti, che progressivamente si impongono eliminando il termine precedente ormai logorato dall’uso: nell’italiano di oggi un apprezzamento con bello lascia intendere una valutazione non negativa, ma nemmeno esaltante: chi giudica bello per esempio un film o un oggetto vuol fare intendere che si tratta di un prodotto non disprezzabile, ma nulla di eccezionale, altrimenti lo definirebbe magnifico stupendo.

In latino bello si diceva pulcher, una parola di uso esclusivamente letterario che non ha lasciato traccia in nessuna lingua romanza. Le forme che si sono imposte nelle diverse aree dove si è continuato a parlare latino risalgono a termini che originariamente avevano sfumature più espressive: lo spagnolo hermoso e il rumeno frumos, da formosus, che indicano la bellezza legata all’apparenza esteriore (forma), l’italiano bello e il francese beau che continuano una forma latina bellus il cui valore originario era vicino più all’attuale carino che al nostro bello.

Anche in greco kalós della lingua classica ha lasciato il posto a ómorfos “di aspetto bello”ōréos che in origine vale “piacevole”. Oppure, siccome l’erba del vicino è sempre più verde, si ricorre a una lingua straniera per avere un termine che suona più raffinato, come fa l’inglese con beautiful, derivato dal francese (beauté “bellezza”). 

Un’altra giustificazione della notevole frammentazione è data dal fatto che ogni cultura ha un suo ideale di bellezza, e questa diversità traspare nel vocabolario: l’ideale di bellezza può essere collegato all’immagine (spagnolo hermoso, greco ómorfos) o alla tinta (come il russo krasivyj che si connette con termini che indicano il colore, e in particolare il rosso) o alla luminosità (il tedesco schön viene dalla medesima radice a cui fa capo l’inglese shining “splendente”), ma l’apprezzamento può nascere anche dalla presenza di altre doti (come nell’inglese pretty, che in origine richiama l’abilità o l’intelligenza). E infine ci sono anche vicende imprevedibili, come quella dell’inglese nice, che dal valore di “stupido, insensato” (viene dal francese antico nice, a sua volta dal latino nescius “ignorante”) è passato a quello di “delicato, timido” e infine “gradevole, bello”.

Vi è ancora un aspetto su cui riflettere. Una bellezza fondata solo sull’aspetto esteriore non può essere ritenuta completa: nella definizione dell’ideale di bellezza rientrano anche le doti morali e il comportamento. Prova ne sia il fatto che anche in italiano la parola indicante il bello è legata in origine alla parola che indica il buono, anzi in origine la prima non è nient’altro che una derivazione dalla seconda: le forme originarie sono duenos duenolos, da cui, attraverso passaggi trasparenti e conformi alle norme della fonetica latina arcaica, abbiamo le forme storiche bonus bellus. Nella cultura dell’Atene classica questa idea era teorizzata in modo esplicito e la perfezione umana era posta nell’ideale della kalokagathía, parola in cui si compendiano i termini che richiamano la “bellezza” (kalós “bello”) e la perfezione morale (agathós “probo, onesto, valoroso, capace di imprese”). L’uomo perfetto è quello che in cui la bellezza esteriore, dono degli dèi ma destinata a venire meno nel corso degli anni, è specchio di una bellezza interiore contro cui l’azione corrosiva del tempo può meno: ne deriva, per l’uomo greco, il dovere sia dell’esercizio delle virtù sia della cura del corpo.

Infine, una curiosità. Una delle parole sanscrite per “bellezza” è rūpa. Da questa si hanno numerose derivazioni, tra cui rūpya “bello, di bell’aspetto”. La parola si è arricchita di valori sempre più lontani da quello originario. La trafila è la seguente: “bello, ben fatto”, e in particolare “impresso, coniato in modo perfetto”, quindi “splendente, argenteo”, e dunque “pezzo d’argento, moneta”. Rūpya diviene il nome della valuta dell’India, nome arrivato all’italiano rupia attraverso l’inglese rupee. All’ideale di bellezza possono collegarsi un’infinità di idee, compresa quella, certo meno nobile ed elevata ma interessante, del potere d’acquisto.

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