LETTURE/ Sergio Bresciani, “il bambino di El Alamein”: l’amor di patria non è fascismo

- Silvia Stucchi

Antonio Besana torna in libreria con "Il bambino di El Alamein. Sergio Bresciani Medaglia d'Oro". La passione genuina di un giovanissimo morto 80 anni fa

italia guerra sergiobresciani 1 besana1280 640x300 Sergio Bresciani è in alto a sinistra (foto da "Il bambino di El Alamein")

Immaginate un diciottenne dei nostri giorni, un diciottenne responsabile e impegnato, si intende: in che cosa potete pensarlo occupato? Quali possono essere le sue passioni e aspirazioni? Quali i suoi desideri e preoccupazioni?

E ora, spostiamoci con il pensiero a oltre ottant’anni fa, tra le sabbie di El Alamein: è il 4 settembre 1942 e una mina uccide il più giovane soldato italiano dell’armata corazzata del Nord Africa. Il suo nome è Sergio Bresciani, ed è un semplice artigliere del 3º Reggimento Artiglieria Celere. Aveva solo diciotto anni, ma da quando ne aveva quindici si trovava in Libia, dopo essere scappato da casa, da Treviso Bresciano, un piccolo comune della Val Sabbia.

A lui Antonio Besana dedica Il bambino di El Alamein. Sergio Bresciani Medaglia d’Oro (Ares, 2023). L’autore è un grande cultore ed esperto di storia militare, e ha dedicato, fra l’altro, un emozionante saggio di ricerca a un episodio mitico della Grande Guerra, quello della tregua di Natale 1914, oltre ad avere scritto uno dei più bei libri sullo sbarco in Normandia.

La cifra peculiare di Besana è il saper innervare la storia militare, che è una branca del sapere molto tecnica, con una vena di profonda humanitas, di attenzione ai caratteri e ai sentimenti: ne deriva una sensazione di calore e coinvolgimento per il lettore, che si sente condotto dentro i fatti narrati, anche se non è uno specialista del settore. E questo avviene anche e soprattutto per Il bambino di El Alamein, in cui davvero l’autore riesce a far rivivere un ragazzo morto ottant’anni fa; che a quindici anni già smaniava per compiere quello che riteneva il suo sacro dovere per difendere la patria; un ragazzino vivacissimo, irrequieto che, dopo un primo tentativo di fuga per arruolarsi, dal quale era stato riacciuffato e rispedito a casa, aveva perfezionato il piano che, con un po’ di fortuna, l’avrebbe condotto in Africa, dove, dopo due anni, quando ne aveva solo diciassette, aveva potuto arruolarsi ufficialmente, come tanto agognava. Un ragazzo, infine, che, morto all’età in cui, normalmente, ci si prepara a entrare nella vita adulta, aveva dato prova di un tale valore, di un tale coraggio, da essere decorato personalmente dal generale Erwin Rommel, con la Croce di ferro tedesca di seconda classe; in seguito, gli verranno assegnate la Medaglia d’oro al valor militare e la Croce di ferro tedesca di prima classe; a lui è stata inoltre intitolata la Pista Rossa di El Alamein.

Besana traccia e ricostruisce la breve vita di Sergio Bresciani, attraverso le lettere dal fronte e i documenti messi a disposizione della famiglia e dalla sorella Liliana. Sono documenti non soltanto toccanti, ma che rivestono una importanza storica rilevantissima, perché ci restituiscono la quotidianità della vita dei soldati italiani in uno spaccato storico cruciale. “Mancò la fortuna, non il valore”: tali le parole sono incise sul cippo commemorativo del 7° Bersaglieri a El Alamein. E fa una certa impressione leggere le ultime righe inviate al papà, datate 20 agosto, in cui Sergio, con il suo tono di sempre, responsabile e fiducioso, lo esorta a “non pensar male”, se non riceverà per qualche tempo notizie, perché è sicuro che, di lì a poco, potrà spedire alla famiglia una cartolina dal Cairo.

Di Sergio, il suo superiore, il capitano Guido Zirano, ricorda, sino all’ultimo, “la serenità dei forti, a viso ridente”. Qualcuno potrebbe pensare a Sergio come a una povera vittima della retorica patriottarda di marca fascista; ma, attraverso l’esame della corrispondenza privata del giovane, delle lettere spedite ai genitori, alla sorella, al fratello maggiore arruolato d’ordinanza dopo di lui, si evince che, in realtà, quello che bruciava nel cuore del giovane Bresciani era il desiderio – molto “lombardo” – di fare la sua parte, di dare il suo contributo in un momento difficile e anzi drammatico per la patria.

L’articolo 52 della Costituzione lo avrebbe confermato, pochi anni dopo: “La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino”. E a proposito dell’aggettivo “sacro”, è interessante notare come il giovanissimo Sergio riveli un senso religioso, una fede non comune, frutto di un’educazione familiare salda, alla vecchia maniera, come poteva essere quelle impartite in certe famiglie di campagna all’inizio del secolo scorso.

Fa riflettere leggere come Sergio, nella sua corrispondenza dal fronte, ce la metta tutta per rassicurare i genitori, fare il possibile perché la mamma non sappia nulla o non si preoccupi troppo dei suoi ricoveri in ospedale (per otite), e persino rimproverare il fratello che, partito per il servizio militare, si lamenta continuamente, o tenere vivo il rapporto con la sorella minore: un esempio eccezionale, di quelli che un tempo, in latino, si definivano pueri senes, quei ragazzi dotati dell’assennatezza degna di un anziano.

Sergio è stato ricordato ufficialmente ieri, 4 novembre, a Salò, nel suo comune di nascita; ha presenziato l’anziana sorella Liliana, oggi ottantottenne, che ha messo a disposizione per questo libro la documentazione autografa in suo possesso, perché la vita breve e straordinaria del suo Sergio non sia inghiottita dalle sabbie del tempo.

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