LETTURE/ “Storie di un incontro e di vite cambiate”: miracoli, non parole

- Laura D'Incalci

Il volume “Storie di un incontro e di vite cambiate” documenta, in dieti testimonianze, la novità di vita scaturita dall’incontro con don Luigi Giussani

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Don Luigi Giussani (1922-2005)

Quando le vicende degli altri sono per noi particolarmente interessanti? Quando ci riguardano, parlano un po’ anche di noi, suscitano un’attesa imprevista, muovono il nostro desiderio verso un orizzonte inimmaginabile, ma reale.

È questo l’effetto provocato dal libro Storie di un incontro e di vite cambiate (edito dal Circolo delle Imprese, a cura di Micol Mulè) che raccoglie dieci testimonianze di persone tra loro molto diverse, accomunate dall’incontro con don Luigi Giussani e dall’esperienza d’amicizia che ne è nata e ha attraversato le loro esistenze.

Si tratta di dieci storie “rivoluzionate” dall’impatto con il cristianesimo incontrato attraverso il carismatico sacerdote che ha indicato una strada originale e avvincente, soprattutto coinvolgente e immediatamente percorribile. Origine dell’attrattiva calamitante del prete che aveva deciso di accantonare gli studi teologici in ambito accademico per dedicarsi all’insegnamento di religione al liceo milanese Berchet, era l’originalità dirompente di un fatto che coincide con l’essenza stessa del cristianesimo: “Dio si è fatto uomo”.

Non era però un argomento da spiegare a parole, come sottolinea don Antonio Villa nella sua testimonianza: “Non citava una frase, partecipava una sua evidenza! E lui viveva di questa evidenza. Per questa evidenza ha potuto guidarci alla scoperta del misterioso “rapporto con l’Infinito”… Non ci ha mai parlato di Gesù con toni devozionali, ne viveva la Presenza… e ci contagiava con la stessa passione di amicizia con la quale Gesù si circondava di discepoli”.

L’incarnazione di Dio, presente nella materialità del vivere, non è predicata, non diventa discorso, ma esperienza incontrabile, verificabile, origine di uno sguardo diverso su ogni contingenza. Per don Pigi Bernareggi la vita “sarebbe stata certamente una vita dominata dall’angustia di un complesso onnipresente vuoto esistenziale, di tristezza, passività, angustia che nessuno sguardo avrebbe potuto dissipare, eccetto quello di chi mi guardasse con gli occhi di Cristo, in una società altamente dimentica di Lui… e perciò sbadata, banale, vuota, drogata e manipolata dai più forti, ma ugualmente vuoti”. Così racconta descrivendo una trasformazione istantanea nell’impatto con quello “sguardo penetrante e amico” che genererà in lui “un nuovo gusto della vita, la voglia di seguire, di fare, di trasmettere l’esperienza di rinascita a tutti, fino ai confini del mondo e della storia…”. Che tradotto in vita reale significherà la sua partenza per il Brasile, dove divenne sacerdote e artefice di una storica trasformazione dei contesti più degradati ed emarginati: “Nacque così un immenso lavoro su tutto il territorio della metropoli di Belo Horizonte, che poi andò estendendosi ad altre città del Brasile, ed oggi si è tradotto in leggi cittadine, statali e nazionali per il riconoscimento della favela come parte integrante del territorio, che non deve essere sradicata o cancellata, ed invece valorizzata, legalizzata, urbanizzata”.

Ma l’aspetto interessante del suo racconto sta nel ritorno continuo alla memoria di un inizio, quando sull’esperienza della “Bassa”, iniziativa nata su indicazione della Curia milanese che consisteva nella condivisione di un pomeriggio domenicale da trascorrere facendo giocare i bambini delle zone rurali povere a Sud di Milano, don Giussani intervenne a chiarirne il senso. “Allora, amici, mettetevi ben in mente questo: noi non andiamo in ‘Bassa’ per portare niente, per avere successo in niente, per dimostrare niente: ci andiamo per imparare a mettere in comune sé con tutti, tutti, sempre, senza nessuna condizione, come lo stesso Cristo ha fatto e fa continuamente; insieme a Lui che abbraccia tutti in croce; imparando da Lui questo abbraccio alla persona di tutti, ovunque, comunque; abbracciando Lui in tutti coloro che incontriamo; sentendoci tutti uniti nel suo unico infinito abbraccio”. Quel lampo di luce sul senso di un gesto che rischiava forse di essere ridotto a un’espressione di generosità verso i meno fortunati, si sarebbe riacceso continuamente, innumerevoli volte, di fronte a ogni nuova urgenza e a ogni nuova sfida.

Il senso della sfida alla libertà caratterizza le storie raccontate, i cui protagonisti si riscoprono investiti da uno sguardo e da un giudizio radicalmente nuovo, mossi a coinvolgersi in ogni situazione offrendo sé stessi in tutto quel che accade. Impressionano le opere che nascono da questa fedeltà di Dio nella vita di uomini disponibili ad accogliere la rigenerazione che Cristo compie in loro: gli attori sono implicati in una trama di rapporti che rende difficile svincolare la singolarità delle vicende propriamente personali da un contesto incalcolabilmente vasto, da una comunità che li precede e al tempo stesso si genera e si consolida attorno alla loro esistenza operosa.

Insomma le loro storie sono feconde di esiti ben visibili, spesso inimmaginabili per l’imponenza di realizzazioni che ne sono scaturite. Non è possibile raccontarle per intero, tuttavia sembra importante citarne alcune per delineare come la fede, integralmente vissuta, genera novità di pensiero e di azione, capacità di rischio e intraprendenza fino alla concretezza di opere sociali che incontrano i bisogni e le attese di molti, potenzialmente di tutti. Nella narrazione compaiono: Avsi (Associazione volontari per il servizio internazionale), una delle maggiori Ong italiane iniziata da Arturo Alberti; l’Associazione Famiglie per l’accoglienza fondata da Alda Maria Vanoni; la Fundación San Rafael creata in Paraguay da don Aldo Trento; una serie di opere educative come il centro di formazione professionale In-presa di Carate Brianza fondato da Emilia Vergani, l’opera di accoglienza per giovani in difficoltà Ca’ Edimar avviata a Padova da Mario Depuis, la scuola di don Villa a Tarcento sorta in Friuli dopo il terremoto del ’76, la scuola cooperativa Zolla a Milano fondata con altre famiglie da Peppino Zola, fino all’Universidad Católica Sedes Sapientiae creata a Lima da Andrea Aziani per rispondere all’emergenza educativa nelle zone periferiche e degradate.

Tanti esiti di un’operosità creativa suscitata da occasioni imprevedibili, apparentemente casuali, un tutt’uno con l’intensità di vita animata da una Presenza che sovverte gli schemi, rilancia le sfide, schiude inimmaginabili prospettive. Ed è il rischio della libertà, il rischio di un’adesione alla proposta fino al dono di sé, a tessere la trama avvincente e unitaria della narrazione: emblematica la sfida assunta dal chirurgo Enzo Piccinini quando si spinse a decidere di operare una paziente definita “inoperabile”, avvertendo drammaticamente tutta la propria fragilità e inadeguatezza nella previsione delle conseguenze avverse… Il giorno dell’intervento sente il bisogno di chiamare don Giussani che lo sprona ad andare oltre quello che lui misura basandosi sulle proprie forze: “C’è bisogno di una memoria di un rapporto vivente con te… di fronte a Dio bisogna andare!” E quando tutto si sarà concluso bene gli dirà: “Grazie per essere stato strumento di un miracolo”.

Oltre ogni calcolo, Andrea Aziani parte per Lima, solo, ritrovandosi a predisporre l’arrivo di altri amici coinvolti nella stessa missione in un contesto di insicurezza e violenza, ma non lascia spazio a sgomenti e frustrazioni: “Questa situazione di attesa… è veramente di grande aiuto per fare l’unico lavoro che si può fare sempre e per il quale non sono necessarie ‘condizioni speciali’, ossia, vivere la vocazione, vivere come Memor Domini, chiedere, sperare, ringraziare” scrive in una lettera Aziani che in questo inizio condensa tutta la fecondità della sua vita breve e straordinaria. Per lui come per Piccinini è stata avviata la causa di beatificazione.

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