LETTURE/ Tra Sartre e Bataille, come tenere a bada il nichilismo (in noi)

- Paolo Valesio

Umanesimo e umanismo. Entrambi si sono pericolosamente evoluti secondo sviluppi che attaccano l’umano che è in noi. C’è una risposta?

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Antelami, capitello con scene della Genesi (1178)

La lingua italiana è forse unica nel permettersi il lusso di due termini che sembrano designare lo stesso concetto: Umanesimo e Umanismo. In realtà, Umanesimo ha una connotazione estetico-filosofica, mentre Umanismo (lo useremo d’ora in poi) sottolinea la nostra comune umanità; e sono entrambe idee la cui origine è essenzialmente europea. Ma l’Europa, dopo averle create, è anche arrivata molto vicina a distruggerle. L’umanesimo risulta fatalmente indebolito dalle avanguardie storiche (futurismo, surrealismo, dadaismo ecc.) che caratterizzano il pensiero dell’anteguerra europeo, e dall’Europa si irradiano internazionalmente. L’umanismo dal canto suo – con il suo senso dei comuni valori umani – riceve un colpo devastante dalla disumanità della quasi ininterrotta Guerra civile europea (in tre atti: prima la guerra, poi l’entre-deux-guerres, poi l’altra guerra), dal 1914 al 1945.

È significativo allora che il dialogo a distanza sull’umanismo fra Jean-Paul Sartre (L’esistenzialismo è un umanismo, 1946) e Martin Heidegger (Lettera sull’“umanismo”, 1947) veda la luce quando l’Europa è ancora in gran parte un paesaggio di rovine. Entrambi questi saggi importanti studiano il loro oggetto da una posizione, in certo senso, laterale.  L’individualismo ateistico di Sartre resta al di qua della pienezza della persona umana che simboleggia la conquista umanistica (mai sicura, peraltro); mentre Heidegger (pensatore più profondo) punta al di là della persona umana, con la sua metafisica anti-metafisica dell’Essere. Ma tutti e due questi scritti restano punti di riferimento, perché la loro posta in gioco continua a riguardarci da vicino.

L’ombra infatti che continua ad aleggiare su ogni assertività umanistica è quella del nichilismo: il quale è una forma di pensiero, non di immoralismo, e come tale va meditato e attraversato; resta in questo senso fondamentale il coraggio con il quale Giacomo Leopardi affronta la sfida. Ma perfino quel “distruttore” (come non impropriamente lo definisce Gabriele d’Annunzio) che è Friedrich Nietzsche, sente il bisogno a un certo punto di costruire il famoso personaggio dell’Übermensch cioè dell’“Oltreuomo”; insomma, una figura ultraumanistica.

Il problema consiste proprio in questa, diciamo così, eccessività dell’umanismo: un pensiero che mira ad andare oltre sé stesso, a diventare sempre più e sempre meglio umanistico. Oggi quest’ansia di auto-superamento ha portato alla nascita di movimenti come il transumanismo e il postumanismo, molto vicini tra loro seppure con alcune differenze interne (chiamiamolo, per rapidità di discorso, il trans/post). La mossa più facilmente condivisibile del trans/post è quella storicistica, la quale insiste sul fatto che il trionfale concetto umanistico-rinascimentale della persona umana mostra in verità vari limiti politici e sociali (vedi il recente convegno a New York sulla figura canonica dell’umanismo italiano, Giovanni Pico della Mirandola).

Le sfide più inquietanti del trans/post, però, sono altre. La sfida tecnologica (realtà virtuale, intelligenza artificiale ecc.) è forse quella che più colpisce l’immaginazione; la più importante, tuttavia, è un’altra: l’emergere, nell’ambito dei fenomeni della vita di ogni giorno, di un programma che punta verso una situazione postumana. Si tratta, in sintesi, dell’esigenza o pretesa dell’autonomismo radicale; dunque, soprattutto il diritto di scegliere la propria identità sessuale e non; e l’autosufficienza, in una concezione radicalmente naturalistica, della persona umana.

L’Umanesimo-Rinascimento ha lanciato l’idea di un progresso lineare e illimitato, concepito come il trionfo dell’umano. Ma ciò che è poi accaduto è che tale idea si è trasformata in quello che si sta rivelando quasi il suo contrario: l’idea di una nuova umanità, o postumanità, dove i connotati tradizionali dell’essere umano potrebbero diventare irriconoscibili. Ed ecco riapparire la sfida del nichilismo, di fronte alla quale l’umanismo va ripensato. Il nichilismo (vale la pena ripeterlo) è ben più che un fenomeno patologico; ed è bene prenderlo sul serio, questo nichilismo per così dire scintillante del trans/post, con la sua visione totalizzante del futuro dell’umanità, che coinvolge fin da adesso la vita di tutti noi (si può tranquillamente fare a meno, invece, dell’aneddotica connessa a quel termine ormai improponibile che è il “politicamente corretto”: maschera di quello che è in realtà un conformismo repressivo).

Per tenere a bada il nichilismo (dentro di noi, ancor prima che fuori di noi), e mantenere un qualche senso dell’idea di umanismo, la mossa decisiva è quella che a prima vista potrebbe essere fraintesa come una forma di debolezza. Si tratta di difendere, in ogni occasione, l’intimità e irriproducibile interiorità della nostra esperienza, la quale, impalpabile com’è, finisce tuttavia con l’essere il motore decisivo delle nostre azioni (uno dei maggiori rivali intellettuali di Sartre negli anni Quaranta è stato Georges Bataille, il cui libro L’esperienza interiore è ancora oggi ricco di suggestioni).

Parlando di “tradizione”, si tende a pensare a qualcosa di esterno (anche quando si eviti la contrapposizione ideologica fra “conservatori” e “progressisti”); ma in verità appartiene al patrimonio della tradizione anche l’interna esperienza etica e psicologica che vaglia i nostri rapporti di amore e di amicizia nelle loro varie peripezie, e le nostre reazioni intime  di fronte all’assalto giornaliero di immagini accompagnate da parole in libertà. Il trans/post è spesso e volentieri rumoroso; ma le scelte che contano avvengono nel silenzio.

(Dall’intervento alla tavola rotonda su “Rinascimento, Rinascimenti, ieri e oggi” organizzata a Pescara dal professor Gian Mario Anselmi dell’Università di Bologna, il 16 luglio 2022) 

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