LETTURE/ Viaggio nella “rima buccale”, tra Terenzio, la poesia e le Isole Marianne

- Moreno Morani

Ha fatto scalpore nel sotto-linguaggio burocratico della scuola l’uso del termine “rima buccale”, che ha fatto indignare (a ragione) praticamente a tutti

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Tra le novità che il linguaggio della burocrazia ci propone vi è indubbiamente quella abbastanza peregrina di “rima buccale”. Si tratta di un’espressione un po’ esoterica, con la quale si vuole precisare che nelle scuole la distanza fra due studenti deve essere misurata avendo come punti di riferimento le rispettive bocche: il che tradotto in burocratese si dice “rispettare le misure di sicurezza e soprattutto il distanziamento fisico di un metro fra le rime buccali tra gli alunni” (così il Comitato tecnico-scientifico della scuola).

Si tratta di una dizione talmente fumosa e barocca da meritare almeno qualche chiarimento. Innanzitutto in questo caso rima non ha nulla a che fare né con la poesia né coi rimatori, e vale “fessura”. Il termine rima nel senso di “piccola apertura, feritoia” si trova in testi antichi, usato in genere per indicare crepe nei muri oppure orifizi anatomici. La parola è indicata già nel vocabolario di Tommaseo (1860) come ormai defunta e uscita dalla lingua. Unico caso di sopravvivenza di questo termine desueto è nel lessico specialistico dell”anatomia, a indicare una fessura lineare tra due parti omologhe adiacenti (per esempio rima glottidea, oppure rima labiale, la fessura tra le due labbra chiuse; rima palpebrale, la fessura tra le due palpebre, o, in patologia, rima ossea, la fessura tra i due monconi di un osso che presenti frattura). Si tratta dunque di un termine di uso non comune, che ricorre solamente in un linguaggio settoriale (in questo caso della medicina), appannaggio di pochi specialisti. La lingua comune userebbe altri mezzi espressivi per veicolare informazioni chiare e cristalline.

Circa l’origine, la parola si rifà al latino rīma “fessura”, da cui si ha anche il verbo derivato rīmari, usato soprattutto nella lingua dell’agricoltura (nel senso di “vangare, rivoltare la terra”) e nella lingua degli auguri (specialisti che hanno il compito di ricavare presagi sulla base dei sacrifici), dove indica l’azione di penetrare nelle viscere delle vittime sacrificate per osservarle e trarre indicazioni sul futuro. Da questi usi discende il valore di “scrutare, esplorare”, che dà luogo all’ulteriore derivazione rimator “investigatore” nel latino tardo.

In latino la parola è di uso comune. In una commedia del poeta Terenzio un personaggio esclama plenus rimarum sum: hac atque hac perfluo “sono pieno di crepe, perdo acqua da tutte le parti” (per dire che non saprebbe mantenere un segreto). Di questa varietà di usi non si ha traccia nel successivo sviluppo, e nelle lingue romanze sia la parola fondamentale sia i suoi derivati non hanno continuazioni, e rima “fessura” viene ripreso solamente come termine latineggiante in settori elevati della lingua letteraria.

Rima nel senso di consonanza tra le parti finali di due parole, strumento di cui si avvale la poesia italiana e non solo italiana, è parola differente, che non ha niente a che fare con rima “fessura”. Essa è giunta all’italiano attraverso il francese antico rime, per il quale si dovrebbe ipotizzare un’origine germanica, anche se non è del tutto da escludere un influsso del latino rhythmus “ritmo”. Più precisamente, in antico francese rime è tratto dal verbo rimer che valeva “mettere in ordine, creare delle serie” e si rifaceva a una voce francone rīm “numero”, termine variamente diffuso in diverse lingue germaniche (antico tedesco e antico inglese rīm, ecc.).

Più a monte possiamo rifarci a una radice indoeuropea rei– il cui valore originario sarebbe quello di “disporre, mettere in ordine”: la ritroviamo in ambiente latino (rītus “corretto procedimento di un’azione religiosa”) e celtico (irlandese rīm “numero”), forse anche nel greco arithmós “numero” (da cui poi l’italiano aritmetica). In francese rime, come poi in italiano (rima), ha assunto un significato tecnico molto particolare indicando le serie di parole accomunate dalla stessa parte finale, e quindi la stessa parte finale (rima appunto), pur adattandosi a diversi usi traslati, non sempre benevoli (come nell’espressione rispondere per le rime, nata dall’uso di scambiarsi messaggi poetici usando le stesse rime: usanza che in epoca di sms chiaramente non può venire mantenuta!). È interessante e curioso che poi la voce abbia contribuito a spostare il significato delle voci germaniche da cui era derivata: nel tedesco Reim e nell’inglese rhyme si ha oggi il solo senso specifico di rima poetica, che ha soppiantato il valore primitivo di “numero”.

Infine i lessici registrano una terza parola rima, che ci porta lontani nel tempo e nello spazio: il rima è un frutto tropicale delle Isole Marianne, descritto dal viaggiatore Gemelli Careri (XVII secolo) come “meraviglioso frutto e singolare … molto nutritivo”. Nulla a che vedere né con la poesia né con le fessure.

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