Un’esperienza personale di formazione … in atto

Apprendistato continuo: né confini né tappe, se non quelli dati da passione e responsabilità. Da 17 anni in prima linea. MONICA BOTTAI

15.05.2013 - Monica Bottai
Bottai
Monica Bottai con i suoi studenti

Esistono limiti alla formazione di un docente? Il racconto  di una docente e le sue scoperte fondamentali: la formazione di un docente  non ha  confini e tappe, se non quelli dati da passione per la realtà, responsabilità di fronte al proprio compito, consapevolezza di se stessi.

La questione della formazione, o più in generale dell’esperienza, oggi è ritenuta essenziale in qualsiasi ambito lavorativo e questo è sicuramente segno di una maturazione sociale e di una professionalità in crescita. D’altra parte, le due parole, formazione ed esperienza, suscitano orizzonti così ampi e così profondamente personali che, a mio avviso, è impossibile definirne i passi di sviluppo secondo una gradualità e dei metodi del tutto calcolabili o prevedibili. Quindi, non sempre formazione equivale a conquista di abilità sul campo, né una lunga esperienza si traduce sempre in performance di alto livello. Questo vale anche per l’area dell’insegnamento. Io insegno da diciassette anni, quindi una “certa” esperienza è stata fatta ed una “certa” formazione è stata acquisita. Ma in che modo? E quali aspetti comprende?

Chi, cosa mi prepara ad insegnare?

Se lo studio per il concorso pubblico (il cosiddetto “concorsone” del 2000) non mi ha preparato per l’ingresso in aula, lo hanno in parte fatto i corsi di aggiornamento, le partecipazioni a progetti interni ed esterni agli istituti dove ho lavorato, così come le “buone pratiche” specifiche di ogni scuola; o anche le semplici attività, come la progettazione annuale o le responsabilità assunte nell’istituto: tutto ha concorso a creare in me quel “bagaglio” di esperienze formative, a cui ogni docente fa riferimento nel corso del tempo. Ma in questo bagaglio rientrano solo “certi” contenuti, ovvero quelli didattici. Parlando di insegnamento, è sicuramente una questione essenziale: io sono molto appassionata di tutto ciò che concerne metodologie, pratiche, processi didattici e leggo sempre con entusiasmo libri, articoli, resoconti, di qualsiasi estrazione, che mi aggiornino in tal senso e che mi permettano sperimentare nuove prassi e diversi strumenti coi miei alunni. Dovendo presentare il mio percorso personale, sicuramente non posso non considerare questo fattore, cioè lo studio, che non può essere limitato alla fase iniziale dell’ingresso nella scuola, ma deve investire tutta la carriera del docente, rappresentando la cosiddetta formazione continua. Eppure, osservando la mia esperienza, capisco che la didattica acquista la sua valenza educativa se ancorata ad altri fattori d’esperienza.

Il primo fattore di formazione. Oltre che nella formazione continua, io credo nel tirocinio continuo, meglio ancora in un apprendistato continuo: il primo vero elemento formativo per me è vedere, paragonarsi, e possibilmente seguire, qualcuno in azione. Io ho ben presente alcuni colleghi con cui ho lavorato e altri con cui lavoro, dai quali imparo molto per lo sguardo che hanno sui loro alunni: lo sguardo comprende tutto, da come usi il libro a come valuti a come progetti. E in ogni scuola in cui sono stata non mi è mai mancato uno a cui guardare, preside compreso: infatti, le prime belle chiacchierate e i primi progetti li ho fatti proprio con il dirigente della mia prima scuola di montagna – da precaria ho girato tutto l’Appennino (!) -, che al colloquio iniziale mi chiese cosa pensassi dell’educazione e dei bisogni dei ragazzi. Questa domanda mi spalancò il cuore perché dava ampio orizzonte a tutta la mia inesperienza e disagio iniziale, ponendo la questione in termini umani e personali totalizzanti. Un rapporto vivo è, dunque, per me il primo reale punto di formazione. Per questo, serve disponibilità alla collaborazione e, ancor prima, alla condivisione con chi è nella scuola: per storia personale o per orgoglio spesso si sta dentro il nostro istituto con una posizione di criticismo e di scarsa attenzione all’esperienza che già c’è lì intorno a noi. Questo approccio è sbagliato perché, arrivando in una scuola, per la prima o ennesima volta, non si parte mai da zero, dal niente, da un deserto in cui noi per primi costruiamo qualcosa: c’è già un punto, un ambito, un contesto che ci accoglie e quello è il primo fattore della nostra formazione. Questa disponibilità alla condivisione di un percorso è il primo modo per crescere e maturare professionalmente, perché l’alterità è sempre l’unica strada per prendere coscienza di se stessi e delle proprie capacità, possibilità, potenzialità. Anche l’idea più geniale, che non sia però in relazione con chi guida o con l’ambito in cui si pone, non ha frutto reale e duraturo. 

L’ attore protagonista. Se questo primo fattore formativo – la dimensione relazionale e comunitaria – non è limitato nel tempo, ma condizione essenziale a tutto il percorso lavorativo, lo stesso dicasi per il secondo fattore determinante: l’assunzione di responsabilità personale rispetto alla proposta didattica rivolta ai ragazzi. Non è il Ministero, non è “il programma”, non è il preside né gli alunni, a condizionare la mia iniziativa: sono io e soltanto io che, entrando in aula, rispondo di chi ho davanti e di come quel pezzo di tempo e spazio si riempirà di parole, idee, visioni, significati. Ogni lezione è un pezzo nuovo da costruire, ogni classe chiede tempi e contenuti diversi, ogni argomento si rinnova in base al gruppo di lavoro. Dunque, non dipende dalla crisi, dai colleghi incapaci, dagli alunni inadeguati, dai programmi troppo corposi o dallo stipendio troppo scarno l’attività che svolgo in aula: essa è una scelta consapevole di cui sono il primo attore e ciò che scelgo dipende da me e da ciò che mi muove.

E qui entra in gioco il terzo fattore formativo essenziale: se la mia presenza in aula è scelta personale e responsabile, il punto infiammato della vicenda è la disciplina. Diversamente da come pensavo lavorando coi miei primi alunni, non si tratta di trasmettere dei contenuti, anche quando essi siano liberi dall’ideologia dominante e fondati su dati d’esperienza. Infatti, mi sono accorta che approfondire la natura della mia materia come oggetto di conoscenza e indagare il metodo che essa impone nell’approccio alla realtà, sono i punti di lavoro essenziali. Se la mia proposta disciplinare è soltanto strumentale alla trasmissione di valori, abilità, nozioni ai miei alunni, ho già ridotto il mio ambito d’indagine e nel corso del tempo la materia diventa per me scontata e la proposta didattica ripetitiva e non appassionante. Se, invece, essa è per me strada di ricerca, di verifica, di approfondimento e, dunque, di rapporto con la totalità del sapere e della realtà, io per primo divento verso soggetto critico di ricerca. E questo soltanto può generare movimento – interesse, attenzione, impegno – anche nei miei alunni. Perché? Perché quell’argomento, quel contenuto, fino nei minimi particolari, ha a che vedere con la totalità che riguarda il nostro stesso essere. E i ragazzi si sentono interpellati non con oziose domande da manuale, ma su questioni a cui vale la pena provare a rispondere.

La formazione di un docente, almeno la mia, non ha dunque confini e tappe, se non quelli dati da passione per la realtà, responsabilità di fronte al proprio compito, consapevolezza di se stessi. Diciamo sempre che formiamo i ragazzi per la vita: non vale forse lo stesso per noi insegnanti? Sarà per questo che, pur con qualche attrezzo in più, vivo ogni inizio in aula come il primo…

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