Il lavoro e la scuola: un confronto a partire dall’istruzione tecnico-professionale/2

TAVOLA ROTONDA, secondo intervento. DIEGO SEMPIO: interesse e metodo del lavoro ovvero come vincere la diffusa disaffezione, la dispersione scolastica e vivere la formazione professionale

04.10.2013 - Diego Sempio
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Venere di Botticelli. Particolare

Convegni Piacentini primavera 2013 “Il Lavoro si Impara a Scuola”. Tavola rotonda. Secondo intervento

 

La prima questione che sottolineo è che si torna a parlare di scuola-lavoro perché noi vediamo essenzialmente due grossi bisogni (tra l’ altro si lavora quando si ha bisogno…e non solo di soldi): il primo si evidenzia da questa disaffezione alla scuola, disaffezione che porta alla dispersione scolastica soprattutto nei percorsi, paradossalmente, che apparentemente sono più vicini al lavoro; parliamo degli istituti tecnici. Qui i numeri sono impressionanti perché secondo le statistiche siamo sul 30 % di dispersione nel biennio dell’istituto tecnico (questo pone anche un problema evidentemente di orientamento). Gli istituti tecnici arrivano normalmente in quarta e quinta con classi di quindici persone, quando sono partiti con classi di venticinque/trenta; non è detto che l’allievo bocciato sia proprio fuoriuscito dal circuito scolastico, però c’è stato sicuramente un problema.

L’altro bisogno macroscopico è quello del mondo produttivo che continuamente richiede persone formate in un certo modo e non le trova facilmente; parlo di tecnici specializzati e di personalità anche altamente formate e con retribuzioni sicuramente interessanti (i ragazzi spesso hanno questo come miraggio).

Come il lavoro può aiutare nell’apprendimento?

L’imprenditore non vorrebbe più accettare che gli arrivino persone già formate in un certo modo; qui fondamentale è la questione dell’agire, del fare del soggetto. La scuola normalmente vede un soggetto, che è l’insegnante, che dà qualcosa e chiede all’alunno un ritorno…

Nel lavoro non è proprio così: il soggetto non è solo il committente, ma è anzi chi svolge il lavoro, l’allievo tante volte per la scuola è una persona che ha come lavoro, come mestiere, quello di studiare, di approfondire e di rimodulare ciò che il docente gli ha dato; invece, come accade nel mondo del lavoro non si può pensare anche di mettere in azione l’allievo nel formulare, nel concorrere alla lezione, nel concorrere alla produzione del materiale?

Si è parlato anche  del “fare bene il proprio lavoro”: quand’è che si fa bene il proprio lavoro? Uso una parola che non entra mai molto nel lessico delle scuole e fa un po’ paura, però quando c’è un “committente”, quando cioè so cosa sto facendo e che lo sto facendo per qualcuno, cambia tutto.

Anche il più abile artigiano, se non avesse in mente che ciò che sta facendo è perché lo deve vendere, alla fine farebbe meno bene quel lavoro lì o meglio, lo farebbe secondo una propria autoreferenzialità che nel tempo poi potrebbe non dover rispondere mai più a nessuno.

Quindi un prodotto che abbia poi un esito il più possibile “pubblico”, cioè non autoreferenziale, è la cosa migliore per un ragazzo: non c’è niente di meglio che far agire un ragazzo, che fargli fare qualcosa e poi chiedergli di mostrare questa cosa non solo al docente che l’ha chiesta, ma anche ad altri, che siano i genitori, che sia un’altra classe, che sia un momento pubblico, perché in quel caso è come costretto dentro la realizzazione, dentro il processo di quello che sta facendo, a tenere conto dello scopo e lo scopo è sempre un dare a qualcun altro. Ed è nel dare a qualcun altro che io, paradossalmente, mi realizzo.

In questo senso lo scopo è fondamentale, ma lo scopo nel lavoro è sempre un po’ “carnale”, nel lavoro si fa fatica a idealizzare troppo lo scopo: se io vendo scarpe devo fare delle scarpe belle e comode: se le faccio belle e comode ho qualche possibilità, se le faccio solo belle le comprano, ma poi non le usano… e quindi dopo un po’ non le si compra più; se le faccio solo comode va bene, ma se fossero belle venderei di più.  Lo scopo nel lavoro è scoperto dentro il processo.

È come quando io vado in montagna: faccio sempre un po’ fatica (personalmente preferisco guardare le montagne che scalarle), ma grazie a Dio ho degli amici che mi aiutano sempre a raggiungere la meta. All’inizio della camminata spesso mi succede che uno mi dica:  «Arriveremo là», io alzo la testa e vedo una casina piccola così e dico: «Non ce la posso fare»; «Ma guarda che là c’è il rifugio e si mangia il capriolo» (e qui la cosa diventa anche interessante!) «Insieme ce la facciamo» e mentre vado, ho in mente queste due cose in quelle due ore di camminata: la meta (e il capriolo!) e il fatto che c’è uno con me che mi sta continuamente dicendo che io ce la posso fare! Certo che se invece della camminata mi proponesse una ferrata pazzesca, sarebbe un atto assolutamente anti educativo, perché verrei a incontrarmi con una sconfitta certa e con la conseguenza che non mi fiderei più del mio amico.

Un inciso: io non confonderei la parola “lavoro” a scuola con qualcosa per forza di eccezionale, un manufatto particolarmente eccelso, perché il lavoro è proprio avere chiaro cosa si sta facendo avendo chiaro a chi lo si deve dare e questo può avvenire con “produzioni” anche molto semplici.

 

Faccio un esempio riguardo il cosa vuol dire per me cercare di mettere in azione un allievo: un mio amico professore di arte alle medie, mentre gli raccontavo di queste cose, mi dice: «Ah io faccio così: quando devo insegnare la prospettiva, il disegno della prospettiva, non glielo spiego, glielo faccio, così vedono e imparano»; io gli ho lanciato una provocazione ulteriore: «Se io fossi in te gli lancerei una sfida! Direi: «Ragazzi, vedete questo disegno come è prospettico? Provate a farne uno uguale, magari guardando questo panorama».

Quando voi sfidate un ragazzino a fare una cosa, quasi facendogli capire che sarà un po’ dura, ma che ce la può fare (è l’esempio di prima  della montagna), lui si muove perché giustamente dice “Voglio fargli vedere” e poi incomincia ad ascoltarti quando, durante il disegno, tu spieghi alcune cose, perché lo stai aiutando a risolvere un problema, il ragazzo infatti sta già facendo esperienza di ciò che gli chiedi, cioè dello scopo e quindi non sentirà più come estranea la tua spiegazione.

Io l’ho provato tante volte sui miei ragazzi, sono ragazzi poco compiti e la prima conquista è che si accorgano di te, non che ascoltino o prendano appunti, ma che si accorgano di te! Se avete visto il film Freedom Writer,c’è questa giovane insegnante che entra in classe, la prima ora della sua prima esperienza: è impressionante perché entra e non si accorgono di lei. Nelle nostre scuole, almeno qualche volta, capita.

Ma se tu lanci una sfida, cioè un qualcosa di cui loro stanno già facendo esperienza perché hanno trovato un problema da affrontare, incominciano a darti credito, perché cominciano a vederti come colui che è più autorevole nel risolvere quel problema.

 

Faccio un altro esempio: avevamo a scuola un corso di parrucchiere… quindi tagliano i capelli: cosa c’è di più pratico? (ma attenti che anche il laboratorio più pratico lo si può fare in maniera assolutamente teorica!). Comunque, c’era l’insegnante di Italiano che era un po’ in difficoltà sulle cose e gli venne questa idea: io a quel tempo ero il direttore della scuola e ricevo una mail da questa insegnante:  “sei invitato il giorno x perché ci saranno le parrucchiere furiose”. Io l’ho vista un po’ come una minaccia: mi stavo immaginando queste parrucchiere che stavano preparandosi per assaltare la direzione! Mi ha poi chiamato spiegandomi la cosa: in Italiano stava facendo dei brani dell’Orlando Furioso e si era accordata con il docente di acconciatura per fare questa cosa nello spazio di un paio di mesi:  le allieve avrebbero letto con il docente di Italiano alcuni brani dell’Orlando Furioso; avrebbero poi cercato di immedesimarsi con un personaggio a loro scelta; parallelamente le ragazze avrebbero dovuto realizzare in laboratorio modelli di acconciature ispirate al carattere, secondo la loro visione, del personaggio scelto.

La cosa era molto bella perché loro sapevano che dopo due mesi io, insieme a un professionista, sarei stato lì ad assistere a questa prova (quando parlo di “pubblico”, parlo di cose di questo genere).

Molto soddisfatto della spiegazione ho segnato con premura questa data sulla mia agenda indicandola come “prioritaria”.

Dopo due mesi, giunta la data di “consegna”, arrivo e mi coglie con stupore il fatto che quelle ragazzine che quando entri in aula quasi non si accorgono di te erano tutte timorose, ma non timorose di me, timorose perché erano lì sapendo che stavano per esporre qualcosa che le aveva occupate per due mesi.

Ognuna di loro ha impiegato quattro ore per fare l’acconciatura, perché erano tutte acconciature complesse e noi (io e il parrucchiere professionista che mi accompagnava) passavamo in rassegna ciascun lavoro e ognuna raccontava del proprio personaggio, del perché l’avesse scelto, chi fosse e come lo avesse interpretato attraverso il carattere, attraverso il contesto storico spiegando così il motivo e la tecnica usata per l’acconciatura. Le acconciature erano anche molto belle, nonostante le ragazze fossero solo in seconda; il tutto con un’attenzione, con un tentativo di dire le cose in maniera giusta, di dire tutto, che era impressionante!

Ma la cosa più bella è arrivata alla fine: è proprio l’ultima ragazza e la docente quasi scusandosi mi dice: «Guarda, lei ha avuto un problema: la modella si è ammalata e quindi ha dovuto trovarne un’altra all’ultimo”; il problema vero e’ che la modella doveva avere i capelli lunghi perché l’acconciatura era pensata in un certo modo, mentre la seconda modella aveva i capelli un po’ più corti, così la studentessa ha dovuto un po’ raffazzonare la cosa.

Ma lei, tutta presa dall’evento che sarebbe accaduto il giorno dopo e dal lavoro fatto non ha chiesto alla professoressa di farsi fare la giustifica, ha cercato la nuova modella e ha rielaborato velocemente il tutto.

 

Nel lavoro esiste anche quella parolina simpatica che si chiama “imprevisto” e l’imprevisto è ciò che fa scattare la capacità delle persone di risolvere un problema: nel processo, anche scolastico, l’imprevisto è sempre in agguato e meno male che c’è perché nel lavoro di imprevisti ce ne sono migliaia.

Le ragazze hanno lavorato due mesi sia sul testo letterario che sulle acconciature, avendo in mente quella data lì, perché quella restituzione dava loro senso a tutto il lavoro. Poi è vero che il senso non era solo quello:  lo scopo era di avvicinare a un poema letterario, incontrare quindi la bellezza e imparare delle tecniche di acconciatura che la esprimesse, ma per loro l’oggettività dello scopo era più immediatamente visibile perché avevano un obiettivo dentro un processo, un prodotto, tant’è che addirittura quella che si è trovata all’ultimo quasi sprovvista delle condizioni “materiali” è riuscita a ricrearsele lei stessa.

La parola “interesse” è fondamentale. E l’interesse nasce secondo me quando c’è una provocazione a qualcosa che il ragazzo percepisce come sensato per sé.

Il metodo è che dobbiamo educarli, allenarli a lavorare proprio tenendo presente uno scopo che deve essere il più possibile oggettivo: è  questo che riapre allo scopo totale.

Interesse e metodo del lavoro, da qui credo si possa iniziare a rispondere ai due bisogni con cui ho iniziato questo mio intervento.

(…)

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