LOCKDOWN & SMART WORKING/ Il Bengodi per i cyber criminali

- Alessandro Curioni

In questo periodo, tra lockdown e smart working, i cyber criminali hanno molte più potenziali vittime con pochi strumenti di difesa

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Immaginate di essere proprietario di locale, magari un bar o un ristorante, e provate a esprimere un desiderio. Capisco che di questi tempi sarebbe banalmente quello di restare aperti, ma in condizioni normali probabilmente sognereste di vivere in un mondo in cui la “movida” è permanente, un luogo in cui si passa senza soluzione di continuità dal breakfast, al brunch, poi al lunch, quindi allo spuntino e poi via verso aperitivo, cena e dopo cena. Un mondo in cui la gente non ha altro da fare che passare da un locale all’altro. Siete certi che un posto così non esiste (nemmeno Milano nei suoi momenti migliori)?

Ebbene avete ragione, almeno se parliamo del mondo al di qua dello schermo, ma al di là di esso invece qualcuno sta vivendo esattamente questa esperienza. Alludo a un “settore economico” piuttosto particolare e decisamente illegale che va sotto il nome di cybercrime. Il delinquente digitale vive attualmente nel più “redditizio dei mondi possibili” perché, mai come oggi, i suoi “clienti” trascorrono sul suo terreno di caccia tanto tempo. Segregate in casa e costrette allo smart working (che per come viene interpretato ha ben poco di smart) le sue vittime sono sempre raggiungibili e a disposizione, piazzate di fronte a uno schermo per 8, ma più spesso 10 o 12 ore; alle prese con nuovi software (soprattutto sistemi di videoconferenza), che fino a sette mesi or sono erano sconosciuti ai più.

Aggiungiamo che milioni di questi soggetti sono ben poco avvezzi alle tecnologie dell’informazione e proprio per questo non hanno mai avuto a che fare con le tecniche dei cyber criminali. Dulcis in fundo, sono tutti a casa collegati alla rete attraverso la propria wireless personale che non ha certo i sistemi di sicurezza di quella aziendale. Non è dunque un caso se tutte le statistiche in materia di criminalità informatica hanno avuto un’impennata, anzi sembrano viaggiare in parallelo a quelle dei contagi e delle relative misure di contenimento.

A nostro conforto possiamo immaginare che prima o poi questa pandemia avrà fine e di conseguenza oltre a quella dei contagi calerà anche la curva dei crimini on line, ma non sono certo di potere condividere questo ottimistico pensiero. In primo luogo, dubito che smetteremo improvvisamente di utilizzare di frequente sistemi di videoconferenza anche solo per sentire amici o parenti (ormai anche i nonni sono avvezzi ai vari Zoom, Teams, Skype, ecc.). Ugualmente sono state scoperte un’infinità di app di servizio e intrattenimento che non si volatilizzeranno. In definitiva ci stiamo abituando a vivere una maggiore quantità di tempo on line e moltissimi stanno scoprendo che attraverso Internet si possono fare un sacco di cose con meno “perdite di tempo”.

D’altra parte le aziende hanno scoperto che moltissime attività possono essere svolte lasciando i propri collaboratori tra le mura domestiche e questo significa risparmiare una montagna di denaro in spese generali come banalmente l’affitto degli spazi di lavoro. Dunque, il virus sparirà, ma non le ore che trascorreremo davanti a un monitor, magari qualcuna in meno, ma sempre tantissime: di conseguenza chi delinque al di là dello schermo avrà sempre disponibile la sua vasta platea di potenziali vittime.

Privati cittadini e aziende, però, hanno la possibilità di evitare di essere preda dei cybercriminali e il primo passo del cammino verso la propria sicurezza è sintetizzato in una frase che amo ripetere spesso: per nessuna ragione al mondo e in nessuna circostanza accendere un dispositivo elettronico e spegnere contemporaneamente il cervello.



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