MAGNOLIA/ Il “mosaico” di Anderson con una domanda sul perdono

- Leonardo Locatelli

Oggi si chiude il Festival internazionale del cinema di Berlino. Vent’anni fa l’Orso d’oro andò al film diretto da Paul Thomas Anderson

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Una scena del film

Un autentico torrente in piena fatto di voci, personaggi, storie, musiche e rumori di sottofondo, magistralmente mescolati – come singoli colpi di pennello posti con vigore ma anche con sensibilità dallo sceneggiatore e regista Paul Thomas Anderson, un ventinovenne di talento già rivelatosi due anni prima con il successo critico di Boogie Nights – L’altra Hollywood (1997) – per andare a costituire un unico mosaico vivo e pulsante. Così si potrebbe descrivere in sintesi Magnolia, uscito nelle sale statunitensi tra il dicembre 1999 e il gennaio 2000 e premiato vent’anni fa con l’Orso d’Oro – giusto l’anno dopo un’altra opera “polifonica” come La sottile linea rossa scritta e diretta da Terrence Malick – quale miglior film presentato in concorso al Festival Internazionale del Cinema di Berlino.

La pellicola – il cui titolo si riferisce a una avenue nella parte nord di Los Angeles – racchiude a stento (si è parlato di un primo taglio di oltre sei ore, poi ridotto al montato finale di centosettantanove minuti, passando per una versione intermedia rifiutata dalla produzione di tre ore e ventuno minuti…) un intreccio di vicende a incastro alla maniera del miglior Robert Altman che vede per protagonisti tre coppie di padri e figli: Jimmy Gator, ormai anziano presentatore di un longevo gioco a premi televisivo, a cui è stato appena diagnosticato un cancro e che vorrebbe cercare di far pace con la figlia Claudia Wilson, smarritasi tra droga e rapporti occasionali; Earl Partridge, produttore televisivo – tra gli altri – del medesimo quiz show, anch’egli malato terminale già sul letto di morte e che spera di rivedere per un’ultima volta il figlio Frank T.J. Mackey, da lui abbandonato con la madre e diventato nel frattempo un palestrato e misogino guru in fatto di tecniche di seduzione maschile; Stanley Spector, bambino prodigio e uno degli attuali concorrenti (ma sola stella) della stessa trasmissione, che soffre per la mancanza di una qualunque manifestazione di vera attenzione e reale affetto da parte del padre, Rick Spector.

Senza però poter dimenticare anche Donnie Smith, protagonista dell’edizione 1968 dello show in questione, che deve far fronte a un licenziamento in tronco e soprattutto al suo disperato amore per un barista; Phil Parma, timido infermiere che accompagna Earl nelle sue ultime ore di vita cercando di riunirlo al figlio Frank; e infine Jim Kurring, agente di polizia che affronta la strada con la sua faccia e i suoi modi da uomo buono – apparendo infatti come una sorta di angelo sperduto all’inferno – a cui la sceneggiatura affida l’ultima parola dopo un sempre più dolente crescendo (e una biblica pioggia di rane posta a catarsi finale): «Vi dico una cosa: questo non è un lavoro facile. Quando ricevo una chiamata via radio, so già che… ci sono guai in vista e che sarà dura. Ma questo è il mio lavoro, e lo amo. Io voglio impegnarmi al massimo. In questo lavoro e in questa vita, voglio impegnarmi al massimo e voglio aiutare la gente. A volte in un giorno mi arrivano venti chiamate ma anche se aiuto uno solo di loro, se magari lo salvo, se posso risolvere una situazione critica, allora mi sento in pace. Mentre navighiamo nella vita, dobbiamo fare del bene… Fare del bene… E se ci riusciamo, senza fare male a nessun altro, beh, allora… […] La gente crede che questo lavoro ti permetta di staccare, che nella pausa pranzo pensi solo a mangiare o agli affari tuoi. Invece la spina è attaccata ventiquattro ore al giorno. Su questo non c’è dubbio. E quello che tanta gente non capisce è quanto sia difficile fare la cosa giusta. Pensano tutti che se giudico le loro azioni giudico anche loro ma non è così. E non dovrebbe esserlo mai. Ogni situazione è diversa e io devo giocare con le carte che ho in mano. A volte la gente ha bisogno di aiuto. A volte ha bisogno di essere perdonata. E a volte ha bisogno di finire in prigione. È questa la parte più difficile per me: fare la scelta giusta. Insomma, la legge è la legge e non sarò certo io a infrangerla. Però a volte si può perdonare. E questa è la parte più difficile. Che cosa possiamo perdonare? È la parte più difficile…».

Serve ricordare altro? Forse solo un’affermazione dello stesso Anderson – lontano ancora anni da Il petroliere (2007), The Master (2012), Vizio di forma (2014) e Il filo nascosto (2017) – che lo definiva «il miglior film che abbia mai fatto e che farò mai. […] In Boogie Nights [la pornografia, ndr] era il mio tema, il soggetto dietro a cui nascondermi, come un’armatura. Qui, tra me e il film non c’è niente. Se il pubblico rifiuta Magnolia rifiuta me, non ci sono equivoci». E speriamo concordi ancora con l’«umile opinione» della sua voce narrante: «È sempre così e il libro dice “Noi possiamo chiudere col passato ma il passato non chiude con noi”»…

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